12 novembre 2019
Aggiornato 21:30

Caso Azzollini, Renzi fa giustizia solo quando gli conviene

Il Partito democratico ha deciso di consegnare all'arresto il senatore indagato. Ma il sottosegretario Castiglione, anche lui sotto accusa, resta al suo posto. Altrimenti Alfano avrebbe fatto cadere il governo...

ROMA – A questo punto la vecchia immunità parlamentare potrebbero anche abolirla del tutto. Oggi si chiama richiesta di autorizzazione a procedere, da quando Mani pulite svelò che questo privilegio, voluto dai padri costituenti per riequilibrare i poteri, era diventato nel tempo uno scudo con cui coprire ogni sorta di malaffare. E vale solo per alcuni momenti dell'indagine, come l'intercettazione telefonica o, nel caso di Antonio Azzollini, addirittura l'arresto. Peccato che anche questo istituto sia degenerato, fino a trasformarsi nell'ennesima presa in giro tipicamente italica. I parlamentari dovrebbero limitarsi a valutare che non sussista fumus persecutionis da parte dei magistrati nei confronti dell'eletto indagato. Invece, servi di una politica che non conduce più l'opinione pubblica ma la cavalca, decidono la vita o la morte del loro collega sulla base di come tira il vento. Azzollini, per quanto ne sappiamo, potrebbe essere innocente o il peggior mariuolo. Ma come poteva la sua sorte essere stata già decretata dal Pd prima ancora di leggere le carte? Sentendo il suo elettorato che pretendeva la testa di un altro membro della casta, ecco come.

Ma Castiglione non si tocca
In compenso il sottosegretario Giuseppe Castiglione che, sempre per quanto apprendiamo dalle indiscrezioni giornalistiche, pare trovarsi in una situazione ancor più delicata di quella di Azzollini nell'inchiesta sul centro immigrati di Mineo, lui invece può restare al suo posto. Il motivo, anche in questo caso, è squisitamente politico: se cade Castiglione cade Alfano, e se cade Alfano cade il governo Renzi. Proprio come aveva fatto intendere nientemeno che quel Salvatore Buzzi di Mafia capitale. Insomma, abbiamo un ministro degli Interni a capo di un partito, il Nuovo centro destra, di cui uno dei maggiorenti è accusato di avere fatto i soldi sul business degli immigrati. Basterebbe questo, in un paese normale, per far dimettere non solo Castiglione, ma anche lo stesso Alfano.

Arriva il salvagente anche per De Luca
Invece così non è, perché questo Partito democratico si scopre garantista o giustizialista a corrente alternata, in base alle sue convenienze. Sul caso Castiglione, poi, si è consumato quello che ha tutta l'aria di essere un vero e proprio do ut des politico. Il ministro degli Interni, infatti, avrebbe potuto (forse anche dovuto) sospendere il neo eletto presidente campano Vincenzo De Luca un secondo dopo la sua proclamazione, per via della ben nota legge Severino. Invece, ha deciso di attendere che questi possa nominare un suo vice, che lo sostituisca nel periodo di sospensione. In caso contrario, si sarebbe creato un immediato vuoto di potere che avrebbe portato la Campania a nuove elezioni e, quindi, a un'inevitabile sconfitta del Pd. Che Alfano, in cambio di questo favore, abbia chiesto di non toccare Castiglione? Il dubbio è quantomeno lecito. E poi il problema sarebbe Ignazio Marino...