14 ottobre 2019
Aggiornato 03:00
Il marchio è anglo olandese, ma il lavoro è tricolore

L'industria dell'auto ricomincia a parlare italiano

Fine della cassa integrazione, 1500 nuovi occupati e nuovi modelli: da Detroit Sergio Marchionne lascia partire un raggio di sole all'indirizzo dell'ex Fiat. E rimette in pista l'Alfa Romeo.

ROMA - La leggenda vuole che il mitico Henry Ford, il capostipite della casa automobilistica americana, avesse pronunciato queste parole: «Tutte le volte che vedo passare un’Alfa Romeo sulla strada mi tolgo il cappello».

Gli americani di oggi, quando l’ «Alfa» tornerà a sbarcare nuovamente al di là dell’oceano, non si toglieranno il cappello come mister Ford, ma ci sono buone probabilità che si gireranno a guardarla.

Questo è quello che ha promesso al salone dell’auto che si sta svolgendo a Detroit, Reid Biglad, l’uomo «Alfa» per gli Stati Uniti designato da Sergio Marchionne.

Il rilancio negli Usa dello storico marchio italiano, che nei suoi anni più bui fu acquistata dall’avvocato Agnelli dallo Stato al prezzo di una lira, è una delle costole portanti del progetto che da qui al 2018 Sergio Marchionne ha messo in campo per garantire alla ex Fiat, ora diventata Fca, un posto al sole fra le gradi firme dell’industria automobilistica internazionale che riusciranno a restare sul mercato.

Come l’ex star del campionato industriale italiano, ora emigrata in lidi fiscali e giuridici più accoglienti, sia tornata a vedere rosa nel suo futuro lo sappiamo tutti. Il progetto Marchionne parte infatti da lontano ed è dovuto passare sotto molte forche caudine. Ne sanno qualcosa soprattutto le tute blu che hanno dovuto passare anni di inferno fra cassa integrazione e perdita del posto di lavoro.

A Detroit, per la prima volta, dopo anni di sconforto, Sergio Marchionne finalmente ha potuto esibire risultati concreti e non solo promesse. Oltre al rilancio dell’Alfa Romeo l’amministratore delegato ha infatti messo sul piatto la fine della cassa integrazione nel gruppo, l’assunzione di nuovi 1500 dipendenti e il ritorno all’impiego delle macchine di Cassino e Mirafiori.       

«Che nessuno canti vittoria- ha subito gettato acqua sugli entusiasmi la Fiom di Landini- Davanti ai 5 mila posti persi, i nuovi 1500 posti, per di più per ora solo precari, rappresentato poco più di un contentino».

Sul piano dei numeri al sindacato di Landini non si può dare torto. Ma onestà intellettuale, e anche capacità sindacali non accecate da una mentalità da autunno caldo, vorrebbe che oggi, chi ha guardato al progetto Marchionne come ad un volgare assalto al lavoro, guardi ha quanto ha fatto quest’uomo, che ha il pregio di non celare dietro una diplomazia di comodo l’alto grado di antipatia di cui lo ha fornito madre natura, sulla  base delle condizioni di partenza e sui risultati raggiunti a metà del suo percorso.

Sulle condizioni della Fiat al momento dell’arrivo di Marchionne ci sono due prove che una Corte di Cassazione non esiterebbe a definire incontrovertibili.

Primo, la General Motors, pur di non onorare un accordo che l’ avrebbe costretta ad accollarsi il ferro da stiro torinese, pagò una penale di circa tremila miliardi di vecchie lire.

Secondo, Margherita Agnelli, figlia ed erede diretta dell’Avvocato, accettò di vendere per un tozzo di pane al figlio John la sua quota di quella Fiat che ormai considerava destinata al macero. E da allora madre e figlio, non a caso, si parlano solo attraverso gli studi legali.

Da quei tempi molta acqua è passata sotto i ponti. Fra le tante disgrazie è arrivato quel regalo di Obama, poi regolarmente ripagato dalla Fiat, che si chiama «Chrysler».  Ma soprattutto è andato avanti, senza mai fermarsi, quel progetto al quale hanno creduto solo due sigle sindacali, la Cisl e la Uil. Mentre la Cgil ha continuato a giudicare Marchionne come un venditore di fumo dedito unicamente a fare cassa.

A questo punto, però, sarebbe giusto che gli avversari del manage italo-canadese gli riconoscessero che aveva promesso che avrebbe rimesso in movimento gli impianti delle fabbriche italiane, e lo sta facendo. Che aveva assicurato che avrebbe restituito al lavoro italiano il primo raggio di sole vero dopo anni di depressione, e lo sta facendo. .

Nessuno può dimenticare che il «canadese» ha anche portato la Fiat a Londra e ad Amsterdam. Che nel mentre, come ricorda la Fiom, si è perso per strada 5 mila operai.

Ma qualcuno è in grado, «tecnicamente e non a chiacchiere» ,di sostenere che si sarebbe potuto fare diversamente e di più?

Infine a Marchionne si deve il coraggio di avere deciso di mettere la faccia su quella lotteria che si chiama Formula uno. Dopo quello che ha detto di Montezemolo, si può infatti facilmente immaginare cosa gli rimprovereranno gli amici dell’ex presidente della Ferrari, se la Rossa continuerà ad essere affumicata dal tubo di scappamento della Mercedes.

Insomma da oggi, e per quelle decisioni che ha preso, al maglioncino di Marchionne potremo guardare come meno antipatia di quella che ispira a piene mani.

Se poi, come sarebbe giusto, lasciasse al paese che l’ha espresso quel frutto dell’ingegno italiano di nome Ferrari, chissà che non finisca anche per esserci un po’ simpatico. Suo malgrado, naturalmente.