22 ottobre 2019
Aggiornato 05:30
Vicine le primarie, tempo di bilanci

La controversa eredità di Barack Obama, a 7 anni dal Nobel

E' stato eletto, nel 2008, al grido di «Yes we can», con la promessa di cambiare l'America (e il mondo) dopo le contestate politiche interventiste di Bush. Nel 2009, il Nobel per la Pace. Oggi, 7 anni dopo, per Obama, è tempo di bilanci. Senza giri di parole

WASHINGTON - A pochi giorni dall'inizio delle primarie repubblicane nell'anno che incoronerà il nuovo presidente degli Stati Uniti, è tempo di bilanci. Barack Obama, l'uomo che nel 2008 fu acclamato al grido di «Yes we can», il primo presidente nero nella storia degli States, si appresta a lasciare dietro di sè un'eredità certamente controversa. Perché è la sua stessa figura ad esserlo: il suo indiscusso carisma, costruito sapientemente fin dalla sua rivoluzionaria campagna elettorale «social», gli è valso addirittura un Nobel per la Pace «sulla fiducia», ricevuto nell'ottobre 2009, quando ancora la sua presidenza era troppo giovane per potersi meritare un simile riconoscimento. Oggi, a 7 anni di distanza, i tempi sono maturi per tirare le somme, ma il compito è decisamente complesso.

Tra «hard» e «soft» power
Perché giudicare l'eredità di Obama non può prescindere dal porsi l'annoso interrogativo su quale debba essere il ruolo degli Stati Uniti nel mondo: se quello di guardiani dell'ordine mondiale disposti a intervenire a gamba tesa (e armati fino ai denti) nelle aree più «calde», o se quello di «osservatori», risoluti a conservare il proprio ruolo dominante ma più restii a intervenire direttamente se non strettamente necessario. In pratica, si tratta dello scontro tra la filosofia dell'«hard power» e quella del «soft power»: la prima, fermamente e disastrosamente praticata da Bush, la seconda, sostenuta (in modo controverso) da Obama. Il Nobel per la Pace era allora un augurio e una professione di speranza insieme: la speranza, cioè, che quella amministrazione avrebbe segnato una forte discontinuità con quella precedente. L'intervento in Afghanistan e quello in Iraq hanno rivelato, a distanza di anni, tutte le loro conseguenze nefaste: la cosiddetta «guerra al terrorismo», dunque, sarebbe stata l'ambito in cui Obama avrebbe dovuto segnare la propria differenza.

La guerra al terrorismo mai conclusa
Ma quanto «coraggioso» è stato Obama? Secondo numerose organizzazioni per la difesa dei diritti civili – a partire dall’American Civil Liberties Union (ACLU) -, in realtà lo è stato poco, visti i compromessi accettati dalla sua amministrazione: dalla rinuncia a principi e sensibilità costituzionali con consenso e vantaggi politici contingenti, alla più volte rimandata chiusura di Guantanamo, fino all'uso di droni nel colpire sospetti terroristi e all’ampia e intrusiva azione di spionaggio e monitoraggio delle comunicazioni promossa dalle diverse agenzie d’intelligence. Senza dimenticare che la promessa elettorale di ritirare le truppe dall'Afghanistan non è stata affatto mantenuta. L'Afghanistan, anzi, è divenuto il simbolo di quanto la lotta al terrorismo Usa sia stata controproducente, visto che i talebani oggi sono più diffusi e forti di quanto non fossero nel 2001. E' certamente vero che in quel Paese, così come in Iraq, l'amministrazione Obama ha dovuto scontare gli errori del proprio predecessore. E' anche vero, però, che le operazioni sono continuate, anche intensificandosi, soprattutto dopo l'ascesa di Daesh.

Un metodo che scontenta tutti
Nonostante le aspettative, con Obama non è finita l'era della «guerra al terrorismo permanente», nonostante gli interventi muscolari di Bush siano stati sostituiti con azioni più o meno «mirate», e dunque meno plateali, con i droni. E se le differenze di approccio tra i due presidenti rimangono evidenti, paradossalmente non molto è cambiato nella sensazione, che pervade ormai da 15 anni gli States, di star combattendo una guerra eterna, quasi un ineludibile scontro di civiltà. Oltretutto, il «metodo di Obama»  ha finito per essere contestato quasi quanto quello di Bush: perché quei raid in Siria e in Iraq contro l'Isis, ma anche in Somalia e in Libia da un lato fanno infuriare chi sperava che Obama potesse davvero meritarsi il Nobel ottenuto, dall'altro sono giudicati risposte troppo timorose e poco convinte dagli irriducibili dell'intervento armato. Insomma: per i pacifisti, Obama ha sganciato troppe bombe; per gli altri, ha dimostrato una leadership troppo debole e un'eccessiva timidezza. Forse, proprio nel tentativo di accontentare tutti, il presidente che avrebbe dovuto cambiare il mondo ha finito per non accontentare nessuno. 

L'ossessione per il «regime change»
Anche in quanto all'ossessione per il «regime change», la questione è controversa. L'intervento in Iraq contro Saddam deciso da Bush ha fatto scuola (in senso evidentemente negativo); ma non si può dire che Obama abbia completamente abbandonato quel vizietto tutto americano di «esportare la democrazia», o perlomeno di sostenere l'instaurazione di regimi «amici» nel mondo. In Yemen, Obama ha inizialmente dichiarato di non voler sganciare bombe, ma ha fin da subito sostenuto i sauditi (che le bombe, invece, le sganciano da mesi nel totale silenzio della comunità internazionale) almeno a livello di intelligence contro i ribelli. Per non parlare, poi, della Siria, dove la strategia statunitense è stata quella di armare le cosiddette «opposizioni moderate» contro Assad, anche con il rischio di rinfocolare le scintille del fondamentalismo. E poi c'è l'Ucraina, dove Stati Uniti e Paesi occidentali si sarebbero variamente industriati per sostenere l'opposizione ucraina che nel 2013 ha deposto il filo-russo Viktor Yanukovich. L'America di Obama, inoltre, deliberò per quel scellerato intervento in Libia nel 2011, intervento che, per rovesciare Gheddafi, seminò un caos che ancora sta producendo i suoi frutti avvelenati.

Quale cambiamento?
Anche i più grandi obiettivi raggiunti dall'amministrazione Obama - come l'accordo sul nucleare iraniano, il TTIP/TTP, la ripresa dei rapporti diplomatici con Cuba - nell'opinione pubblica si sono dimostrati divisivi. Probabilmente, sarà il tempo, in proposito, a fare chiarezza. I «danni collaterali» prodotti dai droni, invece, sono molto difficili da valutare, anche se diversi studi rivelano come essi abbiano comunque causato un numero cospicuo di vittime civili e, soprattutto in Pakistan, alienato quelle popolazioni locali che si voleva riconquistare. Rimane il fatto che le bombe sganciate da un Nobel per la Pace, se possibile, pesano ancora di più su quella parte di opinione pubblica che sperava nel «cambiamento». E, contemporaneamente, non fanno cambiare idea a chi osserva che, sotto l'amministrazione Obama, l'immagine degli Usa come grande potenza internazionale ha cominciato a scricchiolare.