21 maggio 2019
Aggiornato 05:00
Dopo il summit di martedì

Immigrazione, tutto quello che non ci dicono sull’ultimo accordo Ue

Matteo Renzi ha subito cantato vittoria. In realtà, quanto deciso nell'ultimo summit europeo è ancora ben lontano dal risolvere la crisi migratoria. Ecco perché

BRUXELLES – Dopo il summit sull’immigrazione di martedì, i vertici europei hanno inneggiato al «grande passo avanti» fatto nel concertare una strategia comune per fronteggiare la crisi. Il più soddisfatto è apparso il nostro premier Matteo Renzi, che, in un tweet, ha letteralmente cantato vittoria: «Ha vinto l’Italia. Ha vinto l’Europa». Il giubilo del Presidente del Consiglio deriva dal cambio di rotta dell’Unione nell’affrontare la questione. «Per l'opinione pubblica italiana questa notte è stata importante, perché fino a qualche mese fa, quando dicevamo che questa questione riguardava tutti, ci guardavano male», ha dichiarato orgoglioso. Eppure, la realtà non è così rosea come vuole presentarcela il nostro premier.

Il trattato di Dublino... c’è ancora
Intendiamoci: il passo avanti c’è stato. Il fatto che l’Europa abbia cominciato a sedersi intorno a un tavolo è di certo una buona notizia rispetto ai tempi in cui i Paesi di sbarco (come l’Italia) venivano abbandonati a se stessi. Eppure, rimaniamo ben lontani dall’aver trovato la «soluzione», e per varie ragioni. La prima è presto detta: Bruxelles ancora stenta ad abbandonare un approccio emergenziale alla questione, che ormai, più che «emergenza», sta diventando la norma. In questo senso, il progetto di ricollocazione di 120.000 migranti da Italia e Grecia è per ora una risposta puramente temporanea, almeno finché rimarrà in vigore il trattato di Dublino. Quest’ultimo, infatti, continua a prevedere che i migranti debbano fare richiesta d’asilo nel primo Paese sicuro in cui arrivano: Italia e Grecia, dunque, saranno ancora nell’occhio del ciclone finché tale norma non verrà coraggiosamente modificata. Anche Amnesty International ha ridimensionato gli entusiasmi: «le cifre di ricollocamento concordate martedì non allevieranno in modo significativo la pressione sugli stati in prima linea e senza un'assistenza molto più concreta e immediata a questi paesi le caotiche scene tragiche cui abbiamo assistito nelle ultime settimane potranno solo che continuare e probabilmente peggiorare».

Niente di fatto sulle cause profonde
Inoltre, c’è da sottolineare come i provvedimenti concordati, che comprendono anche lo stanziamento di un miliardo di euro per sostenere le agenzie Onu attive in Medio Oriente per i profughi siriani, non tengano affatto conto delle cause profonde della crisi. Neppure la missione europea contro i trafficanti lo fa: perché non sono i trafficanti a generare profughi; semmai, essi sfruttano situazioni difficili a proprio vantaggio. Finché non ci sarà un impegno serio a cooperare per la risoluzione dei conflitti che stanno sconvolgendo Africa e Medio Oriente, difficilmente si riuscirà a gestire la crisi. Oltretutto, niente è stato fatto per aprire vie legali di arrivo per gli aventi diritto, strappandoli dalle grinfie degli scafisti ed evitando che nuovi morti sconvolgano il Mediterraneo.

Le conseguenze delle quote obbligatorie
Altro elemento: la «rivolta» dell’Est europeo. Non è solo il fatto che Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania abbiano votato contro la proposta di ricollocazione, o che la Finlandia si sia astenuta e la Polonia abbia espresso forti dubbi. Il punto è che l’imposizione di quote pena il pagamento di sanzioni è una strategia che, comunque la si pensi sull’opportunità di accogliere, potrebbe avere pesanti conseguenze a lungo termine. Lo osserva anche il Telegraph: «il voto di questa settimana potrebbe provocare un fondamentale ripensamento, soprattutto nell’Europa centrale e dell’Est, su quali poteri dovrebbero avere i vertici europei e quali i governi locali». Tutto ciò non potrà che sostenere le argomentazioni di chi, nel referendum britannico, voterà per la «Brexit», e, negli altri Paesi, si accoda a rimpinguare le file degli euroscettici.

Gli hotspot... funzioneranno?
Infine, permangono tanti dubbi sui cosiddetti «hotspot» che Italia e Grecia apriranno da novembre. In teoria, questi centri serviranno a identificare rapidamente, registrare, fotosegnalare e raccogliere le impronte digitali dei migranti. Rimane poco chiara, però, l’impostazione delle strutture: se si tratterà cioè di aree di accoglienza con l’obiettivo di trasferire chi ha diritto di asilo in altri Paesi oppure di luoghi di detenzione per gli immigrati irregolari in attesa di un rimpatrio. Soprattutto, il rischio concreto è che si replichi l’esperienza di molti altri centri per migranti, dove i profughi sono rimasti «parcheggiati» per lunghissimi periodi, nonostante sarebbero dovuti rimanere solo le prime settimane. Insomma, caro Renzi: serve ancora molto tempo, e tanti sforzi, per poter cantare vittoria.