19 ottobre 2019
Aggiornato 23:30

Fassina passa dall'opposizione interna a quella esterna

L'ex sottosegretario all'economia nel criticare Renzi ormai usa il linguaggio e gli argomenti propri dell'opposizione più radicale. Poi passa alla denuncia: «Renzi vuole portarci alle elezioni anticipate».

ROMA - Ha ragione Roberto Benigni, che intervistato da Massimo Giannini nella puntata di esordio del nuovo Ballarò, alla domanda se gli sembrava che il Partito Democratico fosse in qualche modo scomparso ha risposto: «Speriamo di no, sarebbe un guaio se sparisse l'unico partito di opposizione al governo di Renzi». Come spesso accade a chi fa discendere l'ironia e la satira da un diverso, e più penetrante, angolo visuale nell'osservare quanto accade intorno a noi, quello che nasce come strumento per spingere al riso finisce spesso per trovare puntuale riscontro nella realtà.

FASSINA E IL PARADOSSO DI BENIGNI - Il paradosso di Benigni, che sia il partito di cui è segretario l'unica opposizione a fargli la guerra, trova infatti ogni giorno di più conferma nelle affermazioni fortemente critiche dei compagni di partito di Renzi. C'è un codice non scritto, ma rigorosamente rispettato nel linguaggio giornalistico, per classificare il grado di avversione contenuto in una affermazione: nel caso di antagonismo manifestato contro personaggi che fanno parte dello stesso gruppo o partito la formula usata è «il tizio ha avanzato una critica». Invece, se si tratta di avversari la formula diventa: «il tizio ha presentato una denuncia».

RENZI PUNTA SOLO ALLE ELEZIONI - Ecco, nel caso delle ultime esternazioni di Stefano Fassina nei confronti di Matteo Renzi l'anomalia è che pur convidendo ancora lo stesso tetto del premier, l'ex sottosegretario all'economia è passato decisamente dalla "critica» alla «denuncia». Nè potrebbe essere classificati diversamente i toni usati da Fassina in una intervista rilasciata praticamente nello stesso momento in cui il presidente del Consiglio, e suo compagno di partito, saliva la scaletta dell'aereo che lo avrebbe portato al di là dell'oceano, prima tappa San Francisco. "Ogni giorno Renzi indica nemici perché è in grave difficoltà sulla legge di stabilità e deve parlare d'altro. Ma così fa precipitare tutto. E il rischio del voto in primavera si fa concreto», questa la denuncia di Fassina. Finora solo l'opposizione più dura, dal Sel al Movimernto5Stelle, si era spinta a sostenere che tutto il polverone sollevato dal Premier sull'articolo 18 non abbia altro scopo che spingere il Paese verso elezioni anticipate. L'obiettivo, secondo questo disegno, sarebbe la volontà di Renzi di sbarrazzarsi per via popolare della minoranza interna per poi riformare finalmente a sua immagine e somiglianza il Partito Democratico.

POLETTI NON TENTI LA VIA DEL DECRETO - Fassina si scaglia anche contro il Ministro del Lavoro, Poletti, che in più di una occasione ha annunciato di essere pronto a presentare un decreto, qualora non si giungesse ad una soluzione condivisa nella modifica dell'articolo 18: «È un modo singolare di affrontare i problemi. Del resto il segretario del partito ha riunito la direzione solo dopo il voto della commissione del Lavoro in Senato sul jobs act. Prima il capo decide, poi fa la riunione in streaming per farsi acclamare", afferma Fassina che a proposito della proposta del governo spiega: "L'emendamento del governo sul lavoro toglie diritti ad alcuni senza migliorare la posizione di tutti gli altri. La legge delega non prevede il disboscamento della giungla di contratti precari, se non in modo eventuale. Poi c'è la possibilità del demansionamento dei lavoratori. Senza dimenticare la riforma degli ammortizzatori sociali: nella legge c'è scritto che deve avvenire a risorse invariate. Significa redistribuire soldi già insufficienti a una platea molto più larga».

E' LA CORRUZIONE IL NEMICO DEL LAVORO - Fassina se la prende anche con i giornalisti: «Sull'articolo 18 - dice -sto leggendo articoli ed editoriali imbarazzanti. Gli investitori stranieri rimangono lontani per l'assenza di domanda o per altri problemi cronici come la corruzione, la pressione fiscale e i tempi troppo lunghi della giustizia. L'articolo 18 non c'entra nulla».