17 agosto 2019
Aggiornato 23:30
Si parla di 'Warfare'

Chi ci guadagna davvero dall'escalation Nato-Russia

Che crescita economica e guerra, negli Usa, siano fortemente legate non è una novità. E infatti gli Usa hanno una spesa militare superiore alla somma di quelle degli altri 10 Stati più spendaccioni

Il presidente Usa Barack Obama.
Il presidente Usa Barack Obama. Shutterstock

NEW YORK - Gli Stati Baltici di Estonia, Lettonia e Lituania intendono, nei prossimi due anni, addirittura raddoppiare le spese militari per la Difesa sventolando la minaccia di un'invasione russa. La Nato schiera i suoi battaglioni a Est, costruisce i suoi scudi anti-missile a ridosso del confine con Mosca, e la incita a una escalation che sembra riportarci indietro di trent'anni. Tra la Russia e le diplomazie occidentali è gelo, e la prospettiva apocalittica di un vero e proprio scontro non pare più così peregrina e fantascientifica. Viene quasi da chiedersi la ragione di tutto questo. Chi ci guadagna da una tensione così alta che rischia di provocare pericolosissime scintille?

Chi ci guadagna davvero
La risposta è più banale di quel che si pensa: si tratta dell'industria degli armamenti statunitense, quel complesso militar-industriale che in America e nel mondo sposta un'enorme quantità di denaro. E la Nato, che è un'autentica macchina da guerra, alimenta indubbiamente questo business, visto che per statuto impone ai suoi membri l'acquisto di armamenti statunitensi, adeguando i propri arsenali ai criteri stabiliti dall'Alleanza.

Come si arricchisce il comparto bellico-industriale Usa
E dalla guerra ucraina, lo spauracchio di un'invasione russa è stato spesso sventolato per giustificare mosse che rispondevano a quegli interessi. Anche perché negli Usa esistono numerosi think-tank e gruppi di influenza fondati da appaltatori di armi: basti pensare Northrop Grumman, Raytheon e addirittura l’Atlantic Council, fondato dal dipartimento della Difesa americano. E le centinaia di milioni di dollari che i Paesi baltici stanno spendendo finiscono proprio nelle tasche del comparto bellico-industriale americano.

Soluzione Warfare
D’altra parte, la stretta correlazione tra ripresa dell’economia americana e interventi militari non è affatto un mistero. Si parla, addirittura, di una vera e propria «soluzione Warfare», nella quale, dalla Seconda guerra mondiale in poi, il nesso tra crescita economica e guerra è ricorrente ed accertato. Già nell’aprile 1950, a pochi mesi dalla Guerra di Corea, il National Security Council redasse un documento in cui il riarmo veniva presentato come la chiave di volta per rilanciare l’economia e rafforzare la leadership Usa in funzione anti-sovietica. Ironia della sorte, più di sessanta anni dopo davvero poco è cambiato.

Da Bush a Obama
Non a caso, sotto l’amministrazione Bush, le spese militari sono passate dai 316 miliardi di dollari nel 2001 ai 329 nel 2002, ai 377 nel 2003 e ai 400 nel 2004 (se si considerano le spese complessive destinate alla Difesa, il bilancio sale tuttavia a quota 750 miliardi di dollari nel 2004). Complessivamente, dunque, negli 8 anni di presidenza Bush la spesa militare è raddoppiata. Quanto a Obama, soltanto nel suo ultimo anno di presidenza ha chiesto al congresso un nuovo incremento del budget della Difesa del 4%.

Spesa militare Usa superiore alla somma di quella dei 10 Stati più attivi dopo Washington
Ad oggi, con i suoi 581 miliardi di dollari, la spesa militare americana eccede la somma dei successivi 10 Stati con i più elevati investimenti nel settore e supera Pechino di ben quattro volte. E il budget della Nato riflette lo stesso trend, considerato che gli Usa vi contribuiscono per il 73% e che, dei 28 Stati membri dell’organizzazione atlantica, soltanto quattro (Stati Uniti, Estonia, Grecia e Gran Bretagna) rispettano attualmente la soglia prevista del 2% del Pil da destinare alla Difesa. Secondo l’annuale Libro Verde del Dipartimento della Difesa Usa, il presidente Obama è responsabile del più ampio budget militare Usa dalla Seconda guerra mondiale.

La Nato alimenta il business
In questo quadro, la Nato svolge un ruolo di primissimo piano. Anche perché molti dei Paesi che entrano a farvi parte sono costretti a far ricorso ai crediti statunitensi per coprire le spese necessarie all’acquisto di equipaggiamenti e sistemi d’arma fabbricati dalle industrie nordamericane. Ciò assegna a Washington la possibilità di esercitare, attraverso i propri finanziamenti, una forte influenza sulle scelte politiche di queste nazioni.

Cifre
Basta guardare le cifre: nel 2011, le spese militari mondiali hanno toccato quota 1.738 miliardi di dollari, di cui 1.038 (circa il 60% del totale) coperti dai 28 Stati membri della Nato. Nel 2012, la spesa militare mondiale, salita a 1.753 miliardi, ha visto ancora gli Stati Uniti accaparrarsi la medaglia d’oro, con un contributo di 682 miliardi di dollari, equivalenti a circa il 40% del totale. Da quel momento si è assistito a una progressiva riduzione, che ha portato Washington a stanziare nel 2015 581 miliardi di dollari per il potenziamento del settore militare. Ma gli Usa – con Gran Bretagna, Estonia e Lettonia – nel novero dei Paesi che investono almeno il 2% del Pil al settore della Difesa,  e in ogni caso quella somma resta più alta rispetto a quella che si ottiene sommando le spese militari dei dieci Stati piazzati subito dietro agli Usa. Ecco a chi giova l’escalation a cui stiamo assistendo.