16 settembre 2019
Aggiornato 02:00
Attesa del rilancio dell'economia globale da G20

Da Brisbane guerra ai paradisi fiscali

Rilancio di crescita e lavoro, con piani di azione nazionali, anche sulle riforme, ma in base a obiettivi condivisi a livello di tutto il G20. Sono le parole d'ordine che la presidenza australiana ha voluto dare al vertice dei capi di stato e di governo che si sta aprendo a Brisbane, città costiera all'estremità orientale dell'Australia.

ROMA - Rilancio di crescita e lavoro, con piani di azione nazionali, anche sulle riforme, ma in base a obiettivi condivisi a livello di tutto il G20. Sono le parole d'ordine che la presidenza australiana ha voluto dare al vertice dei capi di stato e di governo che si sta aprendo a Brisbane, città costiera all'estremità orientale dell'Australia (9 ore avanti rispetto al fuso orario italiano). «La sfida per i leader del G20 è chiara - ha affermato il premier australiano Tony Abbott - rafforzare crescita e occupazione assieme alla resistenza finanziaria. Dobbiamo rafforzare la domanda».

L'EUROPA PROTAGONISTA - In tutto questo, ancora una volta, per una serie di motivi, l'Europa si renderà protagonista, suo malgrado. Innanzitutto perché superata la crisi sui debiti pubblici, o almeno la sua manifestazione più acuta nel 2012, la regione resta quella che accusa le performance economiche più deboli. Che hanno finito per erodere perfino il caro vita. Tanto che nel messaggio di benvenuto ai colleghi, Abbott non manca di citare la necessità di «invertire la deflazione che minaccia le maggiori economia d'Europa».

JUNCKER E LA RIVINCITA DELLO SCANDALO - A Brisbane la delegazione comunitaria, composta dall'inedita «Troika» Jean-Claude Juncker, presidente della nuova commissione europea, Herman van Rompuy, presidente permanente dell'Ue, e Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici e fiscali, si troverà nella necessità di sfornare una proposta di allargamento dei sistemi di scambio automatico dei dati fiscali. Questo per onorare una promessa lanciata da Juncker nel chiaro tentativo di reagire alla pioggia di accuse innescata dallo scandalo «Luxleaks», sugli accordi fiscali di vantaggio con centinaia di imprese del Lussemburgo, di cui per anni è stato premier e ministro delle Finanze.

NON SOLO FISCO - I temi fiscali come la lotta a elusioni e evasione, e ai sistemi di «ottimizzazione» con cui le multinazionali tendono a sottrarre miliardi di fatturato all'imposizione, tutte questioni che stanno molto a cuore anche agli Stati Uniti, sono uno dei pochi in cui questo G20 potrebbe segnare qualche concreto passo in avanti. Al di là del «solito coté» europeo poi, si profilano possibili dialettiche non proprio pacifiche su altri temi, come i cambiamenti climatici. Argomento di rilievo per elettori nordamericani ed europei, molto meno ai leader cinesi, e che il ministro del Tesoro australiano, il conservatore Joe Hockey che affianca il premier Abbott nel condurre i lavori, ha esplicitamente indicato di voler lasciare ai margini. «I cambiamenti climatici non guideranno la crescita del prossimo decennio - ha detto - il contesto deve essere sulla creazione di lavoro».

LA QUESTIONE DEL PETROLIO - Dovrà spiegarlo a chi, come molti europei, punta una parte rilevante delle sue strategie sull'economia e l'energia verde, e sugli accordi globali sulle emissioni proprio per cercare di arginare gli sconvolgimenti climatici. All'adunata di Paesi che rappresentano l'85 per cento dell'economia planetaria, altri possibili temi di attrito potrebbero emergere attorno al recente collasso dei prezzi petroliferi. Se da un lato può rappresentare una boccata d'ossigeno per i costi sopportati da imprese e famiglie, dall'altro paradossalmente potrebbe perfino esacerbare i rischi deflazionistici in Europa. Qui però l'attenzione andrà all'Arabia Saudita, primo produttore globale e dell'Opec, il cartello dei paesi esportatori che da varie settimane sembrano lacerati in una sorta di guerra intestina a difesa delle rispettive quote di mercato.

SFIDA G20: AUMENTARE MOLE ECONOMIA GLOBALE - Incapaci di accordarsi su una strategia comune per tenere alti i prezzi, o quantomeno arrestarne i ribassi, sono invece impegnati in una gara sotterranea sugli accordi di fornitura fuori dai mercati ufficiali. Scenario che nelle ultime ore potrebbe cambiare, con voci di possibili tagli all'offerta che, combinate ad alcuni segnali finalmente positivi sull'economia europea hanno favorito una risalita del Brent, il greggio di riferimento del mare del nord, in prossimità degli 80 dollari. Ad ogni modo perfino l'obiettivo ufficiale del G20, concertato nel vertice dei ministri delle finanze di febbraio (quello da cui l'allora capo economista dell'Ocse Pier Carlo Padoan rientrò in tutta fretta perché nominato ministro dell'economia nel governo Renzi) ossia aumentare del 2 per cento la mole dell'economia globale da qui al 2018, sembra già allontanarsi. O almeno questo è il pronostico del Fondo monetario internazionale: per raggiungere questo obiettivo, ha affermato l'istituzione in vista del vertice, bisognerà approntare misure supplementari.