30 settembre 2020
Aggiornato 00:00
La «rivelazione» dell'Observer

La Russia vuole «liberare» l'Europa dalla Merkel?

Secondo una fonte dell'Observer, Mosca starebbe provando a sfruttare il malcontento per la crisi dei rifugiati per favorire un cambiamento politico in Germania. Che sia fantapolitica o no, rimane che quel malcontento, che travalica i confini tedeschi, è già di per sé indice della profonda crisi in cui versa la leadership di Angela Merkel

MOSCA - Angela Merkel - si sa - è il «pilastro» dell'Europa, la più grande potenza del Vecchio Continente, la cosiddetta «locomotiva» dell'Ue. Ma cosa succederebbe se quel pilastro, improvvisamente, crollasse? Come Jānis Sārts, alto funzionario delle Comunicazioni Nato, ha spiegato all'Observer, su questo scenario avrebbe cominciato a ragionarci nientemeno che Vladimir Putin. Che, dall'altro lato della rediviva «cortina di ferro» dove l'Occidente - in primis la stessa Merkel - lo ha spinto a seguito della crisi ucraina, starebbe cercando un modo per «liberarsi» della Merkel. O, a seconda dei punti di vista, per «liberare» l'Europa dalla Merkel.

Il presunto «piano» di Putin
Secondo quanto riportato dall'Observer, il piano consisterebbe nello sfruttare il malcontento sempre più diffuso in Germania a causa delle crisi dei rifugiati per indebolire la cancelliera. In particolare Sārts, direttore della Strategic Communications Centre of Excellence di Riga, ritiene che Mosca abbia creato una rete di comunicazioni e contatti in Germania su cui esercitare un controllo per alimentare la rabbia e scatenare rivolte politiche contro la cancelliera e il suo governo. Del resto, si sa, Angela è stata una delle più ferme e convinte sostenitrici delle sanzioni alla Russia e del loro più recente rinnovamento. La «fronda» guidata dal presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi è durata giusto qualche giorno, e non ha dato alcun risultato: quei provvedimenti sono stati infine rinnovati. Ma quella della Russia non sarebbe una semplice «ripicca»: al contrario, sarebbe una studiatissima strategia per testare la propria capacità di esercitare la propria influenza per favorire un cambiamento politico in Germania.

Un malcontento pericoloso per la cancelliera
Strumenti di questo «piano» sarebbero «social media, commentatori russi e altri esperti per cercare di fare breccia nelle falle preesistenti. Come per esempio sfruttando la narrativa di estrema destra». Fantapolitica o realtà? Deliri propagandistici anti-russi o evidenza? Difficile dirlo. Di certo, la Russia di Putin ha più di un motivo di frizione con Angela Merkel: non solo per le sanzioni, ma anche per la rispettiva posizione in Siria, dove l'intervento del capo del Cremlino ha letteralmente sparigliato le carte, costringendo l'Occidente - Usa e Germania in primis - a rivedere il proprio progetto di regime change contro Assad. Ma in ogni caso, a prescindere dalle eventuali intenzioni di Mosca, quel malcontento contro la Merkel esiste, dentro e fuori i confini del Paese, ed è questo il dato su cui riflettere. L'inedito flusso di rifugiati entrati in Germania nel 2015 e nei primi mesi del 2016 ha portato un partito di estrema destra come Alternative für Deutschland a crescere esponenzialmente nei sondaggi, mentre l'81% dei tedeschi ritiene che la Merkel abbia perso il controllo della situazione. I fatti di Colonia hanno colpito profondamente la Germania, che si è sentita violata nella propria stessa identità. Le reazioni non si sono fatte attendere e hanno investito le basi stesse dell’attuale società tedesca. Nel dibattito pubblico è infatti emersa la questione su quanto l’auspicata multi-culturalità della Germania di oggi possa di fatto compromettere i «valori non-negoziabili» su cui essa si basa. E non importa se quegli stessi «valori» l'Europa di oggi - pronta a negoziare con la Turchia pur di liberarsi dei migranti e a chiudere le porte in faccia anche ai profughi veri e propri - sembri averli già persi. Quello che conta è l'immaginario pubblico, e il comune sentire del popolo. E il popolo, in Germania e non solo, si volge sempre di più contro gli immigrati e contro chi li accoglie.

Un disagio che covava da tempo
Per non parlare, poi, delle tensioni al di fuori dei confini tedeschi. Perché il fallimento progressivo del tentativo di concertare una politica d'asilo europea denuncia, di fatto, il fallimento del «pilastro» dell'Europa - la stessa cancelliera -, che ha sempre tentato di spingere gli altri Stati verso una politica di maggiore accoglienza. Si pensi innanzitutto alla Polonia: con la vittoria di Beata Szydło e del partito di destra Diritto e Giustizia nelle elezioni di novembre, uno scontro particolarmente aspro si è aperto tra Berlino e Varsavia. Le ragioni sono diverse: dalle critiche di Bruxelles contro una riforma costituzionale ritenuta anti-democratica, all’irritazione per le campagne della stampa polacca contro i «nazisti tedeschi», fino all'odiata politica delle «quote».Una tensione ben rappresentativa dell'annosa questione riguardante lo «spirito» dell’Europa unita, incapace di condividere un comune senso di solidarietà di fronte a drammi umanitari oggettivi o di fornire risposte condivise in relazione alle crisi internazionali. E se l'Europa fallisce, avrà fallito innanzitutto chi, come la Germania, ha sempre aspirato a un ruolo di leadership, senza essere di fatto in grado di incarnarlo con legittimità agli occhi dei partner. La crisi è scoppiata con i rifugiati, forse il tema su cui più sarebbe stato auspicabile rimanere compatti; ma l'insoddisfazione già covava da prima, alimentandosi della miope tenacia di Berlino nel modellare il Continente a propria immagine e somiglianza, con i risultati che conosciamo. Il malcontento c'è, dunque, e a prescindere da qualsiasi ipotetica «longa manus» di Vladimir Putin.