20 ottobre 2019
Aggiornato 07:30
Dietro alla nuova strategia di Ankara un'intricata ragnatela di interessi

Turchia, i tre motivi per cui Erdogan è diventato (improvvisamente) nemico dell'Isis

Nel giro di 48 ore, ormai un mese fa, Ankara è divenuta, da «alleata per astensione» dell'Isis, a sua (filo-occidentale) acerrima nemica. Dietro alla rivoluzione c'è un nome, Erdogan. Nonché le sue intricatissime e segretissime mire...

ANKARA – C'è stato un tempo, prima che Ataturk lo abolisse, in cui il titolo di «califfo» spettava al sultano turco. Oggi, a sentir parlare di «califfi» vengono i brividi, visto che una delle definizioni che il sedicente Stato islamico si è auto-attribuito è proprio quella di «Califfato». Ma la recente rivoluzione che ha interessato la politica estera di Ankara potrebbe mirare, segretamente, a riportare l’ambito titolo alla sua antica dimora. Perché la svolta compiuta dal presidente Erdogan, da un mesetto divenuto acerrimo nemico dell’Isis, ha molto a che fare con le sue inconfessabili mire personali e con le dinamiche politiche del Paese.

Questioni elettorali
Proprio ieri il premier Davutoglu ha annunciato la fumata nera che ha posto fine ai tentativi di creare un governo di coalizione. Il fallimento elettorale dell’Akp, insomma, si traduce in definitiva nell’indizione di nuove elezioni: occasione, per Erdogan, di ri-giocarsi la maggioranza assoluta, che gli permetterebbe di portare a termine la tanto agognata riforma (super)presidenziale. Secondo gli analisti, l’improvviso intervento contro lo Stato islamico garantirebbe ad Erdogan la conquista dei voti dei nazionalisti, vista la natura «bifronte» della guerra: obiettivo tacito – ma evidente – delle bombe turche, infatti, sono i curdi del Pkk, principale ostacolo sulla strada dell’aspirante super-presidente. Fuatavni, «gola profonda» che in passato ha anticipato diversi piani del governo, giura che l’attuale situazione sia il risultato di un piano elaborato per precipitare il Paese nel caos e favorire la conquista della maggioranza assoluta da parte dell’Akp. A sentir lui, addirittura, l’attentato di Suruç sarebbe stato realizzato da una delle cellule dello Stato islamico controllate dal direttore del servizio segreto turco (Mit) Hakan Fidan, fedelissimo di Erdogan.

L’immancabile oro nero
Poi c’è la questione petrolio, immancabile protagonista delle strategie belliche mediorientali. Perché il repentino cambio di strategia nei confronti dell’Isis è avvenuto dopo che sono trapelate (tra gli altri da The Guardian) le sospette collusioni tra alti funzionari turchi e importanti membri  dello  Stato islamico, praticate (pare) a colpi di  transazioni  finanziarie e accordi  circa la  vendita di petrolio dall’Is alla Turchia. Da quando, però, il Califfato è divenuto improvvisamente nemico di Ankara, è più difficile attribuire a quest'ultima responsabilità in questo senso.

Le mire segretissime del sultano
Infine, c’è la «fantapolitica», che troppe volte si avvicina pericolosamente alla realtà. Perché c’è chi ritiene che i progetti di Erdogan possano essere ancora più ambiziosi: l’apparente condotta filo-occidentale – suggellata dalle basi gentilmente concesse agli Usa – occulterebbe il segreto progetto di fare della Turchia l'ombelico del mondo islamico sunnita. Proprio quel mondo che, secondo il sondaggio di Al Jazeera, per l'80% è più propenso ad avallare l’Isis piuttosto che tornare a una dominazione sciita. Il cambiamento di rotta dall’appoggio per astensione dello Stato islamico agli attuali raid pare dunque più una prosecuzione, sotto altra forma, della politica precedente. Perché forse, quando l’Isis non ci sarà più e i curdi saranno stati ricondotti all’ordine, il progetto di Erdogan sarà disvelato: fare della Turchia il punto di riferimento del nuovo stato sunnita. E diventare non solo il super-presidente-sultano turco, ma addirittura il novello califfo.