18 ottobre 2019
Aggiornato 08:00
Tutti contro Erdogan, da Al Qaeda a Gulen

Delocalizzare la guerra dalla Siria alla Turchia. Erdogan a un passo dalla caduta

La Turchia sotto assedio paga l'alleanza tra Putin e Erdogan. Ma il presidente turco poteva fare diversamente? Gravi conseguenze economiche si prospettano

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan.
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Shutterstock

ISTAMBUL - La recrudescenza dell’attacco militare portato dall’Isis verso la Turchia sta raggiungendo apici che non erano prevedibili. Recip Erdogan, il presidente che vorrebbe passare alla storia come il nuovo Ataturk, o forse come il nuovo califfo, paga l’abbandono dei miliziani che ha sostenuto nella prima parte della guerra siriana, quando la caduta di Bashar al Assad sembrava ad un passo. Con la spregiudicatezza dei mercanti orientali, di fronte all’invalicabile muro militare russo, Erdogan è passato dalla parte di Vladimir Putin, ovvero il nemico numero uno del Pentagono: almeno per come è strutturato ideologicamente oggi.

Passare col nemico
Le mire espansionistiche di Erdogan erano chiare; riformare parte dell’impero ottomano crollato al termine della Prima guerra mondiale, grazie al disfacimento di quegli stati che fino ad allora erano ììo stati lo "Stato Eterno». Il primo passo doveva essere l'espansione su una parte della Siria, ovvero quella dove è stata combattuta la battaglia più dura: Aleppo. La cultura e l’identità turca mai hanno seppellito il lutto del disfacimento imperiale, avvenuto nel 1922, dopo quasi otto secoli di dominio assoluto nel mondo. Aleppo: forse Erdogan ha davvero creduto di riportarla facilmente in territorio turco. La città è però divenuta la chiave di volta della guerra siriana, che in molti continuano a definire «civile» ma che tale non è. Perché la rivolta interna, fomentata anche dalla Turchia, presto è stata sostituita da miliziani e terroristi provenienti da altri campi di battaglia, che hanno preso in ostaggio buona parte della popolazione. Di fronte ai bombardamenti russi, che hanno annichilito i miliziani di Aleppo in poche settimane, rimanevano solo due opzioni: aumentare il livello dello scontro, oppure abbandonare la strategia originaria e passare con il «nemico» manifestamente superiore e sedersi al tavolo del vincitore.

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Se la Turchia non fosse passata dalla parte di Putin?
Cosa sarebbe accaduto se la Turchia di Erdogan avesse mantenuto il piano originario? Le premesse erano sul campo chiare come non mai, perché lo scontro diplomatico, e militare, in essere con la Russia era all’apice. Nessuno ha dimenticato le accuse russe, successive all’abbattimento di un Mig nei cieli siriani, espressamente rivolte a Erdogan e alla sua famiglia, nonché le foto satellitari che mostravano un evidente commercio di petrolio presente tra la Turchia e il sedicente Stato islamico. Se la Turchia avesse continuato a finanziare e ad armare l’opposizione siriana, al Nusra e al Qaeda in primis, lo scontro militare con la Russia sarebbe stato inevitabile e avrebbe coinvolto i paesi membri della Nato. Che, dal canto loro, si aspettavano da Erdogan il sacrificio completo del suo paese in chiave anti russa. Ovviamente uno scontro diretto tra Russia e Turchia avrebbe portato a scenari da Prima guerra mondiale, con il pieno coinvolgimento di potenze atomiche: la storia non ha scolari. Il "voltagabbana" turco ha mollato dal giorno alla notte, nei primi mesi dell’estate, i jihadisti e tutta l’estesa ramificazione di finanziatori: da quel momento l’avanzata russa è stata inarrestabile ed ha portato alla pace separata di questi giorni.

E ora?
Una parte dei combattenti di Aleppo ha accettato la fine delle ostilità e vedrà salva la vita grazie alla intermediazione turca che si è posta quale garante. Gli irriducibili di Al Qaeda e al Nusra stanno invece abbandonando le postazioni mischiati tra la popolazione civile e, come evidentemente provato in questi giorni, si stanno spostando verso la Turchia: dove continuano la loro guerra, questa volta però contro il traditore Erdogan. La rivendicazione dell’Isis conferma che il governo di Ankara non controlla il proprio territorio, ed ha i terroristi in casa che vogliono spezzare l’asse tra Istambul e Mosca a suon di bombe e proiettili: nell’attentato di capodanno sono stati scaricati ben sei caricatori, pari a 180 colpi. L'attentato ha colpito un punto nodale dell'economia turca: il turismo occidentale che subirà una grave contrazione. Alla crisi politica e sociale, e per molti versi anche psicologica della Turchia, si aggiungerà il collasso dell'economia? La Turchia ha una forte capacità d'attrazione di capitali, che potrebbe venire stroncata qualora gli attacchi proseguissero. Ad aggravare la situazione la cosiddetta fazione gulenista, ovvero l’antistato che avrebbe organizzato il tentato golpe di luglio. Tutti contro Erdogan, anche se su fazioni ideologiche opposte con un solo obbiettivo: abbattere il presidente, poi si vedrà come spartirsi la Turchia. Una manovra a tenaglia che vuole schiacciare il potere di colui che voleva essere il nuovo Ataturk, che ormai può contare solo più sul sostegno dell’ex nemico russo.

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Cosa potrebbe accadere?
I colloqui di pace, che coinvolgono Siria, Turchia, Iran, Russia e i ribelli che hanno deciso di deporre le armi si terranno ad Astana, in Uzbekistan: dislocazione che da sola spiega chi ha vinto la guerra siriana e chi l’ha persa. Ma la pelle degli sconfitti, soprattutto quando hanno introiettato solidi fanatismi islamici, è venduta a caro prezzo. E il loro piano, ormai è evidente, è portare la guerra «civile», dalla Siria alla Turchia. Un azzardo difficilmente realizzabile, ma che con ogni evidenza è sul campo: il colpo di coda del terrorismo e del fanatismo. Molto dipenderà dalla politica estera della nuova amministrazione Usa, che ha il potere di spezzare questo processo. Ma il neo presidente Donald Trump arriva in un contesto dove l’odio anti russo, e quindi anti turco, ormai travasa e lambisce i confini della paranoia. Non sarà facile entrare al Pentagono e poter dire: «la Russia da oggi non è più un nemico, e con Putin si collabora». Più probabile che vi sia dall’interno una resistenza al nuovo corso, di cui le ultime mosse di Obama sono prodromiche. Esattamente come cento anni fa, una guerra tra imperi si combatte in una regione del mondo mai domata.