8 dicembre 2019
Aggiornato 18:30
Strage di via D'Amelio

Borsellino e la strage di via D'Amelio, la figlia: «25 anni di schifezze e menzogne, ho prove inconfutabili»

25 anni fa un’autobomba piazzata in via D’Amelio uccise il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi e Vincenzo Li Muli. Oggi lo sfogo della figlia Fiammetta: «Manovre per occultare la verità»

PALERMO - 25 anni. 25 lunghissimi anni, ma che sembrano ieri, da quando il pomeriggio del 19 luglio 1992 un’autobomba piazzata in via D’Amelio uccise il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi e Vincenzo Li Muli. 57 giorni dopo la strage di Capaci, in cui morì il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie e tre agenti di scorta. Un attentato mafioso, certo, ma i cui contorni restano tutt’ora avvolti dal mistero. Un iter giudiziario tra i più ingarbugliati di sempre, con dieci processi, condanne, ergastoli, assoluzioni e revisioni; imputati finiti al 41-bis ingiustamente, pentiti «finti» e collaboratori di giustizia «veri», che con le loro parole hanno disegnato lo scenario in cui il giudice Borsellino agiva. Ma 25 anni dopo ancora molti aspetti della vicenda restano oscuri.

Tutti sapevano, e Borsellino aveva "fretta"
Quel giorno, 25 anni fa, era nell'aria che Borsellino sarebbe morto. Come raccontato da molti cronisti dell'epoca, i giornalisti che frequentavamo il «Palazzaccio» lo sapevano, così come i palermitani, che ne parlavano liberamente nei bar e nei "salotti". Lo sapeva anche lui, Borsellino, che ne parlò apertamente, ossessionato dal timore di non riuscire «a fare in tempo». «Ho fretta», continuava a ripetere a tutti: «Devo fare in fretta». Diceva che aveva «compreso», senza andare oltre: «Io sono teste e al più presto dovrò andare a testimoniare presso l’autorità giudiziaria competente». Evidentemente aveva capito qualcosa di grosso, soprattutto su Falcone e su chi, e cosa, intralciava il loro lavoro. Aveva chiaro che la strage di Capaci era stata un avvertimento, di natura preventiva, e che Cosa Nostra e gli «amici con l’abito grigio» «temevano che Falcone potesse tornare a fare il magistrato». Aspettava di essere chiamato dal procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, titolare delle indagini sulla strage di Capaci. Ma in quei 57 giorni, tra Capaci e via D’Amelio, la chiamata non arrivò mai, e Borsellino non riuscì a riferire, "in tempo", all’autorità giudiziaria ciò che sapeva su Capaci. 

Lo sfogo della figlia Fiammetta: "Manovre per occultare la verità"
Oggi, nel giorno del ricordo con tante iniziative in programma, arriva dalle pagine del Corriere della Sera lo sfogo della figlia. Stavolta il suo 19 luglio non lo passa a Pantelleria, lontana dai riflettori, per ricordare il padre con una messa solitaria nella chiesetta di contrada Khamma. Perché Fiammetta Borsellino, dopo l'ospitata da Fazio e da Ruotolo, si prepara oggi a una audizione in Commissione antimafia, a Palermo. Per tuonare contro «questi 25 anni di schifezze e menzogne». "Consegnerò inconfutabili atti processuali dai quali si evincono le manovre per occultare la verità sulla trama di via D’Amelio», spiega la più piccola dei tre figli del giudice Borsellino, 44 anni. Si riferisce ai quattro processi di Caltanissetta? le chiede il giornalista del Corriere Felice Cavallaro: «Questo abbiamo avuto: un balordo della Guadagna come pentito fasullo e una Procura massonica guidata all’epoca da Gianni Tinebra che è morto, ma dove c’erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo, altri...». "Mio padre - continua - fu lasciato solo in vita e dopo. Dovrebbe essere l’intero Paese a sentire il bisogno di una restituzione della verità. Ma sembra un Paese che preferisce nascondere verità inconfessabili».

Neanche l'esame del Dna
Di Matteo, il pm della «trattativa», era giovane allora. «So che dal 1994 c’è stato pure lui, insieme a quell’efficientissimo team di magistrati. Io non so se era alle prime armi. E comunque mio padre non si meritava giudici alle prime armi, che sia chiaro». Ai magistrati in servizio al momento della strage di Capaci Fiammetta rimprovera "di non avere mai sentito mio padre, nonostante avesse detto di volere parlare con loro». «Dopo via D’Amelio, riconsegnata dal questore La Barbera la borsa di mio padre pur senza l’agenda rossa, non hanno nemmeno disposto l’esame del Dna. Non furono adottate le più elementari procedure sulla scena del crimine. Il dovere di chi investigava era di non alterare i luoghi del delitto. Ma su via D’Amelio passò la mandria dei bufali».

Perché gli negarono la delega sugli appalti?
«A mio padre", prosegue, "stavano a cuore i legami tra mafia, appalti e potere economico. Questa delega gli fu negata dal suo capo, Piero Giammanco, che decise di assegnargliela con una strana telefonata alle 7 del mattino di quel 19 luglio. Ma pm e investigatori non hanno mai assunto come testimone Giammanco, colui che ha omesso di informare mio padre sull’arrivo del tritolo a Palermo...». Giammanco o altri non si sono fatti vivi con la famiglia di Borsellino. «Nessuno si fa vivo con noi. Non ci frequenta più nessuno. Né un magistrato. Né un poliziotto. Si sono dileguati tutti. Le persone oggi a noi vicine le abbiamo incontrate dopo il ’92. Nessuno di quelli che si professavano amici ha ritenuto di darci spiegazioni anche dal punto di vista morale. E con la morte di mia madre, dopo che hanno finito di controllarci, questo deserto è più evidente».

Dopo Fazio tutti zitti
Fiammetta lamenta anche il totale silenzio attorno a lei dopo l'ospitata in tv da Fabo Fazio. "Dopo la mia esternazione non c’è stato un cane che mi abbia stretto la mano. Fatta eccezione per alcuni studenti napoletani e Antonio Vullo, l’agente sopravvissuto in via D’Amelio. Grande la sensibilità di Fazio. Ma nelle due ore successive mi sono seduta e ho ascoltato. Non sono Grasso che arriva - conclude - fa l’intervento e va. C’erano giornalisti, uomini delle istituzioni, intellettuali palermitani. Da nessuno una parola di conforto».

Le celebrazioni oggi
Intanto, oggi, nonostante i troppi silenzi, sono numerosi gli eventi in programma per ricordare il sacrificio del magistrato e dei suoi «angeli» di scorta. In città sarà presente il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, che sarà prima in via D’Amelio e poi alla scuola Falcone dello Zen, dove pochi giorni fa un raid vandalico ha distrutto la statua dedicata al giudice ucciso il 23 maggio 1992; così come sarà in città anche la presidente della Commissione nazionale Antimafia Rosi Bindi che onorerà i magistrati tra le altre cose con un minuto di riflessione al Giardino della memoria di Ciaculli. Alle 16,58, orario della strage, via D’Amelio si raccoglierà in silenzio per ricordare il giudice, quindi alle 20,30 sarà la volta della fiaccolata tradizionale che attraverserà via Libertà, via Autonomia Siciliana e arriverà in via D’Amelio dove verrà deposto un tricolore e intonato l’inno nazionale. Le Agende rosse in mattinata organizzano la salita a Castello Uveggio e due dibattiti in via D’Amelio nel pomeriggio. Paolo Borsellino sarà ricordato anche in tv, con la fiction «Paolo Borsellino – Adesso tocca a me», che ricostruisce i 57 giorni che separarono le due stragi.