16 dicembre 2018
Aggiornato 19:00

Renzi sr vende l'azienda per preservare il lavoro ai dipendenti. Ma, come dice Travaglio, resta un «bugiardo»

Con una pagina a pagamento su «La Nazione», il padre di Matteo Renzi annuncia la decisione di abbandonare l’attività imprenditoriale. Ma ecco come stanno davvero le cose

Tiziano Renzi, padre dell'ex premier Matteo Renzi
Tiziano Renzi, padre dell'ex premier Matteo Renzi (Maurizio Degl'Innocenti | ANSA)

ROMA - «Mi chiamo Tiziano Renzi, ho 67 anni e una meravigliosa famiglia con 10 nipotini. Oggi dico basta. Vado in pensione, lascio ogni incarico, metto in vendita la mia società. Mi arrendo». Con una pagina a pagamento su La Nazione, il padre di Matteo Renzi annuncia la decisione di abbandonare l’attività imprenditoriale, proprio quando la Procura di Roma chiede l’archiviazione sulla vicenda Consip. «Può sembrare strano che decida di arrendermi proprio oggi ma c’è un perché». Ovvero, spiega, «i tempi del business sono diversi dai tempi della giustizia e io non posso più continuare a lavorare». Perché nonostante stia «collezionando archiviazioni» delle indagini contro di lui e condanne in sede civile «per chi mi ha diffamato», l’azienda, dice, ha perso clienti molto importanti che se ne sono andati dopo le anticipazioni dei giornali: «Non hanno aspettato l’archiviazione, loro». Insomma, «per colpa mia i clienti se ne vanno» e allora, per "garantire il posto di lavoro» ai collaboratori, Renzi sr ha deciso di farsi da parte.

Vende tutto e va in pensione
«Ho dato incarico a un team di professionisti di vendere la società da qui alla fine dell’anno. Il business è solido e un nuovo proprietario potrà garantire l’occupazione» assicura. «Dal 2014 la mia vita è cambiata», conclude, in coincidenza con l’assunzione della Presidenza del Consiglio da parte del figlio Matteo: «Fino a 4 anni non ho avuto nessun problema con lo Stato». Poi «è iniziata una odissea di avvisi di garanzia, indagini, inchieste». Ora «me ne vado a testa alta. Hanno condannato chi mi ha diffamato, non me. Ma devo andarmene per rispetto a chi lavora con me».

Archiviazione sì, ma non significa che non abbia mentito
Ebbene: sì, archiviazione. Ma ciò non significa che Renzi sr non abbia mentito. Come spiega bene Marco Travaglio nel suo editoriale sul Fatto Quotidiano questa mattina, poco più di 20 mesi fa il Fatto aveva svelato, con una serie di scoop di Marco Lillo, lo scandalo Consip. Cioè i traffici di vari uomini dell’entourage renziano per pilotare il più grande appalto d’Europa («Roba da 2,7 miliardi») presso la centrale unica d’acquisto del Tesoro, nonché le fughe di notizie istituzionali di chi aveva avvertito i protagonisti dell’affaire su indagini e intercettazioni in corso, rovinando l’inchiesta della Procura di Napoli e del Noe proprio alla vigilia del probabile pagamento di tangenti. Travaglio ricorda che era il 21 dicembre 2016 e si era appena insediato il governo Gentiloni, dopo la rovinosa caduta di Renzi al referendum costituzionale del 4 dicembre. Ora la Procura di Roma, che in quei giorni aveva ereditato per competenza il fascicolo dai pm napoletani Woodcock e Carrano, ha chiuso le indagini archiviando la posizione di Tiziano Renzi.

Dichiarazioni «largamente inattendibili»
Ma sono gli stessi pm a descrivere Tiziano Renzi come autore di dichiarazioni «largamente inattendibili» (per Travaglio equivale a un «bugiardo matricolato»), che mentì loro a verbale giurando di non aver mai incontrato l’imprenditore Romeo, interessato al maxi appalto Consip. Invece probabilmente lo incontrò almeno una volta nel luglio 2015, in un bar di Firenze. Risulta incrociando le «celle» degli smartphone dei due. Ed era già chiarissimo dalle telefonate di Romeo, che descriveva a Russo l’abbigliamento e il carattere di babbo Renzi.

Anche Renzi jr...
Prosegue il direttore del Fatto: «Non solo papà Tiziano è un bugiardo, ma lo è pure suo figlio Matteo», che nelle telefonate private diceva di non credergli («Non dire bugie, non ti credo»), ma in pubblico giurava sulla sua parola «come sul Vangelo». E per quasi due anni ha calunniato il Fatto («nel silenzio delle altre redazioni che ora scoprono la libertà di stampa»), chiamandoci «Falso quotidiano» e accusandoci di campagne diffamatorie per far cadere il suo governo, «che fra l’altro era già caduto da solo». Ora, conclude Travaglio, «dovrebbe scusarsi e ringraziarci per avergli sempre spiegato chi erano suo padre e i suoi amici».

La «cricca» dei Renzi
Ma lui lo sapeva benissimo: poche settimane dopo le soffiate che avevano rovinato l’inchiesta e che i pm «buoni» attribuiscono ai renziani Del Sette, Lotti, Vannoni e Saltalamacchia, Renzi impose la promozione di Lotti da sottosegretario a ministro di Gentiloni e difese a spada tratta Del Sette. Il quale, sebbene indagato, fu rinominato da Mattarella e Gentiloni al vertice dell’Arma che doveva indagare anche su di lui e che lui era accusato di aver tradito per compiacere il Giglio Magico. Anche Vannoni e Saltalamacchia restarono ai loro posti, mentre il Pd chiese e ottenne la testa di Marroni, non indagato, ma «reo di un delitto imperdonabile: aveva detto la verità sulle talpe che l’avevano avvertito delle cimici in Consip. I bugiardi e gli indagati premiati, il testimone attendibile cacciato con ignominia, il Fatto che scriveva la verità calunniato. Questa era, secondo la Procura 'buona', la cricca dei Renzi che si era impossessata del governo. Qualunque cosa accada, nessuno la rimpiangerà».