17 agosto 2022
Aggiornato 00:30
Il viaggio in Medio Oriente

Il Papa lascia la «Terra Santa» con una «chiamata» alla Pace

La foto dell'uomo vestito di bianco tra scritte a spray «Free Palestine» fa il giro del mondo, in Israele Haaretz la pubblica in prima pagina. Anche Ratzinger, nel 2009, aveva parlato dei muri da abbattere. Ma Bergoglio lancia una denuncia silenziosa in mondovisione.

GERUSALEMME - Il muro israeliano che divide il paese dalla Cisgiordania. Il «muro del pianto», memoria dell'antico tempio distrutto di Israele. E anche il muro del memoriale delle vittime israeliane del terrorismo. Tre muri che Papa Francesco si limita a toccare, preferendo i gesti alle parole, che smuovono comunque gli equilibri del Medio Oriente. Dopo Amman e Betlemme, Jorge Mario Bergoglio trascorre a Gerusalemme tutta la ultima giornata del viaggio di tre giorni in Terra Santa. E' arrivato pomeriggio ieri ed ha incontrato il patriarca ortodosso Bartolomeo, motivo ufficiale del viaggio a 50 anni dall'incontro tra Paolo VI e Atenagora. In mattinata era stato a Betlemme, «Palestina» (definizione che, dopo il voto dell'Onu nel 2012, ha sostituito quella di «Territori palestinesi» nel linguaggio vaticano). Molti incontri, molti discorsi, una messa all'aperto, e un gesto eclatante: a sorpresa fa fermare la jeep aperta sulla quale viaggia, scende e appoggia la fronte al muro che divide Israele dalla Cisgiordania.

La foto dell'uomo vestito di bianco tra scritte a spray «Free Palestine» fa il giro del mondo, in Israele Haaretz la pubblica in prima pagina. Anche Ratzinger, nel 2009, aveva parlato dei muri da abbattere. Ma Bergoglio lancia una denuncia silenziosa in mondovisione. Gli israeliani sono impensieriti. E oggi, di nuovo a sorpresa, il tragitto del Papa subisce una modifica: prima di arrivare allo Yad Vashem, il memoriale della shoah, Jorge Mario Bergoglio viene portato alla presenza del presidente Shimon Peres e del premier Benjamin Netanyahu al memoriale delle vittime israeliane del terrorismo. Appoggia una mano su una targa che ricorda i morti ammazzati dai kamikaze o dai razzi palestinesi, chiude gli occhi, china la testa in meditazione. Neanche un'ora prima aveva seguito i passi dei suoi predecessori andando a pregare al muro occidentale, il cosiddetto «muro del pianto», che ricorda l'unico contrafforte della sinagoga distrutta nel 70 dopo Cristo, luogo sacro agli ebrei di tutto il mondo e memoria vivente della origine geografica di Israele. Anche qui, niente parole, non pronunciate almeno.

Il Papa argentino abbraccia il rabbino Abraham Skorka e il musulmano Omar Abboud, due amici argentini che ha voluto nella delegazione del viaggio. Poi infila nell'interstizio del muro una preghiera, non una invocazione per la pace a Gerusalemme come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ma un padre nostro in spagnolo. Una giornalista che conosce bene Jorge Mario Bergoglio, Stefania Falasca, aveva scritto sabato un editoriale su Avvenire intitolato «al di là dei muri» e dedicato a «un viaggio che interpella le coscienze, un grido al Padre, un atto reale e profetico segnato da gesti più eloquenti delle parole. Che inizia evangelicamente dai bambini che Francesco incontrerà a Betlemme, in Palestina, e terminerà con il silenzio di un'invocazione davanti al Muro del pianto dopo aver attraversato l'altro muro, quel muro che ferisce la dignità di ogni uomo e separa la nascita dalla risurrezione». Prima di pranzo Benjamin Netanyahu va a fare visita al Papa al Notre Dame Center, edificio della Santa Sede a Gerusalemme. I microfoni delle telecamere rimangono aperti mentre il premier del Likud afferma che Israele è un paese dove i cristiani stanno meglio che nel resto del Medio Oriente, dice che anche Betlemme ormai è maggioritariamente musulmana, rivendica il muro: «Se finirà il terrorismo non ci sarà più bisogno di misure che stiamo prendendo come il muro di divisione». Le immagini si interrompono quando il colloquio prosegue.

Papa Francesco ama la politica, ma sa di essere un leader religioso. Non pretende di cambiare gli intricati scenari geopolitici mediorientali, ma crede nel potere dello spirito anche sulla politica. La sua veglia di preghiera in piazza San Pietro per la Siria, a pochi giorni da un preventivato intervento militare degli Stati Uniti in Siria e mentre il regime di Assad procedeva nei massacri, ha avuto un ruolo - è l'opinione di molti diplomatici - nel far desistere Barack Obama dall'opzione bellica. L'incontro a Roma deciso ieri con il presidente israeliano Shimon Peres e quello palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), probabilmente a inizio giugno, sarà solo un incontro di preghiera, ma si parlerà anche di come uscire da uno stallo negoziale che si prolunga da decenni. Peres, che oggi ha ricevuto il Papa nel palazzo presidenziale di Gerusalemme, lo ha ringraziato per l'iniziativa e ha detto che l'intervento del Pontefice «echeggerà nella regione e contribuirà a rivitalizzare gli sforzi per completare il processo di pace tra noi e i palestinesi». I rischi sono molti, le tensioni mediorientali sembrano inesauribili, e il Papa lo sa. Alla spianata delle moschee, stamane, Bergoglio ha invitato a «non strumentalizzare Dio per la violenza» ed ha sottolineato che quello che dovrebbe accomunare le tre religioni abramitiche, cristianesimo, ebraismo e islam, è non «rimanere chiusi, sicuri nelle nostre convinzioni».

Allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah, pronuncia un discorso che riecheggia Primo Levi («Chi sei diventato, uomo?») e la «vergogna» di Dio per l'«abisso» di male che l'essere umano è giunto a compiere. Con Peres denuncia violenze, terrorismo, discriminazioni tra le fedi. Chiede libero accesso ai luoghi di culto. Al monte degli ulivi, incontrando seminaristi, sacerdoti, religiosi e vescovi, esprime preoccupazione per le «difficoltà» dei cristiani di Gerusalemme (solo ieri un gruppo di cristiani che volevano salutare il Papa che passava dalla porta di Jaffa sono stati fermati in malo modo dalla polizia, i visti per accedere alla messa di Betlemme da Gaza sono stati dati colo contagocce).

La sera, prima di ripartire per Roma, dice messa al Cenacolo: luogo sacro ai cristiani che vi venerano la memoria dell'ultima cena di Gesù, sacro agli ebrei che ritengono che qui, al piano di sotto, si trovi la tomba di re David, nonché ex moschea. Un intreccio inestricabile di passioni religiose che fa sì che sulla proprietà di questo luogo si litighi da anni senza trovare una soluzione. In vista della visita del Papa - e di una notizia, emersa le scorse settimane sui giornali israeliani, che Israele sarebbe pronto a cedere il Cenacolo al Vaticano per chiudere un annoso accordo bilaterale - hanno imbrattato il muro di Notre Dame con un graffito ingiurioso («Morte agli arabi ai cristiani e a tutti quelli che odiano israele») e, solo ieri, circa 150 ragazzi hanno inscenato una manifestazione di protesta finita con l'arresto di una ventina di loro. Al Cenacolo, ha detto Bergoglio, la Chiesa «è nata in uscita»: «Gesù risorto, inviato dal Padre, nel Cenacolo comunicò agli Apostoli il suo stesso Spirito e con questa forza li inviò a rinnovare la faccia della terra. Uscire, partire, non vuol dire dimenticare. La Chiesa in uscita custodisce la memoria di ciò che qui è accaduto; lo Spirito Paraclito le ricorda ogni parola, ogni gesto, e ne rivela il senso». In uscita, smuovendo gli equilibri sia dentro che fuori la Chiesa, al costo di qualche malumore e molte speranze.