26 giugno 2017
Aggiornato 16:00
La prima, Assad; la seconda, gli Usa

Siria, Putin ed Erdogan negoziano la tregua. E adesso?

Dopo l'accordo sul cessate il fuoco raggiunto da Putin e Erdogan, il destino della Siria si avvicina a un punto di svolta. Sul quale, però, gravano ancora molti dubbi. In primis, il futuro di Assad

ANKARA - Con la fine della battaglia di Aleppo, e la diplomazia internazionale in fermento, il tormentato destino della Siria sembra avvicinarsi a un bivio: da una parte si profila una svolta verso negoziati politici, dall'altra rimane il timore di nuove scintille, capaci di riaccendere la guerra. Eppure, l'accordo che Turchia e Russia hanno raggiunto per un piano di cessate il fuoco per tutto il Paese, annunciato oggi dall'agenzia turca Anadolu, è certamente degno di nota. Ankara e Mosca, in base alle poche informazioni trapelate fino ad ora, punterebbero a fare entrare in vigore il patto entro la mezzanotte di oggi. Un piano negoziato nella capitale turca tra delegazioni militari, anche con la partecipazione di emissari dell'opposizione siriana, secondo le indiscrezioni circolate ieri da Mosca.

I terroristi esclusi dalla tregua
Dal cessate il fuoco rimangono esclusi i gruppi terroristici, cioè l'Isis e, come sempre Mosca sottolinea, anche l'ex fronte Al Nusra, la costola di Al Qaida ribattezzatasi Fath al-Sham (Fronte per la Conquista del Levante) nel tentativo di rompere i legami con la casa madre per beneficiare delle tregue, ma che per la Russia resta un gruppo da combattere. Proprio su Al Nusra si erano manifestate tutte le divergenze tra Stati Uniti e Russia in occasione dei diversi tentativi di raggiungere un accordo, visto che l'interpretazione americana della formula «gruppi terroristici» era evidentemente più stretta rispetto a quella, ben più larga, proposta da Mosca. 

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L'evacuazione dei civili e dell'opposizione
Da Aleppo, dunque, si riparte, grazie al cessate il fuoco instaurato due settimane fa e ai negoziati patrocinati proprio da Russia e Turchia, che hanno garantito infine, pur in mezzo a mille difficoltà, l'evacuazione dei civili dai quartieri ribelli e dei miliziani dell'opposizione. Questi ultimi si sono raccolti nei quartieri controllati dal regime siriano, o nella provincia di Idlib, divenuta una vera e propria prigione a cielo aperto per i combattenti anti-Assad. Ed è proprio Idlib la prima fonte di preoccupazioni ora che ad Aleppo la battaglia si è conclusa: non a caso, il timore dell'inviato speciale Onu per la Siria, Staffan de Mistura, è che quel territorio finisca per diventare la prossima Aleppo.

I nuovi equilibri internazionali, con il tramonto di Washington
Ad ogni modo, dal punto di vista geopolitico, quello che sta accadendo in Siria è certamente indicativo di nuovi, inediti, equilibri globali: così come i negoziati tra Turchia, Russia e Iran tenutisi a Mosca non molti giorni fa evidenziavano la nuova geometria della diplomazia internazionale, con la clamorosa esclusione degli Stati Uniti, ora il momento resta favorevole per continuare su questa strada: la transizione in atto negli Usa tra la presidenza di Barack Obama e quella di Donald Trump consente a Mosca, Ankara e Teheran di aggirare possibili resistenze da parte di Washington, e di offuscare definitivamente il suo ruolo nei futuri negoziati politici.

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Ma su Russia e Turchia pesa l'incognita Assad
Se l'intesa andrà a buon fine, potrà costituire la base per le trattative politiche tra il regime e l'opposizione, che proprio Turchia e Russia vorrebbero organizzare ad Astana, in Kazakistan. Sarà proprio allora, però, che i nodi verranno al pettine. Perché un ulteriore grande elemento di instabilità nel teatro siriano riguarda proprio gli interessi divergenti dei due principali attori in gioco, Putin ed Erdogan. I quali, pur essendosi riavvicinati negli ultimi mesi ed aver trovato un terreno comune, sono originariamente schierati su fronti diversi per quanto riguarda il punto focale di tutto il conflitto: il destino di Bashar al-Assad. Nemico acerrimo di Erdogan e alleato fedele della Russia, è sul futuro del Presidente siriano che si giocheranno i negoziati politici. Il dubbio, insomma, è che, se anche Mosca e Ankara sono entrambe interessate a porre fine al conflitto, e insieme a Teheran si sono presentate come «garanti», il raggiungimento di un accordo definitivo non sarà un'impresa facile e scontata. 

Quel triangolo Usa-Russia-Turchia
E poi c'è l'altra variabile, sempre meno protagonista ma non da escludere del tutto: gli Stati Uniti. La cui strategia, perseguita sotto l'amministrazione Obama, di sostegno ai cosiddetti ribelli «moderati» si è rivelata un autentico fallimento. Donald Trump, invece, ha più volte dichiarato di non condividere la linea del suo predecessore, e di considerare prioritaria, rispetto alla destituzione di Assad, la sconfitta dell'Isis. Il cambio di guardia alla Casa Bianca, insomma, potrebbe rafforzare la linea sostenuta da Mosca. In questo quadro complesso, si aggiungano le tensioni tra Washington e Ankara, ben fotografate dall'accusa che proprio ieri Erdogan ha rivolto all'Occidente, a cominciare dagli Usa, di non mantenere le proprie promesse in Siria, e anzi di sostenere «gruppi terroristici», compreso lo Stato Islamico. Accuse liquidate dal Dipartimento di Stato americano come «ridicole», ma che spiegano quanto il presidente turco sia deciso a promuovere il ruolo del suo Paese in Siria attraverso la collaborazione con Putin piuttosto che con la coalizione internazionale a guida Usa, e continui ad avere a cuore, in particolare, la distruzione delle ambizioni dei suoi primi nemici: i curdi.

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Gli interessi di Erdogan
Ankara è impegnata da fine agosto a combattere l'Isis e le milizie curde, che considera veri e propri gruppi terroristici, nei pressi della sua frontiera. In particolare, assieme a gruppi di insorti siriani, da settimane cerca di strappare ai jihadisti Al-Bab, il bastione del'Isis che si trova nella provincia di Aleppo, a 25 chilometri dal confine turco. In queste operazioni, ha già perso 37 soldati. Il riavvicinamento con Mosca ha garantito ad Erdogan il silenzioso beneplacito di Putin, mentre Mosca era impegnata a presidiare le ultime fasi della battaglia di Aleppo. Intrecci geopolitici complessi e intricati, che riempiono di incognite la fase negoziale che da qui a poco potrebbe aprirsi nel tormentato Paese mediorientale. Dilaniato da una guerra che dura da più di 5 anni, e che ha dato origine, è bene ricordarlo, a una delle peggiori catastrofi umanitarie dal Secondo Dopoguerra ad oggi.