9 dicembre 2019
Aggiornato 00:00
Governo Gentiloni

Il primo dilemma di Gentiloni: o le elezioni o il referendum sul Jobs act

Dopo che la Cgil ha raccolto 3,3 milioni di firme, gli italiani saranno chiamati alle urne per cancellare la riforma del Lavoro varata da Renzi tra il 15 aprile e il 15 giugno prossimi, a meno che non cada l'esecutivo

ROMA – Nuovo referendum in vista, questa volta per abolire una delle riforme già approvate dal governo Renzi: il Jobs act. La Cgil infatti ha raccolto ben 3,3 milioni di firme per chiedere di chiamare alle urne gli italiani e una volta che la corte Costituzionale si pronuncerà sul quesito (l'11 gennaio), che non dovrebbe presentare dubbi di legittimità, si dovrebbe andare al voto in una data compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno prossimi.

L'ipotesi elezioni
Il condizionale è d'obbligo però, perché il referendum potrebbe essere rinviato per un'altra chiamata degli italiani alle urne: le elezioni politiche per eleggere, finalmente, un nuovo governo. Questo farebbe slittare il referendum di un anno. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, rispondendo a chi gli chiedeva un'opinione sull'ipotesi di andare alle elezioni prima del referendum sul Jobs act ha detto: «Mi sembra che l'orientamento prevalente sia quello di andare al voto presto». La Cgil ha promosso il referendum con gli obiettivi dichiarati di ripristinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, cancellare i voucher che per il sindacato sono diventati il nuovo precariato e ripristinare la responsabilità in solido di appaltatore e appaltante, in caso di violazioni nei confronti del lavoratore.

La soluzione Damiano
La questione Jobs act, che ha già deteriorato i rapporti fra Cgil e i renziani del Partito democratico, è stata riproposta in assemblea Pd da Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro: «Attenzione, è un problema enorme da non sottovalutare. Sui voucher il problema si può risolvere tornando alla legge Biagi e dando ai voucher carattere occasionale e accessorio. Molto più difficile evitare il referendum sull’articolo 18 - ha spiegato - ma non possiamo stare fermi quando i dati Inps indicano una crescita dei licenziamenti, soprattutto di quelli disciplinari».

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Confindustria promuove il Jobs act
Intanto da Confindustria continuano a elogiare la riforme del mercato del lavoro varata da Renzi: «Con l'istituzione transitoria della decontribuzione sulle assunzioni a tempo indeterminato (da gennaio 2015) e l'introduzione del contratto a tutele crescenti (da marzo 2015) si è osservato un cospicuo aumento dell'occupazione a tempo indeterminato che ha trainato la crescita dell'occupazione totale», ha scritto il Centro Studi di Confindustria negli ultimi Scenari Economici. Dati alla mano, gli economisti di Confindustria hanno ricordato che dell'aumento dell'occupazione dipendente registrato nel corso del 2015 (+287mila unità in un anno) circa l'84% è avvenuto con contratti a tempo indeterminato; degli aggiuntivi 220mila posti di lavoro dipendente dei primi 9 mesi del 2016, quasi i due terzi sono a tempo indeterminato.

Boccia: «Se arriva il referendum cosa accade? Io imprenditore attendo e non assumo»
Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha espresso la sua opinione sul Job act: «Abbiamo fatto il Jobs act e adesso se arriva il referendum cosa accade? Io imprenditore attendo e non assumo. Questi sono i capolavori italiani dell'ansietà e dell'incertezza totale e i motivi per cui gli imprenditori italiani sono i più bravi al mondo perchè vivono in condizioni perenni d'incertezza». Secondo Boccia, «se noi non prendiamo posizioni su alcune cose, l'ansietà del sistema Paese, di giorno in giorno, aumenta, i consumatori non consumano, gli investitori attendono e questo è un problema».