13 novembre 2019
Aggiornato 00:00
La storia di un fallimento su tutta la linea

Progressisti in regresso. Storia di come la sinistra europea ha rinunciato al popolo per il capitale

Pedro Sanchez, ex segretario del Psoe spagnolo, è stata l'ultima vittima (e artefice) del disastro delle sinistre europee. Che hanno sacrificato il «popolo» sull'altare di interessi ben diversi

MADRID - Pedro Sanchez è stata l'ultima vittima sacrificale della crisi senza frontiere che sta attanagliando ormai da tempo la sinistra europea. Sanchez era il segretario del Partito socialista spagnolo, ed è stato costretto alle dimissioni dall'apparato perché non accettava che l’astensione della sinistra permettesse la formazione del governo conservatore di Mariano Rajoy (LEGGI ANCHE «Spagna, socialisti asfaltati. Le sinistre europee falliscono una dietro l'altra»). Certo: oltre che vittima, Sanchez è stato artefice della sua stessa sfortuna. Perché è rimasto sordo agli avvertimenti di chi, dal suo stesso partito, temeva che lo stallo causato dal suo tenace «gran rifiuto» avrebbe finito per punire la sinistra alle urne, soprattutto se gli spagnoli fossero stati costretti a votare per la terza volta in un anno. Non da ultimo, dai banchi della sinistra si rilevava come l'infinita impasse politica e istituzionale della Spagna avrebbe fatto sprofondare il Paese in una crisi profondissima.

La rovina dei socialisti spagnoli, il silenzio dei laburisti inglesi
Mentre in Spagna la sinistra bocciava il suo leader, nel Regno Unito il partito laburista, complice le sue profondissime spaccature interne, ha lasciato totalmente la scena alla nuova premier conservatrice Theresa May su un argomento che pure dovrebbe stargli a cuore: la Brexit. Intendiamoci: non che la May abbia spiegato esattamente come intende gestire un processo così delicato. Ma a maggior ragione ci si sarebbe aspettati di sentire la voce dei laburisti, che invece sono rimasti zitti zitti. Pur essendosi fatti, negli anni, promotori del progetto europeo e averne millantato lungamente la riformabilità.

Sinistra sud-europea nel caos
Un po’ più a sud, sul Mediterraneo, il governo di Alexis Tsipras (nemmeno socialdemocratico, ma in teoria riconducibile alla sinistra «radicale») varava l’ennesima manovra di austerity imposta dalla ex Troika, portando in piazza migliaia di greci a protestare. Sul «disastro Hollande», i riflettori sono accesi ormai da anni, e negli ultimi tempi le manifestazioni contro il Jobs Act alla francese hanno decisamente peggiorato la situazione. Intanto, in Italia Renzi dichiarava che il referendum si vince «a destra»: e non tanto perché, come dice lui, la gran parte della sinistra sia a favore della riforma, ma piuttosto perché, oggi, in Italia, che cosa sia e che cosa voglia la sinistra ancora non si è capito. Tanto che i dissidenti del Pd e le varie formazioni più di sinistra voteranno «no» al referendum esattamente come la cosiddetta «destra estrema».

Il fallimento del Psoe
Come siamo arrivati a questo punto? In Spagna, il partito socialista è rimasto impantanato nella crisi economica, perdendo progressivamente consenso nonostante i tentativi di Zapatero di reagire. Nella crisi generale dei due maggiori partiti che da trent’anni governano il Paese, il Psoe è quello che accusa una flessione maggiore. Dal 2008 al 2015 ha infatti dimezzato i suoi voti passando dal 43,8% al 22%, insidiato da Podemos, nuovo soggetto politico di sinistra che lo incalza.

Dal Pasok a Tsipras (con scarsi risultati)
Anche in Grecia, il Pasok è stato praticamente annullato dalla crisi: in 7 anni è passato dal governo monocolore con il 43,92% al 6,28% delle ultime elezioni. Come in Spagna, anche il partito socialista ellenico è stato brutalmente sorpassato da sinistra da un nuovo soggetto politico, Syriza di Alexis Tsipras, eletto sulla promessa di mettere fine alle politiche di austerità calate dall’alto da Bruxelles. Il fallimento del progetto di Syriza ha portato a una sua spaccatura, con la fuoriuscita, tra gli altri, dell’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, che si è impegnato a creare un ulteriore soggetto politico ancora più a sinistra. I cui risultati, nonostante le buone intenzioni, non sono ancora pervenuti. Quanto a Tsipras, oggi il premier greco non ha posizioni molto diverse da quelle dei colleghi socialdemocratici europei. La sua rivoluzione di sinistra è stata insomma «riportata sui binari» dai diktat tedeschi.

La terza via di Blair e Clinton
Copione per certi versi assimilabile a quello britannico, che per altri è invece un caso a sé. Verso la fine degli anni ’90, Tony Blair inventò una nuova forma di progressismo insieme al collega d’oltreoceano Bill Clinton: l’idea era quella di rendere il partito più moderno, più riformista, più svincolato dai classici mantra socialisti. La sinistra di Tony Blair è quella che si è schierata a favore dell’intervento in Iraq, e il partito democratico di Bill Clinton quello che ha portato alla crescita delle bolle speculative e del debito privato, nonché alla stagnazione dei salari dei lavoratori. In pratica, l’esatto contrario dei consueti manifesti programmatici della sinistra. 12 anni di governo dei laburisti inglesi, però, hanno finito per culminare nella crisi dell’area: prima con la rocambolesca elezione di Ed Miliband (con tanto di pugnalata alle spalle al fratello David), poi con la clamorosa (vista la stagnazione economica che ha fatto da sfondo al primo esecutivo di Cameron) sconfitta alle ultime elezioni. Qui, l’epilogo non è stato l’ascesa di un nuovo soggetto politico esterno più di sinistra, ma quella di un nuovo segretario – Jeremy Corbyn – più tradizionalmente socialista e «sindacalista» dei suoi predecessori. Ma, al momento, la svolta a sinistra non è stata sufficiente a rimettere in carreggiata il partito laburista, che anzi si mostra sempre più diviso.

Da Parigi a Berlino
In Francia, i sondaggi danno Hollande e Valls in caduta libera, mentre anche nel Paese d’oltralpe parte dell’elettorato di sinistra si sente tradito: da un lato, per le discutibili scelte interventiste del primo in politica estera, dall’altro per una riforma del lavoro promossa dal secondo, della quale tutto si può dire, tranne che difenda i diritti dei lavoratori. Quanto alla Germania, il fallimento della Spd è attestato dai risultati delle ultime elezioni regionali, mentre, dopo l’era Schröder (anche lui incanalato sulla via di Blair e Clinton), i socialdemocratici non hanno mai più conquistato la Cancelleria.

Svenduta al dio-capitale
Questa veloce carrellata è abbastanza esplicativa di una crisi certamente declinatasi variamente nei singoli contesti nazionali, ma dai caratteri macroscopicamente comuni. La sinistra sembra aver abdicato progressivamente ai suoi valori originari e soprattutto al mandato popolare che la legittimava in passato. Si è rinchiusa nei salotti, ha smarrito il contatto con la base, si è arresa alle logiche capitaliste e ne è divenuta, paradossalmente, il principale baluardo. Ha rinunciato ai principi dello stato sociale e li ha sacrificati all'altare del dio-capitale.

Un compromesso sociale fallito
In realtà, il progetto originario della socialdemocrazia, quello nato negli anni Venti in Svezia, era proprio questo: la rinuncia dei miti rivoluzionari a favore della creazione di rapporti di forza politici organizzati da partiti operai e appoggiati dai grandi sindacati. L’obiettivo ultimo era quello di creare un soggetto presentabile e rassicurante, dall’aspetto sempre più «governativo». Questa strategia ha funzionato nel Dopoguerra, quando la ricostruzione ha assicurato abbondanza di posti di lavoro e la paura dell’Unione Sovietica ha spinto le classi più ricche ad accettare il compromesso sociale.

Nessun progresso per i progressisti
Ma poi, quando lo spauracchio del comunismo è sfumato, la sinistra si è ritrovata senza un’identità e un programma preciso, senza una ricetta che la distinguesse davvero dal resto del panorama politico. La progressiva delocalizzazione del lavoro, la finanziarizzazione dell’economia, l’erosione dei diritti dei lavoratori, lo stesso progetto europeo partito e finito male – iniziative promosse o sostenute dalla stessa sinistra – hanno fatto il resto. La crisi ha definitivamente condannato a morte le sinistre incapaci di reagire e di difendere la propria base. E oggi, molti degli elettori di sinistra delusi sono gli stessi che ingrossano le file dei cosiddetti partiti «populisti», e che non vogliono sentir parlare di Europa. Intanto, le socialdemocrazie rimangono lì, asfittiche, incapaci di un'analisi seria di sé e della situazione. Nessun progresso, insomma, per i progressisti: anzi, un vero e proprio regresso. Un paradosso che suggerisce come questa crisi storica non sia destinata a sciogliersi a breve.