17 novembre 2019
Aggiornato 09:30
Finanza patologica

Bce, perché il QE di Draghi non ha alcun effetto sull'economia reale

Il denaro creato dalle banche centrali non riesce a sortire effetti sull'economia reale e rischia invece di favorire l'esplosione improvvisa di bolle finanziarie sui mercati primari. Ecco perché e cosa sta succedendo

Le banche centrali prediligono la finanza agli investimenti nell'economia reale.
Le banche centrali prediligono la finanza agli investimenti nell'economia reale. Shutterstock

ROMA - La prima domanda è semplice: perché le politiche espansive operate da Federal Reserve e Bce non riescono a sortire effetto nell’economia reale? Come un acquazzone che trova una superficie impermeabile, il denaro delle due banche centrali scivola via senza fermarsi, senza fertilizzare il terreno che rimane arido e privo di vita. Anzi, il torrente d’acqua, coerentemente con la dinamica dei flussi, provoca sfracelli all’aumentare di velocità e portata: nel caso statunitense ed europeo tale fenomeno è dato dall’improvvisa esplosione di bolle finanziarie sui mercati primari.

Le banche d'affari preferiscono le Borse all'economia reale
Le risorse monetarie che vengono «create» dalle banche centrali sono drenate dal sistema bancario, che le utilizza prendendole in prestito a un tasso prossimo allo zero, per finanziare un mercato parallelo e speculativo, privo di relazione con l’economia reale. Le maggiori banche d’affari del mondo, ogni giorno, preferiscono giocare al casinò delle Borse anziché investire nell’economia reale? La verità, per quanto drammatica e crudele, è molto semplice: i costi di produzione del mondo occidentale impediscono gli investimenti nell’economia reale. In Cina, e non solo, eserciti di schiavi producono tutto. L’ideologia, negata ma in essere, del mondo occidentale è creare plusvalore dal mondo della finanza, con cui finanziare la produzione.

L'apice della curva dei mercati finanziari
Per questa ragione si tenta di rendere le curve dei mercati finanziari perennemente ascendenti. Tutto ciò ha limiti fisici, lo sappiamo bene: in natura esistono solo curve gaussiane che prevedono sempre una fase discendente della curva. Dove siamo noi oggi? Dispiace dirlo ma, nonostante gli anni di crisi e ripresina, ci troviamo all’apice della nostra curva. Si pensi a Wall Street negli ultimi 40 giorni: quaranta sedute in rialzo, senza un reale ragione economica. Pura speculazione che trae sostentamento dai fiumi di denaro della Fed e della Bce. All’inizio del suo mandato, il presidente statunitense Barack Obama disse che avrebbe fermato la dittatura della finanza: oggi non ne può più fare a meno.

La dipendenza patologica dell'economia finanziaria
Ma il sistema porta a torsioni potenti, in primis la compressione dei salari unita alla disoccupazione dilagante. Capita così che, di tanto in tanto, i banchieri centrali delle due sponde dell’oceano atlantico paventino una stretta sui tassi di interesse. La ragione è oscura perché dinamiche inflazionistiche serie non si vedono da lustri. Immediata è la reazione scomposta dei mercati finanziari che si avvitano in perdite in successione. L’effetto «panico sui mercati» viene adeguatamente propagandato dalla stampa, di solito controllata dai poteri finanziari che perdono sui mercati borsistici. La reazione ricorda moltissimo la clinica dell’astinenza del tossicodipendente. Una reazione fuori scala di fronte al pensiero che la «dose», in questo caso di denaro, possa essere diminuita.

Le operazioni di buyback
L’economia finanziaria è chiaramente un’economia che getta le basi in una dipendenza patologica. In caso di rialzo dei tassi, o di termine dell’operazione QE, Wall Street ritraccerebbe velocemente dai massimi che continua a inanellare senza un ragione economica. Di quanto? Sicuramente non di molto perché l’effetto panico porterebbe frutti compensativi. Secondo Goldman Sachs le aziende tra il 2012 e il 2015 avrebbero comprato, attraverso operazioni di buyback, 1700 miliardi dollari di proprie azioni. Questo spiega perché i valori siano in continua ascesa e fuori mercato.

Una fase 3 del QE sarebbe inutile
Le borse europee subirebbero un pressione molto più elevata con particolare focus sul settore bancario. Milano si troverebbe nell’occhio del ciclone anche per ragioni politiche interne. I titoli di stato, quantomeno quelli europei, potrebbero tornare sulle montagne russe del 2011. Dal marzo 2015 la Bce acquista, contro il parere della Germania, 80 miliardi di euro di titoli pubblici e privati: tale operazione durerà fino a quando il tasso di inflazione si posizionerà intorno al 2%. Il tasso dei depositi bancari presso la Bce è così sceso da – 0.20% a – 0.30%. In caso di cessazione del QE tutto verrebbe messo in discussione. Ma, sostengono alcuni economisti ortodossi, una fase 3 del QE è inutile perché oltre questi livelli il denaro è carta straccia: è quindi politicamente improbabile che il QE venga azzerato (LEGGI ANCHE "Bce, chi guadagna davvero con il QE di Mario Draghi?").

Il cortocircuito dei titoli di stato
Probabilmente rintraccerà su dimensioni più contenute rispetto alle attuali. In caso contrario, le differenze economiche e politiche tra i paesi che compongono l’eurozona diverrebbero insostenibili. In linea teorica, classica, operazioni di questa portata e in Europa dovrebbero frenare l’afflusso di capitali negli Usa e nella UE provenienti dall’estero. In linea teorica dovrebbero avvantaggiare le economie dei paesi emergenti. In pratica, ogni tipo di vantaggio decadrebbe perché tali economie, da decadi, sono ricolme di titoli di stato statunitensi, in primis la Cina. Un potenziale vantaggio concorrenziale verrebbe quindi pagato da un maggior tasso di interesse da corrispondere.