18 gennaio 2020
Aggiornato 23:30
in italia è desaparecido

Lavoro, che fine ha fatto il salario minimo?

Nella legge delega del Jobs Act era stata introdotta una proposta per il salario minimo nazionale, poi rapidamente archiviata dal governo

ROMA – A volte ritornano. E' il caso del salario minimo, che compare e scompare dai titoli dei giornali, ciclicamente, a seconda che sia in corso o meno una campagna elettorale. Anche se adesso non ci sono elezioni all'orizzonte, vale comunque la pena caprine di più e domandarsi perché l'opposizione di turno lo sceglie come ariete per cercare di sfondare la roccaforte del governo e perché potrebbe essere un importante strumento di politica economica in grado di migliorare l'equità e l'efficienza nazionale. Leggete qui.

Che cos'è il salario minimo
Nel diritto del lavoro il salario minimo è la paga oraria, giornaliera o mensile minima che un datore di lavoro deve corrispondere – per legge – a un proprio dipendente. In Europa non esiste una legislazione uniforme in materia e ad ogni stato è data perciò la facoltà di scegliere arbitrariamente. Tra i paesi che hanno adottato il salario minimo ricordiamo la Francia, l'Ungheria, la Polonia, il Regno Unito, il Portogallo, la Grecia e la Germania; mentre in Italia non è previsto dalle leggi nazionali ed esistono soltanto le pensioni minime. C'è un sistema di minimi stabiliti dai contratti collettivi nazionali, ma questi escludono una gran parte della forza lavoro (pari a circa il 20% dei lavoratori nazionali) che coincide con le categorie più a rischio e meno tutelate dalla giurisprudenza come alcune forme di lavoro precario, parasubordinato e naturalmente il lavoro nero. Il salario minimo è un importante strumento di redistribuzione delle risorse economiche nazionali, capace anche di migliorare l'equità sociale e l'efficienza produttiva del paese, ed è per questo che viene tirato in ballo nelle faide politiche di turno. Tuttavia, può avere anche degli effetti collaterali: per questa ragione nessun governo si è mai preso la responsabilità di compiere il grande passo introducendolo nell'ordinamento nazionale.

Il livello giusto
Nella legge delega del Jobs Act era stata introdotta una proposta per il salario minimo nazionale, poi rapidamente archiviata dal governo. In realtà non si tratta di una questione irrilevante, perché secondo l'analisi dei dati Eurostat l'Italia deve fare i conti con un problema di «vuoto salariale» nient'affatto marginale per la salute dell'economia nazionale nel suo complesso: nel 2013 ben il 10% dei lavoratori era a rischio povertà, percependo un reddito inferiore del 60% rispetto a quello mediano italiano. Evidentemente esiste un problema di equità e (assenza di) giustizia sociale per quanto riguarda la retribuzione, visto che ad essere interessate dal fenomeno sono soprattutto le categorie più fragili come le donne, gli stranieri e i giovani. La legge lascia senza tutele una molteplicità di lavoratori dipendenti, ed è per questo che in Italia sarebbe necessario introdurre un salario minimo legale. Il problema, però, risiede nella determinazione del livello giusto da parte del governo.

Un'arma a doppio taglio
Un livello troppo basso, infatti, non solo sarebbe inutile, ma addirittura dannoso spingendo verso il basso le retribuzioni più alte; mentre uno troppo alto non solo potrebbe non essere sostenibile per le imprese e il tessuto produttivo nazionale, ma anche disfunzionale spingendo i lavoratori sottopagati a entrare nel limbo del lavoro nero. Il livello deve essere quindi commisurato alla produttività del lavoratore, del settore e alle condizioni dell'economia locale, e questa scelta è tanto delicata quanto cruciale. Puntare sull'introduzione di un salario minimo significa adottare una strategia lungimirante capace anche di far aumentare l'occupazione e migliorare l'economia nazionale: scegliendo la via della competizione internazionale tra le imprese in questo modo non si gioca più al ribasso sui costi del lavoro ma si scommette su una crescita fondata sull'efficienza.

Cosa non fare e cosa fare per migliorare lo status quo
Un paio di annotazioni. Sarebbe sbagliato non tenere conto delle diversità regionali, locali e imprenditoriali. E' evidente che esistono differenze sostanziali tra le attività economiche che si svolgono nel nord del paese e quelle che si trovano al sud, come anche tra le varie produzioni: uno stesso salario minimo nazionale rischia di avere effetti collaterali devastanti per l'economia italiana nel suo complesso, spingendo al ribasso le remunerazioni più elevate e verso il lavoro nero quelle che non raggiungono il minimo legale. Sarebbe quindi opportuno partire con delle «sperimentazioni», magari per regioni e settori produttivi con caratteristiche simili. Inoltre, non si tratta di togliere diritti a chi ha già una condizione lavorativa privilegiata, ma di assicurare una tutela adeguata a quel 20% che attualmente ne è privo: sarebbe perciò opportuno cominciare con quelle categorie che restano attualmente escluse dai minimi della contrattualistica nazionale, lasciando immutati gli altri contratti collettivi: affinché questa importante riforma non assomigli al passo del gambero, finendo col ridurre lo stipendio a chi (buon per lui) ce l'ha già dignitoso.