5 dicembre 2019
Aggiornato 18:30

Il Qatar finanzia tutti i terroristi del mondo? No, il Qatar è il padrone del mondo

Sei paesi, tutti campioni della democrazia e della lotta al terrorismo, accusano il Qatar di sostenere un po' tutti i gruppi terroristi islamici globali. Menzogne? Sicuramente no: ma il problema è ancora più vasto e grave

DOHA - 335 miliardi di dollari pronti per qualsiasi investimento in ogni parte del mondo, preferibilmente in Europa: è la disponibilità in contanti del Qatar. Questa è la vera artiglieria pronta all’uso che la petromonarchia del Golfo Persico, l’arma di distruzione economica di massa che fa tremare il mondo. Un paese che affonda le fondamenta delle sue città nel petrolio e nei soldi, portatore di una cultura fondata sul primato dello sperpero e dell'ipocrisia. Eppure è il nuovo farò dell'occidente, la mecca di un turismo assurdo - Il Qatar è un paese che, dato il clima e l'ambiente invivibile, oltre ai templi del consumo non offre nulla - simbolo di una nuova felicità. E, da oggi, anche un paese accusato di finanziare il terrorismo globale. Il Qatar è ufficialmente un paese che "sostiene il terrorismo». Lo scopriamo ieri mattina, dopo che paesi campioni della democrazia – e della lotta al terrorismo – hanno deciso che tra loro e l’emirato più potente, e ricco, del mondo esiste un solco morale invalicabile. Arabia Saudita, Egitto, Bahrein, Emirati Arabi, Yemen e, addirittura, Maldive hanno interrotto tutti i canali diplomatici e commerciali con il Qatar,  in quanto «aiuta i gruppi armati iraniani, l’Isis, i Fratelli musulmani, al Qaeda». L’accusa è piuttosto semplice: il Qatar fomenta e finanzia tutti i gruppi terroristici islamici del mondo. Perfino quelli iraniani. Questo è un passaggio spericolato perché o si tratta di una bugia inventata lì per là pur di infierire un danno ai nemici storici dell’Iran, oppure siamo di fronte ad un contesto dove il Qatar sostiene gruppi fra loro opposti. L’Isis e l’Iran sono contrapposti su tutto e si confrontano sul campo militarmente in Siria, nel Rojava kurdo, nonché in Iraq. Oppure, più prosaicamente, l'accusa dei sei paesi campioni della democrazia e della civiltà dovevano far contenti i media occidentali, così hanno buttato nel mucchio anche l'Isis e Al Qaeda.

Perché accade ciò?
I sei paesi che hanno fatto il grande passo dunque mentono? Ovviamente no, ed è bene sottolineare il fatto che dietro il terrorismo ci sia la presenza degli emiri integralisti del Qatar è oggetto di ampia analisi fin dal 2001. Sono state, dunque, svuotate tutte le ambasciate e interrotte le relazioni diplomatiche, chiuse perfino le rotte aeree e navali. Dimentichiamo, ovviamente, l’erompere dei buoni sentimenti e il rinsavimento da parte dei vari monarchi islamici che hanno deciso, da un giorno all’altro, di combattere contro il terrorismo. La ragione vera, intrisa di quel fanatismo intrareligioso che connota l’islam – non tutto, ovviamente – risiede nel mancato allineamento di Doha al blocco sunnita, soprattutto sulla questione iraniana. In una intervista rilasciata all’agenzia La Presse, Valeria Talbot, responsabile del Programma Mediterraneo e Medioriente dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), dice: "La ragione principale è il sostegno al terrorismo, ma la seconda motivazione è il mancato allineamento del Qatar agli altri Paesi del Golfo sulla questione iraniana. All'emiro del Qatar alcune settimane fa sono state attribuite dichiarazioni per l'appunto non allineate, poi smentite e definite dei falsi dalla casa regnante. Di fatto la posizione di Doha sull'Iran è più defilata rispetto alle altre monarchie dei Golfo. Poi, c'è stata la visita del presidente americano Donald Trump, che ha dato un forte endorsement al potere sunnita contro l'Iran e l'Arabia Saudita è forte di questo sostegno. É difficile, tuttavia, che gli Usa vedano con favore questa spaccatura, le tensioni regionali non giovano loro. Il Qatar poi è anche sede della base militare CentCom americana, quindi per Washington le conseguenze sono rilevanti".

Indebolire il sotegno del Qatar all'Iran
L’intento quindi, evidentemente, è quello di indebolire il «sostegno» del Qatar all’Iran, soprattutto sul piano economico: i due paesi stanno cooperando allo sfruttamento di immensi giacimenti di petrolio che potrebbero risultare concorrenziali perfino con gli oceani di oro nero detenuti dai sauditi. Inoltre, come sempre, l’Arabia Saudita combatte la sua guerra per l’egemonia religiosa contro lo sciismo iraniano e siriano, e in parte anche iracheno, aggredendo e isolando chiunque osi porre ostacoli al wahabismo-sunnismo. Non solo: il Qatar, nella crisi libica, sostiene le milizie che si oppongono al generale Haftar, l’uomo forte anti governativo, che invece riceve armi e finanziamenti dall’Arabia Saudita (e dalla Francia). Un altro punto di frizione, che ha portato alla rottura. In definitiva ciò di cui è accusato il Qatar è di finanziare tutti i terroristi e non solo i terroristi simpatici all’Arabia Saudita. Un doppio gioco evidente nella penisola egiziana del Sinai, in Libia, ed in Yemen. Da qui, la decisione di rompere.

Ricchezza senza limiti
Da dove arriva la smisurata ricchezza degli emiri del Qatar? In primis da un’economia petrolifera, che però negli ultimi tempi sta vivendo un processo di diversificazione molto potente. L’enorme quotazione del prezzo del greggio degli anni passati ha portato ad un afflusso di capitali senza precedenti, creando così una massa monetaria , in dollari, pronta ad essere investita in occidente. Si tratta di riciclaggio di denaro ottenuto da un monopolio naturale. Occasione che i potenti circoli petrofinanziari non si sono lasciati sfuggire: così, oggi, quello che viene considerato uno stato che finanzia il terrorismo che colpisce le nostre città, è la mecca dei governi occidentali assetati di investimenti dall’estero. Tutto ciò non provoca alcun imbarazzo, perché si chiama globalizzazione nel 2017, ma fa riferimento ad un antico adagio romano, che tutti conoscono: «Pecunia non olet». Così, attraverso un fondo sovrano – il Qatar Investment Authority (QIA) -  quindi statale, hanno inondato il mondo con dollari ed euro, piovuti dall’occidente. Una partita di giro che ha reso il Qatar il paese con il reddito pro capite più elevato del pianeta, ed ha fatto percolare liquidità verso il jihadismo globale. In dieci anni il QIA ha investito la stratosferica cifra di 316 miliardi di euro in beni acquisiti in tutto il mondo, e il suo fondo sovrano è diventato il 14esimo più ricco del pianeta, stando al Sovereign Wealth Fund Institute. Una cifra pari a un quinto dell’intero debito pubblico italiano.
Il Qatar ha un'estensione territoriale pari a quella dell'Abruzzo.

Tutti gli "acquisti" del Qatar
Solo un mese fa Il governo del Qatar ha deciso di investire, ne prossimi cinque anni  sei miliardi di euro, nel Regno Unito. «Il Qatar ha grande fiducia nel Regno Unito, e questa fiducia verrà dimostrata con gli investimenti aggiuntivi che compiremo nei prossimi dieci anni», ha detto il primo ministro del Qatar. Il 90% del gas utilizzato sempre in Gran Bretagna è importato dal Qatar. I soldi giunti nella banca Barclays durante la grande crisi del 2008 ammontano a venti miliardi di dollari. Il QIA è il principale azionista della casa automobilistica tedesca Volkswagen, a Milano ha in mano il nuovo quartiere dei grattacieli, case di moda globali tra cui il gruppo Valentino Fashion Group, squadre di calcio -  in primis il Paris Saint Germain e notevole peso ha nel Barcellona – una quota della società spagnola El Corte Inglés, la più grande catena di grandi magazzini dell’Europa occidentale. Sono i padroni di Harrods a Londra, QIA è il maggior azionista di J Sainsbury, un’importante catena di supermercati britannica. Nel 2012 hanno comprato una quota del 20 per cento dell’aeroporto londinese di Heathrow, mentre l’anno scorso Qatar Airways ha scalato fino al 20 per cento la sua quota nella società proprietaria di British Airways, IAG SA. Senza dimenticare che nel 2022 il Qatar ospiterà i mondiali di calcio più assurdi della storia: giocati con un temperatura di cinquanta gradi centigradi dentro impianti totalmente condizionati. Una follia energetica ed ambientale che però non viene criticata da tutti gli ambientalisti che oggi, giustamente, attaccano la scelta di Donald Trump di uscire dai, per altro fumosissimi, accordi sul clima di Parigi. Pecunia non olet, ora e sempre. 

Occidente in mano ai petrodollari dei terroristi?
E cosa dire, in chiusura, dell’impero mediatico di Al Jazeera? Si fa prima a dire dove non si siano giunti i tentacoli finanziari del Qatar: in Cina. L’impero del Sol Levante ha sì comprato gas naturale per miliardi di dollari, ma al momento ha impedito lo sbarco dei petrodollari qatarioti. La Cina, come noto, è per il libero commercio ma solo relativamente all’esportazione dei suoi beni di consumo prodotti in regime di semi schiavitù. Cosa significa questa immensa mole di investimenti, come si possono valutare? Si tratta, ovviamente, del lato oscuro della globalizzazione: una vorticosa partita di giro che porta alla spoliazione delle ricchezze nazionali. Non è necessario essere degli economisti – anzi, in questi tempi di fanatismo neoliberista è l’unica condizione per giungere a conclusioni alternative – per non notare che, come con il principio del vasi comunicanti, mentre la petromonarchia del Qatar diventava straricca, l’occidente, in particolare la classe media e lavoratrice, si impoveriva. La globalizzazione economica centrata sull’effetto dumping, vale per l’Asia come per le petromonarchie del Golfo, non è un gioco matematico a somma zero, o addirittura positiva. C’è chi guadagna e chi perde: noi, al di là di ogni ragionevole dubbio, ci perdiamo. Non solo: è una limitazione degli interessi geostrategici occidentali. Legati mani e piedi ai ricchi investimenti del Qatar, non è nemmeno possibile protestare quando la deriva terroristica giunge ad esplicite accuse da parte di altri paesi. In una contorsione morale, e mortale, si combatte la guerra al terrorismo con una mano mentre con l’altra gli si passano armi e denaro. E non si può fare diversamente perché i rubinetti del denaro del Golfo potrebbero chiudersi da un secondo all’altro. Non solo: Washington ha in Qatar la grande base militare di Al-Udeid, costruita in funzione anti-iraniana. Quindi il segretario di Stato Rex Tillerson ha invitato alla moderazione e alla pace. Un rompicapo da cui non si può uscire, almeno fino a quando perdurerà il ricatto petrolifero dei paesi arabi sull’occidente.