15 dicembre 2019
Aggiornato 00:30

Obama ci vuole in Libia? Perché dovremmo pensarci due volte prima di dirgli di sì

Quando l'alleato americano chiama, siamo abituati a rispondere con sollecitudine. Ma in questo caso dovremmo valutare con più ponderazione. Ecco i 5 rischi da considerare seriamente prima di intervenire in Libia (e ripetere gli errori del 2011).

TRIPOLI - L'alleato americano chiama. Barack Obama, nei giorni scorsi, ha sollecitato Roma a fare la propria parte in Libia, per stabilizzare la polveriera creatasi dopo l'intervento occidentale del 2011 e per rimuovere la minaccia jihadista. Il ministro della Difesa Pinotti ha subito smorzato gli entusiasmi, dichiarando che, ad oggi, «l’intervento italiano in Libia non è imminente». Eppure, la smania di interventismo dimostrata da diversi governi occidentali - americano, italiano, francese, britannico - nelle ultime settimane renderebbe sempre più tangibile lo spettro di una nuova guerra. Ma che cosa sta succedendo realmente? E soprattutto, che cosa dobbiamo aspettarci da un eventuale nuovo intervento in terre libiche?

La guerra è vicina?
Per ora, le fibrillazioni occidentali sembrano rimanere limitate all'attivismo verbale. Quello che i governi occidentali, cioè, stanno cercando di fare sventolando la minaccia di un intervento è mettere pressione sulle fazioni libiche che ancora non riescono a convergere verso un governo di unità nazionale. Il parlamento di Tobruk, unico riconosciuto a livello internazionale, non ha approvato la lista di ministri che il premier Serraj, incaricato di formare un governo dopo la firma dell'accordo in Marocco, ha presentato in prima istanza. Ma quelle fibrillazioni da parte di europei e americani si spiegano anche in un altro modo: l'Occidente ha oggi la necessità di mostrarsi deciso - agli occhi dell'opinione pubblica - a tenere una linea dura nei confronti del terrorismo islamico. Dopo gli attentati di Parigi, in Europa e in America è cresciuta la paura: paura che, si sa, può essere un incredibile volano per le campagne elettorali dei politici, ma anche il più temibile vento contrario. Eppure, ci si chiede se questa possa essere una motivazione sufficiente per imbarcarsi nell'ennesimo intervento armato dalle prospettive quanto mai incerte. Secondo alcune indiscrezioni l'Occidente sarebbe addirittura disposto a dare inizio all'avventura libica a prescindere dalla formale richiesta del governo libico. Un governo che, per ora, ancora non c'è.

I rischi dell'intervento
Ma se il presupposto fondamentale di ogni impegno militare è quello di avere un obiettivo politico e strategico, l'eventuale discesa in campo in Libia poggia già su fondamenta quanto mai traballanti. I rischi di un intervento sono molteplici, e, prima di prendere qualsiasi decisione, sarebbe bene tenerli in seria considerazione. In primo luogo, è logico pensare che un intervento armato in un Paese che cerca, non senza grande fatica, di mettere insieme i pezzi possa definitivamente compromettere le speranze di pacificazione. In secondo luogo, un impegno militare da parte dell'Occidente potrebbe ricompattare i gruppi islamisti attorno all'Isis, accrescendone - anziché limitandone - la forza (Afghanistan e Iraq insegnano). In terzo luogo, la percezione della minaccia costituita dall'Isis, percezione accresciuta a dismisura dopo gli attentati a Parigi, è abbastanza lontana dalla realtà. Come ben spiega il Responsabile dell'Osservatorio Terrorismo dell'Ispi Arturo Varvelli, «lo Stato Islamico in Libia è certamente una minaccia rilevante ma sinora è piuttosto contenuta. Il numero di combattenti di Isis è spesso esagerato dai media e dai libici che combattono contro gli islamisti». In pratica, è sempre il mercato della paura, alimentato da certi media, il miglior alleato degli interventisti. Ma al di là dell'effettivo numero di jihadisti presenti in Libia (che ad oggi sarebbero tra i 2.700 e 3.500), bisogna tenere conto di un altro aspetto: è proprio il vuoto politico della regione, nonché l’esclusione di parte della popolazione da un processo di partecipazione politica, a rafforzare l'Isis. Molti giovani sposano la causa dei miliziani per ragioni più politiche che ideologiche: ecco perché, più che un intervento armato, sarebbe necessario puntare sul ritorno a un processo politico inclusivo. In quarto luogo, la popolazione libica si è dichiarata contraria a un intervento militare occidentale nel Paese, preferendo ad esso la semplice «assistenza». Lo stesso neo-presidente Serraj ha espressamente dichiarato che all’Occidente chiede solo supporto e assistenza per addestrare forze armate e polizia. Non da ultimo, agli occhi dei libici un intervento esterno rischierebbe di screditare definitivamente qualsiasi governo unitario: e se l'obiettivo è quello di dare al Paese una stabilità interna, è evidente come questa eventualità rappresenti un'autentica catastrofe, un fallimento annunciato. 

Gli errori del passato
Il 2011 dovrebbe averci insegnato qualcosa. Intervenire in un Paese al collasso (oggi ancor più di allora) senza aver chiaro strategie, obiettivi e modalità della missione è un errore che alla lunga non sconterà solo la popolazione locale: lo sconteremo anche noi. Certo, la prospettiva di mettere in sicurezza le aree petrolifere (più ancora, forse, che sconfiggere l'Isis) fa gola a tutti i governi occidentali. Ma il rischio è che, senza un strategia ben studiata e pianificata, in futuro ci ritroveremo allo stesso punto di oggi, che poi è lo stesso del 2011. Con buona pace degli americani che oggi ci chiedono di intervenire, e dell'antico saggio che definiva la storia maestra di vita.