19 gennaio 2020
Aggiornato 18:00
Via libera all'importazione di olio tunisino senza dazio

L'Europa ci uccide l'olio italiano

Dopo mesi di discussioni, il provvedimento è passato: l'Ue ha approvato l'importazione senza dazi di 70.000 tonnellate in più, in due anni, di olio d'oliva tunisino come misura di supporto al Paese. Peccato che questo vada a ledere Stati membri come l'Italia, secondo produttore mondiale. E a che serve l'Ue, se non tutela i nostri interessi?

BRUXELLES - Dalla plenaria di Strasburgo di ieri è giunta una notizia buona e una cattiva. Quella buona è che il parlamento europeo ha approvato quasi all'unanimità una risoluzione che «condanna con forza la tortura e l’assassinio di Giulio Regeni» in Egitto, e che approva la sospensione di aiuti militari al Paese, riconoscendo peraltro che il «caso Regeni» non è isolato: così, l'Europa sembra aver improvvisamente preso coscienza che quello che fino a poche settimane fa veniva considerato un governatore «moderato» - al Sisi - non lo è affatto. La cattiva notizia - ne avevamo già parlato, ma ora è realtà - è che l'Ue ha anche dato il via libera all'importazione senza dazi di 70.000 tonnellate in più, in due anni, di olio d'oliva tunisino. La plenaria di Strasburgo, con 500 voti favorevoli, 107 contrari e 42 astenuti, ha impresso l'ok finale al pacchetto di aiuti d'urgenza alla Tunisia, che comprende anche questo provvedimento, fortemente dibattuto in Italia. Dibattuto a buon diritto, visto che il nostro Paese è il secondo produttore mondiale, dopo la Spagna, di olio d'oliva, con circa 250 milioni di piante su 1,2 milioni di ettari coltivati, un fatturato stimato in 3 miliardi di euro (per metà frutto delle esportazioni), 533 varietà di olive utilizzate e 43 gli oli tutelati dall’Unione europea. Un primato del Made in Italy che, nei prossimi due anni, potrebbe finire per diventare carta straccia.

La Coldiretti sul piede di guerra
Non che le intenzioni non siano, per così dire, nobili: la Tunisia, unico Paese nordafricano dove la transizione democratica sta dando qualche speranza, ha certamente bisogno di supporto da parte degli Stati europei, a maggior ragione all'indomani degli attentati del Museo del Bardo e della spiaggia di Souisse. Non a caso, il pacchetto di interventi a favore della Tunisia comprende anche aiuti a supporto della cultura e del turismo, oltre che della sicurezza interna e delle frontiere. Ma è l'olio d'oliva ad aver surriscaldato gli animi: non a caso, la Coldiretti è già sul piede di guerra. «Dopo che, nel 2015, nel nostro Paese sono aumentate del 481% le importazioni dell'olio di oliva della Tunisia, per un totale di oltre 90 milioni di chili, è un grave errore l'accesso temporaneo supplementare sul mercato dell'Unione di altre 35 mila tonnellate a dazio zero, per il 2016 e 2017», ha spiegato a Lettera43 il presidente Roberto Moncalvo, pronto alla mobilitazione che si terrà oggi a Catania. Anche perché questo provvedimento va a cumularsi «alle attuali 56.700 tonnellate a dazio zero già previste dall'accordo di associazione Ue-Tunisia, portando il totale degli arrivi 'agevolati' annuale oltre quota 90 mila tonnellate». E c'è addirittura chi suggerisce - come qualche esponente del Movimento Cinque Stelle - che questo provvedimento, più che alla Tunisia, giovi al suo presidente, che in tema di produzione di olio vive un enorme conflitto di interessi.

Tutti i problemi dell'olio italiano
In ogni caso, colpisce che una delle massime artefici di questo accordo sia stata proprio un'italiana: l'Alto rappresentante per gli Affari Esteri Ue Federica Mogherini. Che dovrebbe avere a cuore, oltre al destino del Paese maghrebino, anche la cura degli interessi nazionali. Anche perché l'olio d'oliva italiano, già di per sè, è prostrato da gravi difficoltà. Da un lato, la Xylella, il micidiale batterio degli ulivi che sta divorando a poco a poco l'«oro» della Puglia; dall'altro, le maxitruffe che fanno arrivare sulle nostre tavole olii di varia provenienza (Marocco, Tunisia, Spagna) spacciati per prodotti del Made in Italy. Ci aveva visto giusto il New York Times nel gennaio 2014, quando pubblicò un web-doc d'inchiesta, a cura di Nichola Blenchman, art director del New York Times Book Review, dall'eloquente titolo: «Il suicidio dell'olio extra-vergine italiano». All'epoca, quella pubblicazione suscitò le proteste di associazioni, consumatori e politici. Ma la tesi sostenuta - e cioè che buona parte dell'olio italiano si rivela un fake - è stata purtroppo confermata dalle inchieste successive. Secondo il quotidiano della Grande Mela, in Tunisia, Spagna, Marocco le olive vengono trattate e pressate; l’olio viene poi caricato e spedito via nave. Destinazione: Italia, definita «il più grande importatore al mondo di olio di oliva». Al porto di Napoli, l’unico raffigurato nell’infografica del Times, arriva non solo questo prodotto, ma anche «olio di soia e altri olii a basso costo» che sono poi «etichettati come olio di oliva» e diventano così oggetto di contrabbando all’interno del medesimo scalo portuale. Solo qualche mese dopo, a marzo, si è parlato della «frode dell'anno»: olio di provenienza generica «Comunità europea», camuffato da prestigioso Made in Italy, ma che si rivela essere olio tunisino congelato. Come se non bastasse, a dicembre il Corpo forestale dello Stato ha scoperto tra Brindisi e Bari una maxifrode su 7.000 tonnellate di olio spacciato come «100% italiano», ma in realtà ottenuto mediante la miscelazione di oli presumibilmente extravergini provenienti anche da Paesi extra Ue (Siria, Turchia, Marocco e Tunisia). 

A che serve l'Ue?
Come si vede, l'ottimo olio italiano ha già parecchie «gatte da pelare», senza dover aggiungere il provvedimento Ue. Provvedimento che pure, nel corso delle trattative, è stato edulcorato: per esempio è stato introdotto il divieto di prorogarne la validità oltre il 2017 (quindi le 35.000 tonnellate di olio d’oliva in più saranno importate solo nel 2016 e 2017) e, pare, sono state introdotte nuove misure per garantire che l’olio d’oliva tunisino non venga poi rivenduto per olio prodotto in alcuni dei paesi dell’Unione Europea, considerato di qualità più alta. Chissà se, però, queste misure potranno dirsi efficaci, vista la portata delle truffe di cui abbiamo parlato. Di certo, rimane aperta la questione di fondo: a che serve l'Unione europea, se non si impegna a tutelare innanzitutto gli interessi degli Stati membri, ma anzi concorre - pur in questo caso con nobili e legittime intenzioni - ad abbatterli?