Lavoro

Niente più salario, ecco il «reddito di sopravvivenza»: così «crescono» i posti di lavoro

Italia come il Vietnam o la Cambogia. Plauso del Governo: la modernità del nostro paese assomiglia al tempo dei faraoni egizi

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha annunciato i nuovi dati Istat sull'occupazione.
Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha annunciato i nuovi dati Istat sull'occupazione. (ANSA/GIORGIO ONORATI)

ROMA - La luce in fondo al tunnel sembra non essere più un miraggio. E’ davvero così? O siamo di fronte ad una verità amplificata al punto tale da risultare poco credibile? L'Istat, come noto, ha pubblicato dati secondo cui sarebbe in essere un corposo aumento dell’occupazione in Italia, in forma per altro non omogenea. Trionfano le forze governative, mentre forti critiche, e perplessità, giungono da una parte del sindacato e dalle opposizioni. Non è chiaro quanti fossero i disoccupati durante l’epoca dei faraoni nell’antico Egitto. Idem per quanto concerne qualsiasi altro periodo storico non afferente al capitalismo avanzato. Probabilmente tale numero era prossimo allo zero: ecco, estremizzando il paragone, si può dire che l’economia italiana sta procedendo verso quel modello. Qualcosa di molto simile all’economia arcaica, in cui il reddito non trascinava l’essere umano al di fuori delle sacche della povertà. Utilizzando un terminologia di moda, si può dire che siamo di fronte alla nascita del «reddito di sopravvivenza», che sta prendendo il posto del salario. E’ il modello asiatico, in cui moltitudini sono occupate, ma quasi tutte vivono in condizioni di povertà relativa. Poi ovviamente, per quanto riguarda quelle economie, si tratta in ogni caso di un passo avanti, quello che porta dalla povertà assoluta alla povertà relativa. Mentre per quanto riguarda le economie sviluppate è obbiettivamente un passo indietro. Perché questa analisi?

Più occupati, ma meno lavoro
I fattori predominanti sono due: l’implemento occupazionale, parzialissimo, mette in evidenza che siamo al cospetto di un conflitto non più di classe, bensì generazionale: anziani, costretti a lavorare per raggiungere una chimerica pensione, contro giovani, costretti a non lavorare, o a lavorare per pochi spiccioli. O a fingere che la sharing economy sia una scelta e non un'imposizione. Infatti ciò che traina la cosiddetta "ripresa" non sono i consumi interni, lontanissimi dai livelli del 2007, bensì le esportazioni. Non a caso l’inflazione rimane bassa, prossima all’uno per cento, che come noto è un livello asfittico e preoccupante. Questo perché i salari reali sono crollati in otto anni del 2,4%: avvitamento che non accenna a rallentare, anche perché voluto. Quindi è vero che ci sono più occupati, ma ciò è dovuto ad una svalutazione del costo del lavoro. Sono i lavoretti che sostituiscono il lavoro. L’Italia è stato l’unico Paese europeo in cui il costo medio di un’ora di lavoro è diminuito (-0,8%). Non è accaduto nemmeno nella disastrata, e strozzata, Grecia.

L'Italia non è la Germania
Ci troviamo in questo contesto: le merci non rincarano, o lo fanno pochissimo, ma gli italiani – che i trionfanti proclami del Governo pretendono travolti dal ritrovato benessere – non li comprano. Perché? Ovvio: il reddito di sopravvivenza non permette nuovi acquisti, men che meno di beni durevoli. Il reddito di sopravvivenza permette di sopravvivere e basta. Il modello che si sta imponendo all’Italia è quello della grande industria asiatica, dove moltitudini di operai producono beni, soprattutto tecnologici, che non possono permettersi di acquistare: e che prendono la via del consumo estero. Infatti nel 2016, anno orribile da un punto di vista economico, l’avanzo nella bilancia dei pagamenti con l’estero ha segnato il record storico di 51,6 miliardi di euro. Si dirà: anche la Germania ha un enorme surplus commerciale, addirittura cinque volte maggiore rispetto a quello italiano (257,6 miliardi di euro). Il problema è che la Germania non ha svalutato il suo costo del lavoro, fortemente sostenuto da azioni di politica economica pubblica. La Germania, inoltre, non ha distrutto la sua industria pesante, che può vantare un valore aggiunto che rende ininfluente la concorrenza commerciale che la globalizzazione ha imposto. In altri termini: la Germania non ha distrutto i suoi marchi storici, come quelli automobilistici ad esempio, e ora li fa pagare a caro prezzo in virtù della storia e della qualità che in essi risiedono. Banalizzando: la Mercedes resiste e investe, la Lancia chiude o delocalizza mentre Marchionne, idolo di Matteo Renzi, batte le strade del mondo in cerca di qalcuno che si compri l'intero gruppo Fca, un tempo Fiat. Questa è la strada che l’Italia ha preso: quella della competitività al ribasso. La previsione quindi è molto semplice: i dati positivi, diciamo così, aumenteranno. Segnale che i lavoratori italiani, compresi gli imprenditori, saranno sempre più simili ai loro colleghi asiatici.