27 giugno 2017
Aggiornato 07:00
Hollande, Merkel, Gentiloni, Rajoy

Versailles, l'illusione dell'Europa «a più velocità» per evitare l'inevitabile

I leader di Germania, Francia, Italia e Spagna hanno deciso: sarà un'Ue a più velocità a salvare la nave europea dal naufragio. Ma le tante incognite fanno pensare che la cosa non funzionerà.

Lo spagnolo Mariano Rajoy, la tedesca Angela Merkel, il francese Francois Hollande, l'italiano Paolo Gentiloni.
Lo spagnolo Mariano Rajoy, la tedesca Angela Merkel, il francese Francois Hollande, l'italiano Paolo Gentiloni. (EPA/MARTIN BUREAU / POOL MAXPPP OUT)

VERSAILLES - Sono trascorsi solo alcuni giorni da quando un rassegnato Jean-Claude Juncker elencava le cinque rotte che la nave europea, nel bel mezzo della tempesta, potrebbe seguire di qui a breve: lo status quo, con progressi ai margini; una riorientamento dell’Europa sul solo mercato unico; una Europa delle varie velocità e dei cerchi concentrici per chi vuole avanzare più rapidamente verso una maggiore integrazione; una Unione che si concentra solamente su alcuni ambiti per essere più efficiente; e infine uno scenario di integrazione politica spinta a 27. Poche ore più tardi, in occasione del vertiche di Versailles, il responso è arrivato: lo «zoccolo duro» dell'Ue, rappresentato dai leader di Germania, Francia, Italia e Spagna, optano per la soluzione a «più velocità», quella che Angela Merkel aveva ventilato giorni fa, salvo poi fare marcia indietro dopo l'incontro con il numero uno della BCE Mario Draghi.

Quando la Merkel parlò di «due velocità»
Allora, le parole della Merkel fecero pensare a un'improvvisa folgorazione sulla via di Damasco, quasi che la Cancelliera, scorgendo l'iceberg che si prospettava all'orizzonte, avesse deciso di ripiegare su una opzione di cui tanto si parlava all'epoca della crisi greca, rimasta però, per decisione stessa della Germania, un tabù: dividere, cioè, l'eurozona in due club, uno che raccogliesse i Paesi come la Germania con preferenze per un euro che tende alla stabilità monetaria con inflazione verso zero, l'altro composto da Paesi dell'area mediterranea che preferiscono una stabilità monetaria meno rigida e una politica monetaria più flessibile. Pochi giorni dopo, il parziale dietrofront: la Cancelliera ha infatti specificato che le «due velocità» non si riferivano certo all'euro e all'eurozona, intoccabili, ma ad altre questioni su cui si basa la cooperazione europea. Un tiepido palliativo, si potrebbe dire, di fronte alla tempesta che sta dilaniando l'Ue.

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Una gabbia sempre più stretta
Senza contare che una simile soluzione potrebbe infine rovesciarsi in un paradosso: che per noi, che apparteniamo all'esclusivo club dei fondatori e già abbiamo l'euro, la gabbia diventi ancora più stretta. Ad ogni modo, proprio questa è l'opzione che Francois Hollande, Angela Merkel, Paolo Gentiloni e Mariano Rajoy hanno scelto come «extrema ratio» per scongiurare (dicono loro) il naufragio. Gli slogan della serata sono stati diversi: «l'unità non è uniformità», «cooperazioni differenziate» e così via. Formule vaghe che poi bisognerà tradurre in fatti.

Ricette diverse, interessi differenti
Per Roma e Parigi, infatti, bisognerà parlare di un'«Europa della difesa», idea fallita tre anni prima dei trattati di Roma, e che oggi, mentre si avvicina il loro sessantesimo anniversario, si vuole rispolverare.  La Germania, invece, rimane scettica in proposito. Gentiloni punta sulla necessità di una crescita economica: «Un'Europa in cui chi rimane indietro non consideri l'Ue come una fonte di difficoltà ma come una risposta alle proprie difficoltà. E non siamo ancora a questo livello». Merkel, dal canto suo, chiede una «responsabilità comune», e un'Europa protagonista di fronte agli altri attori della globalizzazione. Perché, dice, «Abbiamo tutti l'obbligo di continuare la costruzione europea». Per Rajoy, poi, quella dell'Ue è stata una «storia di successo», di pace e democrazia. Ne consegue che la Spagna è disposta a spingersi più in là con l'integrazione, con tutti i Paesi che vogliano fare altrettanto.

Acque (a dir poco) agitate
Come questo avverrà nel concreto, però, rimane un mistero. Anche perché le acque in cui naviga l'Ue rimangono chiaramente agitate. Settimana prossima Theresa May darà ufficialmente inizio al processo della Brexit, spalancando potenzialmente un vaso di Pandora. Le elezioni francesi si avvicinano, con una agguerritissima Marine Le Pen che ha promesso, in caso di vittoria, di portare Parigi fuori dall'euro e dall'Ue. Le elezioni in Germania potrebbero vedere per la prima volta dal Dopoguerra una forza di estrema destra entrare nel Parlamento federale. L'immigrazione continua a dividere gli Stati membri, mentre Bruxelles minaccia sanzioni a chi non vuole portare avanti i ricollocamenti da Grecia e Italia.

Tre leader su quattro con avviso di sfratto
Oltretutto, c'è il rischio che, a dare le carte in questo progetto di «cooperazioni differenziate», sarà sempre e comunque Berlino. Il disequilibrio che si vorrebbe eliminare, insomma, rimarrebbe, solo in un club più stretto. E poi c'è un altro paradosso: tre dei leader che si sono riuniti per decidere il futuro dell'Europa hanno i mesi contati. Merkel affronterà le legislative a settembre, l'Italia andrà al voto nel 2018, Hollande abbandonerà l'Eliseo tra tre mesi. E se l'inquilino successivo risponderà al nome di Marine Le Pen, è probabile che tutte queste elucubrazioni finiranno a schiantarsi contro l'iceberg insieme al resto della nave europea.