25 febbraio 2020
Aggiornato 01:30
Viaggi Apostolici

Papa Francesco mediatore nel conflitto israelo-palestinese

Da Betlemme, a sorpresa, Papa Francesco si inventa mediatore nell'annoso conflitto israelo-palestinese. Il Pontefice, d'altronde, ha preso il nome di Francesco, il santo che fece da contrappunto alla quinta crociata come messaggero di pace in Terra santa.

BETLEMME - «In questo luogo, dove è nato il Principe della pace, desidero rivolgere un invito a lei, Signor Presidente Mahmoud Abbas, e al Signor Presidente Shimon Peres, ad elevare insieme con me un'intensa preghiera invocando da Dio il dono della pace. Offro la mia casa in Vaticano per ospitare questo incontro di preghiera». Da Betlemme, a sorpresa, Papa Francesco si inventa mediatore nell'annoso conflitto israelo-palestinese. Il Pontefice, d'altronde, ha preso il nome di Francesco, il santo che fece da contrappunto alla quinta crociata come messaggero di pace in Terra santa.

Giunto per un «pellegrinaggio religioso», Jorge Mario Bergoglio ha intrecciato la sua missione spirituale con la geopolitica mondiale. «Tutti desideriamo la pace; tante persone la costruiscono ogni giorno con piccoli gesti; molti soffrono e sopportano pazientemente la fatica di tanti tentativi per costruirla. E tutti - specialmente coloro che sono posti al servizio dei propri popoli - abbiamo il dovere di farci strumenti e costruttori di pace, prima di tutto nella preghiera. Costruire la pace è difficile, ma vivere senza pace è un tormento», ha proseguito il Papa argentino, parlando, alla presenza del presidente palesteinse, alla fine della messa celebrata la mattina all'aperto nella piazza della Mangiatoia. «Tutti gli uomini e le donne di questa Terra e del mondo intero ci chiedono di portare davanti a Dio la loro ardente aspirazione alla pace».

Parole ripetute poche ore dopo all'aeroporto di Tel Aviv, davanti al presidente israeliano. A stretto giro di posta Israele e Palestina hanno fatto sapere che Peres ed Abu Mazen accettano l'invito. Iniziativa che proietta Roma al centro della scena diplomatica internazionale e - come già avvenuto alla veglia di preghiera per la Siria in piazza San Pietro voluta nei mesi scorsi da Papa Francesco - rende la Santa Sede protagonista morale della crisi israelo-palestinese dopo che le cancellerie di tutto il mondo hanno fatto, in questi anni, un passo indietro. Il mandato di Peres, peraltro, scade tra poche settimane, ed è pertanto prevedibile che il vertice vaticano - riedizione in chiave spirituale di Camp David - avvenga a breve.

La giornata del Papa è iniziata in Giordania, dove il Papa ha trascorso, ieri, il primo di tre giorni di visita in Medio Oriente. Di prima mattina Jorge Mario Bergoglio si è accommiatato dal re Abdullah ed è salito su un elicottero giordano per raggiungere - senza passare da Israele, novità protocollare rispetto ai predecessori - la Palestina (chiamata così, ed è un'altra novità, nel programma ufficiale del viaggio, dopo che l'Onu, nel 2012, ha sancito questa definizione al posto della meno piena «Territori palestinesi»).

«Vorrei dire dal profondo del mio cuore che è ora di porre fine a questa situazione, che diventa sempre più inaccettabile, e ciò per il bene di tutti», ha affermato il Papa nel discorso ufficiale al palazzo presidenziale palestinese di Betlemme. «Si raddoppino dunque gli sforzi e le iniziative volte a creare le condizioni di una pace stabile, basata sulla giustizia, sul riconoscimento dei diritti di ciascuno e sulla reciproca sicurezza. E' giunto il momento per tutti di avere il coraggio della generosità e della creatività al servizio del bene, il coraggio della pace, che poggia sul riconoscimento da parte di tutti del diritto di due Stati ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti». A tal fine «si evitino da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere ad un vero accordo e che non ci si stanchi di perseguire la pace con determinazione e coerenza». La pace «porterà con sé innumerevoli benefici per i popoli di questa regione e per il mondo intero» e «occorre dunque incamminarsi risolutamente verso di essa, anche rinunciando ognuno a qualche cosa». Più delle parole, per Papa Francesco contano anche i gesti. E, a sorpresa, ha fatto fermare la jeep aperta che lo porta dal palazzo presidenziale alla piazza accanto alla basilica della Natività per raccogliersi pochi minuti - la fronte appoggiata alla parete - davanti al muro israeliano che separa Israele dalla Cisgiordania. Silenzioso atto di denuncia, sullo sfondo di scritte spray «Palestine free», rilanciato in mondovisione da fotografi e cameramen presenti. A messa, a pochi metri dal luogo dove secondo la tradizione nacque Gesù, è partito dal Vangelo per affermare che «anche oggi i bambini sono un segno»: «Segno di speranza, segno di vita, ma anche segno 'diagnostico' per capire lo stato di salute di una famiglia, di una società, del mondo intero». E invece, «in un tempo che proclama la tutela dei minori, si commerciano armi che finiscono tra le mani di bambini-soldato; si commerciano prodotti confezionati da piccoli lavoratori-schiavi». E ancora, «in questo nostro mondo che ha sviluppato le tecnologie più sofisticate, ci sono ancora tanti bambini in condizioni disumane, che vivono ai margini della società, nelle periferie delle grandi città o nelle zone rurali. Tanti bambini sono ancora oggi sfruttati, maltrattati, schiavizzati, oggetto di violenza e di traffici illeciti. Troppi bambini oggi sono profughi, rifugiati, a volte affondati nei mari, specialmente nelle acque del Mediterraneo. Di tutto questo noi ci vergogniamo oggi davanti a Dio, a Dio che si è fatto Bambino».

Il Papa ha poi pranzato con alcune famiglie palestinesi - tra di esse una della striscia di Gaza, tra i pochi che sono riusciti a raggiungere la Cisgiordania attraversando Israele - e, ultima tappa in Palestina, ha visitato il campo profughi di Dheisheh. Di nuovo bambini e ragazzi al centro della sua attenzione: i piccoli palestinesi lo accolgono con cartelli (in italiano, inglese o arabo) con frasi come «Musulmani e cristiani vivono sotto l'occupazione», «Io non ho mai visto il mare», «We demand the freedom to worship». Molti indossano la kefiah. «Ho molte cose nel cuore, che Dio vi permetta quello che desiderate», ha commentato Bergoglio a braccio, mescolando italiano e spagnolo. Un francescano, accanto a lui, ha tradotto quello che ha ascoltato e quello che ha detto. «Siamo figli della Palestina, da 66 anni i nostri genitori subiscono l'occupazione, vogliamo dire al mondo basta sofferenze e umiliazioni», gli dice in italiano un ragazzino. «Quello che tenete scritto nei cartelli», «capisco il messaggio che mi state dando», ha affermato, «non lasciate che il passato determini il vostro futuro, guardate sempre avanti, lavorate e lottate per raggiungere quello che desiderate, però un cosa: che la violenza non si vince con la violenza, la violenza si vince con la pace, col lavoro e con la dignità di preparare una patria».

Poi - guardando l'orologio al polso - il Papa è salito di nuovo su un elicottero giordano e vola a Tel Aviv. Lo attendevano il presidente Shimon Peres e il premier Benjamin Netanyahu. E' tornato a parlare di conflitto israelo-palestinese: «Rinnovo l'appello che da questo luogo rivolse Benedetto XVI: sia universalmente riconosciuto che lo Stato d'Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. Sia ugualmente riconosciuto che il Popolo palestinese ha il diritto ad una patria sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente. La «soluzione di due Stati» diventi realtà e non rimanga un sogno». Peres e Natanyahu gli hanno parlato della strage alla sinagoga di Bruxelles. «Con cuore profondamente addolorato penso a quanti hanno perso la vita nel l'efferato attentato di Bruxelles», ha affermato il Papa, «ed esprimo viva deplorazione per questo criminoso atto di odio antisemita. Affido a dio misericordioso le vittime e invoco la guarigione per i feriti». Bergoglio ha rievocato la Shoah: «Prego Dio che non accada mai più un tale crimine, di cui sono state vittime in primo luogo gli ebrei e anche tanti cristiani e altri». Domani, tra i moltissimi appuntamenti di Bergoglio, è prevista la visita al memoriale dello Yad Vashem. La controversia degli anni scorsi su Pio XII sembra lontana, più vicina alla sensibilità del Papa la poesia di Primo Levi.

In serata il Papa ha incontrato il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. Si tratta dell'incontro che motiva ufficialmente tutto il viaggio, concepito come commemorazione dell'incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora avvenuto a Gerusalemme 50 anni fa. I due, con una scenografia molto elaborata, si sono incontrati nella delegazione apostolica di Gerusalemme, dove hanno firmato una dichiarazione congiunta, e hanno poi celebrato insieme - con un ritardo di un'ora - un incontro ecumenico nella basilica del Santo Sepolcro. «Desidero rinnovare l'auspicio già espresso dai miei predecessori - ha detto il Papa nel suo discorso - di mantenere un dialogo con tutti i fratelli in Cristo per trovare una forma di esercizio del ministero petrino proprio del vescovo di Roma che, in conformità con la sua missione, si apra ad una situazione nuova e possa essere, nel contesto attuale, un servizio di amore e di comunione riconosciuto da tutti». Il Papa, il «primus inter pares» degli ortodossi e i patriarchi e vescovi di Terra Santa, che si sono inginocchiati insieme davanti alla pietra dell'unzione, ritenuta tradizionalmente il luogo dove fu preparato il corpo di Gesù per la sepoltura, hanno poi cenato insieme nella sede del patriarcato latino di Gerusalemme. Tra i due c'era grande confidenza, al punto che Papa Francesco, incerto davanti ai gradini di pietra levigata, ha mormorato «è scivoloso», e Bartolomeo lo ha preso per mano per accompagnarlo.