23 ottobre 2019
Aggiornato 20:00
Una stretta di mano particolarmente eloquente

Tra Erdogan e Putin, convergenze e divergenze. E un messaggio chiaro all'Occidente

La stretta di mano tra Tayyp Recep Erdogan e Vladimir Putin è molto eloquente. Perché, al di là delle convergenze e delle divergenze che cela, lancia un messaggio chiaro all'Occidente

SAN PIETROBURGO - La stretta di mano che ha aperto il vertice di San Pietroburgo tra il leader turco Tayyp Recep Erdogan e il presidente russo Vladimir Putin ha un che di storico. Storico perché l'amicizia così suggellata appariva semplicemente improponibile fino a un mese fa, dopo che a novembre un jet russo era stato abbattuto da Ankara al confine con la Siria. Storico perché, a sua volta, è storica la fase che sta vivendo la Turchia, reduce da un ambiguo colpo di stato «lampo» che ha consentito al sultano turco di epurare il Paese dai suoi oppositori e imprimere un'accelerazione al processo politico che porterà la Turchia a diventare una Repubblica «super»-presidenziale. Storico, anche perché l'inedito asse russo-turco potrebbe letteralmente scompigliare gli equilibri geopolitici globali.

I media turchi celebrano l'incontro
Non a caso, i media turchi non lesinano sui toni trionfalistici nel descrivere l'incontro tra Erdogan e Putin. Un incontro con al centro questioni economiche - in primis commercio, turismo ed energia -, ma dal valore intrinsecamente strategico. Questa mattina, infatti, il quotidiano turco Hurryet titolava: «Quando i due leader della nuova Turchia e della nuova Russia si incontrano», celebrando il primo summit tra i due Presidenti dopo la terribile crisi diplomatica invernale. Una crisi che ha avuto pesanti ripercussioni a livello economico, con le esportazioni turche verso la Russia scese del 59% e il numero di turisti russi colato a picco dell'87% nei primi sei mesi dell'anno. Ma la stretta di mano tra i due leader fa pensare - secondo Hurryet - che questa situazione sia destinata a cambiare, almeno progressivamente. Soprattutto grazie alla convergenza tra Mosca e Ankara in tema di energia: non è un mistero che la Russia, nel lungo periodo, vorrebbe esportare gas in Europa bypassando l'Ucraina, e il progetto Turkish Stream le consentirebbe di farlo. Il che, dall'altro lato, renderebbe la Turchia un hub strategico fondamentale per il passaggio di gas verso il Vecchio Continente.

Un background comune
Dal canto suo, Sputnik sottilinea come il summit non porterà risultati a breve termine, ma piuttosto una riconsiderazione delle relazioni bilaterali a lungo termine. Ma l'agenzia russa inquadra efficacemente anche il background del summit, cioè il deteriorarsi dei rapporti diplomatici tra l’Occidente e la Turchia da un lato, e tra l’Occidente e la Russia dall’altro. E’ questo, in fin dei conti, il vero «collante» che tiene insieme – perlomeno temporaneamente – Mosca e Ankara, separate d'altro canto da macroscopiche divergenze. Non a caso, proprio Sputnik ha dato notizia del memo diffuso dall’ambasciata americana ad Ankara, che ha avvisato i cittadini americani che, in base allo stato d'emergenza attivo nel Paese, i cittadini stranieri potranno essere arrestati senza debito di accusa fino a 30 giorni. Un provvedimento che dimostra fino a che punto tra Turchia e Stati Uniti le relazioni si stiano deteriorando, al punto da incoraggiare Erdogan a cercare una sponda nel gigante russo.

Divergenze nel teatro siriano
Non che il governo turco intenda rompere con la Nato: anzi, Ankara ha fatto sapere che il riavvicinamento con Mosca non prelude a uno sganciamento dai partner dell’Alleanza Atlantica. Del resto, la Turchia non abbandonò la Nato neppure negli anni Sessanta, dopo la crisi che seguì il colpo di stato di Kemal Gursel e l'impiccagione del leader democratico Adnan Menderes. E in effetti, non si può dire che tra Russia e Turchia sia scoccato improvvisamente l’amore. Oltre alle convergenze, le divergenze rimangono, specialmente per quanto riguarda il teatro siriano e i rapporti con l’Iran. Quanto al primo, basti ricordare che Ankara è stata esplicitamente accusata dalla Russia (con tanto di prove che hanno fatto il giro del mondo) di aver chiuso un occhio nei confronti dei terroristi dell’Isis che transitavano al confine, addirittura favorendone il traffico di oro nero. Il tutto, nel tentativo di infliggere un duro colpo a Bashar al Assad, leader siriano sostenuto, invece, da Mosca. Per non parlare, poi, della questione curda: Mosca ha finora appoggiato il Pkk, partito curdo considerato da Ankara terroristico. Erdogan, invece, mirava a ottenere una no-fly zone nella parte settentrionale della Siria proprio con l’obiettivo di colpire i curdi e di fermare l’avanzata dell’esercito di Damasco: scenario la cui realizzazione è stata resa impossibile dall’intervento di Putin. Tuttavia, c’è da dire che sia Mosca che Ankara vogliono che la Siria rimanga una e indivisibile – al contrario di Washington che ha già ventilato più volte una sua divisione –, e per entrambe la sicurezza della regione è un obiettivo irrinunciabile.

L'Iran al centro
Quanto, poi, ai rapporti con l’Iran, la situazione è ancora più complessa: perché l’atteggiamento della Turchia sunnita nei confronti del rivale sciita costituisce un grosso ostacolo alla normalizzazione con Mosca, tradizionalmente amica dell’Iran. E’ vero, però, che anche questi equilibri stanno cambiando, con una progressiva distensione favorita dalla presidenza di Rouhani. Non a caso, il vice ministro degli Esteri di Teheran ha dichiarato che «la nostra regione ha bisogno che Russia, Iran e Turchia abbiano buoni rapporti». Un asse – quello tra Mosca, Teheran e Ankara – del tutto inedito e imprevisto per l’Occidente, soprattutto perché Washington, con l’accordo sul nucleare iraniano e l’alleggerimento delle sanzioni, pensava di aver pressoché risolto il dossier sul reset con l'Iran.

Il messaggio per l'Occidente
D’altra parte, a segnalare le «divergenze» rimaste irrisolte nei rapporti tra Russia e Turchia ci ha pensato la stampa occidentale, New York Times in primis. Che ha sottolineato come il riavvicinamento che tutto il mondo sta osservando sia solo temporaneo e tattico, perché la diversità di interessi (soprattutto legati al teatro siriano) renderà probabilmente infattibile un vero e proprio asse tra Mosca e Ankara. Eppure, se anche tali divergenze rimangono innegabili, il tentativo dei media occidentali è forse quello di ridimensionare la portata di un incontro che potrebbe avere ripercussioni fino a poco tempo fa impensabili per Washington e Bruxelles. Perché, qualunque sia il risultato effettivo, a breve e a lungo termine, del summit, è impossibile non cogliere il messaggio di fondo: l’Occidente non è più il centro del mondo. L’inedita diplomazia (medio)orientale sta man mano sgretolando la prepotente supremazia che le cancellerie dell’Ovest - Stati Uniti in primis - si sono da tempo arrogate nel decidere le sorti del resto del globo. Soprattutto, in un mondo dove le alleanze, come si vede, sono sempre più fluide e mutevoli.