17 novembre 2019
Aggiornato 16:00
Tehran avverte: «Nessun accordo è meglio di uno qualunque»

Nucleare iraniano: l'intesa è a un passo, ma c'è l'incognita repubblicani

L'attuale fase negoziale che punta ad arrivare a una intesa politica entro marzo, per poi siglare un patto globale comprensiva di tutti gli aspetti tecnici entro il 30 giugno, è possibile. Ma l'Iran teme la debolezza di Obama davanti al Congresso americano

TEHRAN - «Sono favorevole a un accordo, ma sempre meglio non raggiungere un accordo ed io naturalmente mi oppongo a un cattivo accordo», ha detto la Guida suprema dell'Iran, Sayyed Ali Khamenei, riferendosi ai negoziati sul nucleare. Khamenei parlando ai comandanti delle Forze aeree iraniane ha spiegato: «Di sicuro il popolo iraniano non si opporrà a nessun accordo che difenda la sua dignità e il suo rispetto».

KHAMENEI, NESSUN ACCORDO MEGLIO DI UNO CATTIVO - L'ayatollah ha aggiunto che l’intesa non dovrà «lasciare nessuna ambiguità che potrà essere usata per strappare nuove concessioni a Tehran», come ha riportato la Radio Televisione della Repubblica Islamica dell'Iran (Irib). La Guida suprema ha ribadito che «nessun accordo è meglio di un accordo qualunque» e che il suo Paese preferirebbe non firmare alcun documento con il gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Cina, Francia, Regno Unito e Germania) sul nucleare piuttosto che raggiungere un'intesa che vada contro gli interessi del Paese. Le sue parole sono arrivate l'8 febbraio scorso, dopo la serie di incontri tra il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e i vertici diplomatici di Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia a margine del conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera. Da Tehran è arrivato un ammonimento agli Stati uniti anche da parte del presidente del parlamento iraniano, Ali Larijani: «Se le trattative sul nucleare iraniano falliscono è la colpa di Obama, perché è debole. E' un capo di Stato che non riesce a risolvere i problemi interni del suo Paese, e noi non intendiamo accettare le richieste eccessive che il suo governo vuole imporre durante i negoziati nucleari». Citato dalla PressTv, Larijani ha commentato: «Siamo stati abbastanza flessibili. La palla adesso è nel loro campo».

ROHANI, LA PALLA E' NEL CAMPO OCCIDENTALE - Dichiarazioni più accomodanti, ma dallo stesso contenuto di fondo, sono arrivate dal presidente iraniano, Hassan Rohani. Rohani, secondo quanto riportato dall'agenzia Irna ha chiarito che le parti in gioco devono «cogliere l'opportunità» di concludere un accordo sui programmi nucleari iraniani. «L'Iran ha fatto i passi necessari e ora spetta all'altra parte cogliere l'opportunità», ha detto il presidente dell'Iran, sottolineando come siano stati fatti dei progressi nei negoziati in corso ma «manca ancora un po' per un accordo definitivo». Durante l'ultimo round negoziale infatti le parti si sono accordate per prorogare le trattative fino al primo luglio del 2015, sebbene la speranza sia quella di definire i termini dell'intesa già entro la fine di marzo. Il nodo della questione rimane l'opposizione americana all'arricchimento dell'uranio per fini civili da parte degli iraniani. Inoltre le potenze occidentali hanno continuato a chiedere che Tehran sviluppi il suo programma nucleare fra non meno di 10 anni «per creare la fiducia», mentre l'Iran da parte sua ha chiesto tempi più brevi.

PUTIN SOSTIENE L'IRAN - Con l'Iran si è schierato il presidente russo, Vladimir Putin che ha sostenuto il diritto del Paese a sviluppare un proprio programma nucleare a fini pacifici, che comprenda anche la capacità di arricchire l'uranio. Putin ha detto al quotidiano egiziano Al Ahram: «Posso dire senza esagerare che la Russia ha contribuito molto alla stabilizzazione della situazione riguardante il programma nucleare iraniano. La nostra posizione deriva dalla convinzione che l'Iran ha il diritto a un programma nucleare pacifico, comprendente l'arricchimento dell'uranio, naturalmente sotto il controllo dell'Aiea (agenzia internazionale per l'Energia atomica, ndr)». Secondo Mosca, l'attuale fase negoziale che punta ad arrivare a un accordo politico entro marzo, per poi siglare un'intesa globale comprensiva di tutti gli aspetti tecnici entro il 30 giugno, è possibile. Putin ha sottolineato: «Noi ci aspettiamo che gli sforzi proseguano. La questione cruciale è che nessuno dovrebbe cercare di trarne benefici unilaterali dalla situazione o di negoziare più di quanto serva per arrivare a una soluzione equilibrata e giusta di questa complicata questione».

A MARZO L'INTESA? - Nei giorni scorsi sia il segretario di Stato Usa, John Kerry, che il ministro iraniano degli Affari Esteri, Mohammad Javad Zarif, hanno escluso qualsiasi estensione dei negoziati sul nucleare iraniano oltre la scadenza del 31 marzo. «L'unica possibilità che vedo per un prolungamento, a questo punto, è che ci siano i contorni di un accordo» ha detto Kerry in un'intervista alla Nbc a Monaco di Baviera. Zarif dal canto suo ha affermato che un nuovo rinvio della data limite per un accordo con le potenze occidentali «non è nell'interesse di nessuno».

L'INCOGNITA REPUBBLICANI - Come abbiamo visto però da parte iraniana il timore che alla fine l'accordo salti c'è. Lo ha confermato anche l'ex deputato americano Jim Slattery che si è recato in visita in Iran lo scorso dicembre. «Gli iraniani sono molto preoccupati per il rispetto, la cosa che chiedono è il rispetto», ha detto Slattery, in un intervento al think-tank Atlantic Council. Secondo il politico americano, il presidente iraniano Hassan Rohani e i suoi stretti collaboratori «vogliono veramente migliorare i rapporti con gli Stati Uniti», ha sottolineato. Secondo l'ex deputato, i funzionari iraniani hanno espresso preoccupazione per «le conseguenze che le elezioni dello scorso novembre per il Congresso (ora in mano ai Repubblicani, ndr) avranno sulla capacità del presidente Obama di applicare qualsiasi accordo» venga raggiunto sul programma nucleare iraniano. Il timore maggiore di Tehran è quello «di mettere sul tavolo la loro proposta migliore, solo per poi vederla respingere dal Congresso americano», ha riferito lo statunitense.