6 dicembre 2019
Aggiornato 21:30

Il G7 delle illusioni: rincorrere una crescita impossibile, e risolvere le crisi senza la Russia

Quando per la prima volta, nel 1975, si riunì il G7, il tema sul tavolo era lo stesso di oggi: la crisi economica. Una crisi intrecciata, anche allora, con complesse sfide geopolitiche. Che, a 40 anni di distanza, l'Occidente vorrebbe ancora risolvere senza la Russia

ISE SHIMA – Il G7 ospitato nella penisola di Ise-Shima, nel Sud del Giappone, si è aperto su immagini fortemente evocative: non solo quella della visita (peraltro piuttosto contestata) al più importante santuario shintoista del Paese, ma anche quella che ritrae i sette leader più importanti del pianeta, badile alla mano, piantare degli alberi secondo l’usanza locale. Un’immagine che dovrebbe essere di buon augurio, e rimandare all’idea di una nuova crescita e una nuova fertilità. Se non fosse che sul tavolo di questo summit c’è (ancora) l’annosa questione della crisi economica globale, tema su cui – come ha riferito il premier giapponese Shinzo Abe – «si sono espressi con preoccupazione tutti i partecipanti».

Oggi come 41 anni fa
In effetti, se non fosse un segnale evidentemente nefasto, farebbe quasi sorridere il fatto che, quando per la prima volta si riunì 41 anni fa, l’esclusivo «club» dei sette potenti del mondo ebbe come principale obiettivo, come oggi, proprio quello di rispondere alla montante crisi economica. Era il 1975, e l’Occidente stava assistendo al crepuscolo di quella età dell’oro che aveva rintuzzato il suo orgoglio tra il 1945 e il 1970.

All'origine del G7... la crisi economica
A interromperla bruscamente, una serie di vicende economiche e geopolitiche: nel 1971, il presidente americano Nixon decise di mettere fine alla convertibilità del dollaro in oro, lasciando che il valore della moneta americana fosse determinato solo dalle leggi di mercato. Nel 1973, l’improvviso aumento del prezzo del petrolio a causa della guerra del Kippur. Quindi, il catastrofico epilogo della guerra del Vietnam, e lo scandalo Watergate che travolse Nixon. Fu a quel punto che il presidente francese Valery Giscard d’Estaing convocò nel castello di Rambouillet i leader di Usa, Gran Bretagna, Giappone e Germania, ammettendo al «club» anche l’Italia. Si arrivò a quota sette poco dopo, con l’inclusione del Canada. Era la metà degli anni ’70, e i «sette grandi del mondo», insieme, controllavano ancora quasi il 50% della ricchezza mondiale.

Un sistema che in 40 anni ha mostrato la sua insostenibilità
Ma la storia del G7 – di volta in volta divenuto G8 e G20, per poi sgonfiarsi ancora – non è altro che la storia dei continui corsi e ricorsi delle crisi globali, tanto economiche quanto geopolitiche: la storia di un sistema - quello su cui ancora oggi l'Occidente si fonda - che in due ventenni ha mostrato tutta la sua insostenibilità. E quel «club» esclusivo ha sì più volte cambiato format per restare al passo coi tempi,  ma senza grande successo: l’Occidente in particolare sembra aver rincorso per 40 anni un modello di crescita semplicemente impossibile. Già nel 1991 nei Paesi dell’Osce iniziò un nuovo rallentamento economico, mentre per la prima volta si assistette a un boom senza precedenti in Paesi come India, Turchia, Stati dell’Africa e dell’America latina. Tra il 1985 e il 2010, nella classifica dei primi Paesi al mondo in termini di crescita media del Pil comparivano Cina, India, Vietnam, ma anche Uganda e Mozambico: l’Occidente, però, era assente. Di qui, l’allargamento alla Russia prima e la nascita del G20 poi.  Che – è stato annunciato nel 2009 in pompa magna – avrebbe sostituito il G8 per adeguarsi ai nuovi equilibri economici e politici che stavano cambiando per sempre l’aspetto del globo.

Dal G7, al G8, al G20...
Quell’allargamento ricalcava, in effetti, il cambiamento del peso (economico e non solo) delle potenze mondiali. Ma che difficilmente avrebbe portato a un cambio di passo nella sostanza lo profetizzava, già allora, l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott, spiegando come i grandi summit possono anche servire a evitare conflitti, ma non a produrre intese profonde tra gli Stati. Così, ad esempio, l’annosa questione del grande squilibrio della bilancia commerciale tra Stati Uniti e Cina è rimasta irrimediabilmente fuori dall’agenda.

...e di nuovo al G7
E’ particolarmente significativo pensare che oggi, a 41 anni di distanza, stiamo assistendo a un G7 – con un evocativo ritorno al formato originario – di nuovo incentrato sulla crisi economica. Una crisi economica che peraltro, oggi come allora, si accompagna a un sostrato di crisi geopolitiche che si intrecciano inesplicabilmente l’un l’altra: le contese territoriali nel Mar Cinese Meridionale, la crescente minaccia della Corea del Nord, i mai sopiti conflitti mediorientali e i loro frutti più amari: terrorismo e crisi migratoria. A tutto ciò, si aggiunga la discussione sul TTIP, con un Hollande sempre più restio a dare il via libera all’intesa, e sulla crisi ucraina, con una Merkel sempre più decisa a rimandare a data da destinarsi la sospensione delle sanzioni alla Russia. Sullo sfondo, la crisi dell’Ue e quella delle ricette politiche ed economiche tradizionali, che, dall’Europa all’America, stanno favorendo l’ascesa di nuovi soggetti, populisti o «outsider», decisamente poco graditi all’establishment.

L'assenza controproducente della Russia
Ma la debolezza del G7 sta anche nel suo formato: quello che, dallo scoppio della crisi ucraina, esclude Mosca. L’Occidente non si illuda di poter risolvere l’incredibile intreccio di crisi in cui si trova asserragliato senza un costruttivo dialogo con la Russia. Di questo avviso, addirittura un diplomatico tedesco a capo della Munich Security Conference, Wolfgang Ischinger, secondo cui l’esclusione di Mosca è stato un errore: «Il G7 è incapace di risolvere le principali crisi internazionali per conto proprio», ha affermato, facendo riferimento al conflitto ucraino e a quello siriano. Nonostante ciò, il ritorno della Russia al G8 - ha dichiarato lo scorso aprile il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov - non è in agenda. E il G7 continuerà a rimanere un summit più che altro simbolico, ma di fatto incapace di dare una risposta alle cicliche crisi economiche e internazionali in cui l’Occidente continua a ritrovarsi scomodamente attorcigliato. Per di più, senza imparare niente da una volta all'altra.