23 settembre 2018
Aggiornato 04:00

La scure di Draghi sull'Italia e la paura del protezionismo: «Le parole del governo hanno fatto danni, vogliamo vedere i fatti»

Dopo i "danni" causati da alcune dichiarazioni ora conteranno «i fatti» rappresentanti dai contenuti nella legge di Bilancio, avverte Draghi

BRUXELLES - Dopo Oettinger a Cernobbio, dopo Moscovici a Parigi, dopo i tentativi - per ora solo minacciati - di attacchi speculativi, dopo i media di sistema allineati contro il governo giallo-verde, ecco che arriva anche lui: Mario Draghi. A dire il vero la sua strigliata appare fin troppo scontata, ce l'aspettavamo, ma tant'è: ognuno combatte con le armi che ha, e come in una vera guerra si procede per gradi. E dunque, ecco che, durante il direttorio post vacanze in cui si sono riuniti i banchieri centrali dell'area euro, il capo della Bce lancia il suo nuovo monito al Belpaese. Dopo i «danni» causati da alcune dichiarazioni politiche, poi modificate a più riprese, dice Draghi, ora conteranno «i fatti» rappresentanti dai contenuti nella legge di Bilancio.

Le parole cambiano
Da Roma «le parole nell'ultimo mese sono cambiate spesso» - ha detto rispondendo ad una domanda nella conferenza stampa al termine del consiglio direttivo - «ora stiamo aspettando i fatti e i fatti si vedranno nella legge di Bilancio, dobbiamo vedere e poi risparmiatori e mercati daranno il loro giudizio». «Ovviamente» le parole hanno «fatto alcuni danni, i tassi sono saliti per imprese e famiglie». Tutto questo però non ha creato grande ripercussioni su altri Paesi dell'area euro, ammette Draghi replicando a chi gli chiedeva un commento alle dichiarazioni del Commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici: «Resta prevalentemente un episodio italiano». Poi tira il freno: «Detto ciò, dobbiamo essere consapevoli che il presidente del Consiglio italiano, il ministro dell'Economia e il ministro degli Esteri hanno detto tutti che l'Italia rispetterà le regole. Ci atteniamo a quanto hanno detto».

Allarme protezionismo
L'Europa ha paura, per la prima volta davvero. «La maggiore fonte di incertezza che vediamo sulla crescita globale è rappresentata dal crescente protezionismo commerciale» è costretto a dichiarare Draghi. Questo rischio si riflette nelle previsioni attuali di crescita dei tecnici della stessa Bce «solo nella misura in cui sono state incorporate le misure effettivamente attuate e non quelle solo annunciate», ha precisato. Gli affari sono a rischio. In Italia, a un livello inferiore, si parla persino di rivedere alcuni capisaldi dell'economia liberista che tanto piace a Bruxelles (pensiamo alla revisione delle concessioni statali nel settore infrastrutturale, per non parlare dell'ipotesi chiusura negozi la domenica). Il presidente della Bce ha ricordato che nei Paesi dell'area euro con elevati livelli di debito pubblico «rispettare rigorosamente» le regole del Patto di stabilità e di crescita «è cruciale per salvaguardare posizioni di bilancio solide». D'altra parte l'allargarsi della ripresa economica richiede «il ripristino di margini di bilancio», dice. E anche questo è «particolarmente importante nei Paesi dove il debito pubblico è elevato». Guarda caso l'Italia, ad esempio.

Avanti con la crescita
Nell'area euro «la crescita prosegue e continua a sostenere la nostra fiducia che la convergenza dell'inflazione» verso i valori obiettivo «proseguirà anche dopo il venir meno» degli acquisti netti di titoli di Stato da parte della Bce, prosegue Draghi. Al tempo stesso «le incertezze dovute al crescente protezionismo e alla volatilità dei mercati hanno guadagnato spazio» e in questo ambito «restano necessari stimoli significativi» come quelli già previsti, allo scopo di garantire la normalizzazione dell'inflazione. Dopo la riunione una cosa è chiara più che mai: sui principali parametri della politica monetaria - tassi di interesse e Quantitative easing - non ci saranno variazioni dopo le decisioni del giugno scorso. In particolare era stata delineata la conclusione degli acquisti netti di titoli di Stato dell'area euro con il mese di dicembre, stop che resta però condizionato al sopraggiungere di dati e sviluppi macroeconomici in linea con le attese.

Politica monetaria confermata
La Banca centrale europea mantiene l'indicazione di dicembre come ultimo mese di acquisti netti di titoli di Stato, confermando anche la condizionalità dello stop al Quantitative easing al sopraggiungere di dati che confermino le prospettive per l'inflazione a medio termine. Il principale tasso di interesse resta fermo a zero. La Bce ha anche mantenuto allo 0,25 per cento il tasso sulle operazioni marginali e al meno 0,40 per cento il tasso sui depositi custoditi per cento delle banche commerciali. Il Consiglio direttivo ha anche ribadito di continuare ad attendersi di tenersi su livelli pari a quelli attuali "almeno nell'orizzonte dell'estate del 2019 e in ogni caso finché ciò sarà necessario». Insomma: guai a chi tocca la politica monetaria dell'area euro.