26 giugno 2019
Aggiornato 13:30
Calcio e soldi

Il calcio, l'economia reale: cosa si nasconde dietro il flop dell'asta sui diritti televisivi

Il calcio italiano è in crisi? Se la risposta è sì ad essere traballante è l’intero sistema economico del Paese. Al di là dell’aspetto sportivo, l’offerta che ha fatto Sky significa che il comparto della pubblicità non reputa remunerativo un investimento così massiccio

Il presidente del Torino Fc Urbano Cairo
Il presidente del Torino Fc Urbano Cairo ( ANSA )

ROMA  - Il calcio, oggi, è un motore potentissimo e imballato. L’asta per i diritti tv inerente il triennio 2018-2021 ha ricevuto una singola offerta, quella di Sky, pari a poco più di 400 milioni di euro. Una cifra molto bassa, soprattutto in virtù di quanto le squadre, soprattutto i club più prestigiosi, pensavano di incassare: quasi un miliardo e mezzo di euro. Mediaset e Tim sono rimasti fermi, addirittura non hanno avanzato alcuna offerta. Si rifarà il bando e magari molti soldi verranno recuperati. Ma la vicenda dà spazio a molte riflessioni di tipo economico e culturale che meritano di essere approfondite. Cosa significa questo? Il calcio italiano è in crisi? Se la risposta è sì ad essere traballante è l’intero sistema economico del Paese. Al di là dell’aspetto sportivo, e romantico, l’offerta molto bassa che ha fatto Sky significa che il comparto della pubblicità non reputa remunerativo un investimento così massiccio, perché dissanguerebbe gli investitori tradizionali. Quali? A voler risparmiare sarebbe soprattutto chi fa la parte del leone, ovvero la grande industria, ormai in Italia sempre più debole da un parte, e desiderosa di sbarcare in mercati più ricchi dall’altro. Insomma, l’Italia è percepita come un’economia in fase stagnante o recessiva. Questo perché, e l’indicatore è abbastanza tragico, vi è la diffusa convinzione che la crisi economica ormai perdurante abbia scarnificato a tal punto la classe media, quella che consuma, da rendere improduttivo un investimento pubblicitario così importante come quello nel calcio. In questo senso si spiega il progressivo allargamento dell’influenza economica del calcio tedesco, spagnolo e soprattutto inglese.

Il canale dei club
Il presidente del Torino Fc, nonché azionista di maggioranza di Rcs ed editore de La7, ha fatto capire che la Lega Calcio potrebbe costituire un canale suo, diversificato su più piattaforme. Questo perché – spiega Urbano Cairo – il calcio è un affare sicuro, quindi tanto vale gestirselo da soli. I club in questo modo potrebbero perfino guadagnare di più, sempre che vi siano inserzionisti di peso, e il servizio costare di meno. Non è un’idea peregrina quella del presidente del Torino. In un'intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, Cairo prospetta un’alternativa sul modello spagnolo: "Occorre avere un dipartimento interno che faccia le produzioni e le faccia bene. Lo stanno facendo molto bene in Spagna con la Lega diretta da Tebas, un manager bravissimo che ha sviluppato molto queste attività: le producono loro. E sviluppano i diritti all'estero con presenze ovunque nel mondo per raccogliere 630 milioni invece dei nostri 180. Quasi quasi, se le cose non si svilupperanno - come io credo che faranno, perché sarebbe una follia per qualcuno perdere i diritti tv - potrebbe essere una benedizione essere costretti a fare una tv della Lega, perché potremmo avere dei vantaggi importantissimi». Per questa ragione era indispensabile che la Juventus vincesse la finale di Champions contro il Real Madrid. Senza quella coppa in Italia, i proventi esteri dei diritti tv sul calcio italiano rimarranno sempre irrisori. Il collegamento tra successi sportivi e il rafforzamento industriale del paese è ormai innegabile. In particolare della Juventus, rimasto l’unico club ad avere una importante connessione industriale, tramite la Fiat degli Agnelli ovviamente, con il sistema economico reale italiano. 

Lo sport in ogni caso è finito
Fanno, in ogni caso, impressione le cifre di cui si parla. Anche perché spiegano l’origine degli immensi stipendi che percepiscono i giocatori, anche i più brocchi. Cifre immense che fanno aumentare il sospetto che il calcio, in fondo, sia una grande rappresentazione teatrale, orchestrata non per far emergere antichi valori umanistici. Un affare dove non si può sgarrare, pena la perdita di sponsor globali, fondamentali per mantenere in piedi l’intera baracca. E’ possibile pensare che una squadra di seconda fascia, come il Leicester ad esempio, possa vincere il campionato italiano? Sarebbe un danno economico per tutti, non solo per le squadre più forti. Anzi, lo è ancor più per i club minori. I primi perderebbero i soldi necessari per essere competitivi con le squadre più forti del mondo – spagnole, inglesi e tedesche – i secondi dovrebbero rinunciare ai denari necessari per sopravvivere. Crollerebbe anche il mercato infrastrutturale. I club stanno investendo montagne di euro per costruire nuovi impianti: Si pensi, ad esempio, ai due nuovi complessi sportivo/commerciali che la Juventus sta edificando a Vinovo e  a Venaria: investimenti per centinaia di milioni di euro, che creano migliaia di posti di lavoro. Oppure il nuovo stadio della Roma. Senza i ricchissimi diritti tv rimarrebbe tutto fermo.