26 giugno 2017
Aggiornato 05:30
Inchiesta Consip

Consip, perché questa spending review può favorire la corruzione

Il rapporto annuale Mef-Istat sui prezzi delle gare di beni e servizi aggiudicate presso la Consip mette in evidenza luci e ombre di questo modus operandi. Sul fronte collusione il Tesoro avrebbe di che preoccuparsi

L'imprenditore campano Alfredo Romeo mentre arriva a Regina Coeli, arrestato in relazione a un episodio di corruzione nell'ambito dell'inchiesta Consip
L'imprenditore campano Alfredo Romeo mentre arriva a Regina Coeli, arrestato in relazione a un episodio di corruzione nell'ambito dell'inchiesta Consip (ANSA/ MASSIMO PERCOSSI)

ROMA – L'inchiesta Consip ha portato in queste ore all'arresto per corruzione dell'imprenditore partenopeo Alfredo Romeo. La pubblica accusa ritiene che un dirigente della centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana lo abbia favorito, al fine di fargli ottenere alcuni appalti del valore complessivo di 2,7 miliardi di euro, in cambio di cospicue somme di denaro. La spinosa vicenda apre lo scrigno di Pandora esiodoneo sul modello Consip e ci lascia con il dubbio, amaro, che questa spending review favorisca la collusione invece di combatterla.

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Il rapporto annuale Mef-Istat sui prezzi delle gare
Il rapporto annuale del ministero dell'Economia-Istat sui prezzi delle gare di beni e servizi aggiudicate presso la Consip, e altre amministrazioni pubbliche, è stato appena pubblicato e mostra luci e ombre dell'intero sistema pubblico degli acquisti. L'andamento della spending review presenta infatti delle criticità, come evidentemente dimostrano i recenti fatti di cronaca sull'inchiesta Consip che coinvolgono, oltre all'imprenditore partenopeo appena arrestato per corruzione, Alfredo Romeo, anche il babbo dell'ex premier, Tiziano Renzi. E secondo i dati contenuti nel suddetto rapporto, il Tesoro avrebbe di che preoccuparsi.

Le amministrazioni comprano a prezzi più alti che in Consip
Come sottolinea Gustavo Piga su Lavoce.info, l'attuale governance complessiva degli acquisti pubblici di beni e servizi presenta delle lacune significative. Innanzitutto perché continuano a verificarsi «strani» casi di amministrazioni che comprano a prezzi più alti che in Consip e perciò sorge il dubbio che i controlli latinino. Anche perché basterebbero poche sanzioni, imposte per acquisti giudicati impropri, per riallineare la condotta generale e assicurare che gli acquisti futuri siano più consoni. Non solo. Esiste già uno studio certosino, realizzato da Oriana Bandiera, Andrea Prat e Tommaso Valletti, per individuare gli sprechi e far trillare dei campanelli d'allarme, ma secondo Piga non viene utilizzato a dovere.

Cantone: Le pmi sono svantaggiate
Vale inoltre la pena ricordare che nel quinquennio 2011-2015, come si può leggere nella relazione annuale dell'Anac (l'Autorità nazionale anticorruzione), il valore medio dei lotti ha avuto un aumento cospicuo dell'importo per servizi e le forniture (+85% e +50,5%) tanto da indurre lo stesso presidente Raffaele Cantone a sostenere che in Italia «la struttura della domanda non sia particolarmente favorevole alla partecipazione delle piccole e medie imprese al mercato degli appalti pubblici.»

L'aggregazione della domanda può favorire la collusione
E' facile immaginare che questo modus operandi favorisca le grandi aziende e possa avallare la corruzione. Ciononostante il governo continua a preferire la strategia dell'aggregazione della domanda perché agli occhi dell'Unione europea, focalizzata sul Fiscal Compat, la spending review e l'austerity, questa appare un toccasana. Peccato, però, che danneggi le pmi italiane più virtuose a vantaggio di soggetti poco raccomandabili e comprometta anche la qualità delle commesse, che non viene adeguatamente monitorata. La conseguenza di tutto ciò, ahinoi, è che anche l'economia nazionale ne risente e con essa il tasso di crescita del Pil, fondamentale per ridurre quel deficit e quel debito pubblico tanto invisi in quel di Bruxelles.