20 agosto 2019
Aggiornato 03:30
L'Italia è sempre più diseguale

Crescono le disuguaglianze nel mondo e in Italia: perché frenano la crescita economica

Secondo il più recente rapporto Oxfam l'1% della popolazione mondiale è ricco come il restante 99%. La ricchezza mondiale si concentra sempre più nelle mani di pochi, pochissimi privilegiati e mette a rischio la crescita economica

Bill Gates è l'uomo più ricco del mondo.
Bill Gates è l'uomo più ricco del mondo. Shutterstock

ROMA – Secondo un recente rapporto Oxfam i cui dati sono stati diffusi al World Economic Forum 2017, la ricchezza posseduta dall'1% più ricco della popolazione mondiale è uguale a quella distribuita nel resto dell'umanità. E se questo dato vi lascia basiti, dovete sapere che in Italia il 5% dei più ricchi controlla oltre il 30% del reddito nazionale netto. Negli ultimi trent'anni la forbice delle disuguaglianze economico-sociali si è allargata notevolmente nelle nostre società: i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri. Ma nessuno, o quasi, ne parla. Ecco perché e a quali conseguenze potremmo andare incontro.

L'1% della popolazione mondiale è ricco come il restante 99%
Quest'anno il World Economic Forum ci costringe a fare i conti con una sconfortante verità. L'1% della popolazione mondiale è ricco da solo come il restante 99%. E' il dato allarmante che emergente dall'ultimo rapporto Oxfam e che è stato diffuso al Wef. In poche parole significa che basta il patrimonio dei primi 8 «Paperoni» del pianeta per ottenere la ricchezza detenuta da oltre 3,6 miliardi di persone. La concentrazione della ricchezza planetaria nelle mani di pochi, pochissimi procede a un ritmo impensabile fino a qualche tempo fa e nel giro di soli 25 anni potremmo trovarci di fronte al primo «trillionario», con un patrimonio superiore ai 1000 miliardi di dollari.

La ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi
Vale la pena sottolineare che non è l'ammontare della ricchezza mondiale a cambiare, ma la sua concentrazione. I ricchi stanno diventando sempre più ricchi e i poveri stanno diventando sempre più poveri. La forbice tra loro continua ad allargarsi determinando l'aumento esponenziale delle disuguaglianze economiche e sociali anche tra individui che vivono nello stesso paese. Nelle economie avanzate, infatti, le disuguaglianze sono aumentate considerevolmente negli ultimi trent'anni. Così tanto da tornare ai livelli di oltre cento anni fa, quando le società erano divise in classi economico-sociali in maniera ben più definita di oggi. In base agli ultimi dati Ocse, infatti, nel Belpaese l'1% della popolazione italiana detiene oltre il 14% della ricchezza nazionale.

Siamo il fanalino di coda per la «crescita inclusiva»
Non a caso, secondo il report del World Economic Forum 2017, l'Italia risulta essere il fanalino di coda tra i paesi avanzati per la «crescita inclusiva» (cioè la capacità di ridurre le disparità di reddito e favorire l'inclusione sociale per rafforzare la sua economia). Il Belpaese è al 27 esimo posto su 30 per quanto riguarda la classifica dell' «Inclusive Development Index». I dati più recenti confermano che le disuguaglianze sono in aumento nello Stivale, ma anche e soprattutto che sono uno dei problemi più importanti dell'economia nazionale e globale e del capitalismo contemporaneo. Ciononostante, in Italia l'argomento è ancora un tabù e non riceve l'attenzione degli economisti che invece meriterebbe.

La questione delle disuguaglianze in Italia e all'estero
All'estero, invece, le disuguaglianze sono oggetto di una crescente attenzione, sia all'interno della letteratura economica (si pensi al fatto che il libro di Thomas Piketty «Il capitale nel XX secolo» e quello di Joseph Stiglitz «Il prezzo della disuguaglianza» ad esse dedicati sono diventati dei best-seller internazionali) sia nel dibattito politico. Non a caso il candidato per la guida del Partito democratico americano, Bernie Sanders, aveva centrato tutta la sua campagna elettorale sul principio di uguaglianza e la denuncia delle disparità economico-sociali. Nel nostro paese, invece, il problema viene a malapena menzionato dai media. Forse perché costringerebbe la classe politica ad assumersi - finalmente - delle responsabilità al riguardo.

Il rovesciamento del pensiero dominante
La cortina fumogena, però, inizia lentamente a dissolversi grazie al contributo di alcuni economisti, tra i quali Mario Pianta e Maurizio Franzini che hanno dedicato un libro alla questione: «Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle». Pianta e Franzini spiegano che intervenire per invertire la tendenza in atto è più che urgente, perché in gioco c'è la crescita economica nazionale e internazionale. Infatti, sebbene a lungo il pensiero dominante abbia sostenuto che la disuguaglianza economica fosse una condizione necessaria per indurre gli individui alla competizione e all'efficienza, e stimolare così la crescita economica, ora i dati ci dicono esattamente il contrario: lo sviluppo economico è fortemente a rischio in una società disuguale.

La crescita è a rischio in una società disuguale
Questo perché non è affatto detto che i più ricchi siano anche i più meritevoli, motivati e capaci. Se l'uguaglianza delle condizioni di partenza non viene garantita a tutti i cittadini, la conseguenza è che le risorse migliori del sistema-paese possono essere inibite. Ma c' è di più. Le disuguaglianze economiche determinano la nascita di vere e proprie oligarchie di ricchi capaci di influenzare in maniera significativa anche i processi politici e sospendere de facto la democrazia. I politici nazionali non solo fanno orecchie da mercante di fronte a questi problemi, ma anzi mettono in atto politiche che favoriscono proprio l'incremento delle disuguaglianze. E' il caso dell'Italia, che secondo gli ultimi dati è attualmente uno dei paesi più diseguali e immobili (quando una ricchezza viene rigidamente mantenuta da una generazione all'altra) dell'area euro.

Perché è importante occuparsi delle disuguaglianze
Le politiche adottate dal precedente governo Renzi (in particolare mi riferisco all'abolizione delle tasse sulla casa ma non è l'unico esempio) vanno esattamente nella direzione opposta rispetto a quella che permetterebbe la riduzione delle disuguaglianze: invece di tassare i ricchi, costoro vengono alleggeriti delle imposte da pagare e in questo modo si trasferisce loro ulteriore ricchezza (con l'illusoria speranza di far ripartire l'economia nazionale grazie al loro portafogli più gonfio). Ma il celebre John Maynard Keynes ci insegna che non sono affatto i redditi più alti a sostenere i consumi dell'economia reale: sono soprattutto quelli più bassi, perché oltre un certo livello di reddito i ricchi prediligono l'accantonamento del risparmio. Per far ripartire l'economia reale sarebbe invece necessario sostenere le fasce più deboli della popolazione, quelle che sono caratterizzate da una più alta propensione al consumo. Perciò, se non dovesse bastare appellarsi all'etica e all'equità sociale per ottenere un cambio di rotta dai governi nazionali, la Politica dovrebbe almeno ricordarsi della necessità di ridurre le disuguaglianze perché in gioco c'è né più né meno che la crescita economica nazionale e internazionale.