20 settembre 2019
Aggiornato 20:30
L'ex ad ai domiciliari

Veneto Banca, l'arresto di Vincenzo Consoli e il gioco di prestigio delle operazioni «baciate»

La parabola di Veneto Banca si conclude con l'arresto dell'ex ad, ora ai domiciliari. Ecco cosa si nascondeva dietro le operazioni «baciate» al centro delle inchieste giudiziarie e del tracollo finanziario dell'istituto.

ROMA – Vincenzo Consoli, padre padrone di Veneto Banca, è stato arrestato per ordine del gip del Tribunale di Roma con l'accusa di ostacolo alle funzioni delle autorità di Vigilanza e aggiotaggio. Secondo le agenzie di stampa ora è agli arresti domiciliari. Ecco come è riuscito a far diventare il piccolo istituto di Montebelluna un big del credito nazionale.

L'arresto di Vincenzo Consoli
Veneto Banca nel mirino della magistratura e il suo padre padrone agli arresti domiciliari. La parabola di Vincenzo Consoli, che ha guidato le sorti del piccolo istituto trevigiano per 27 anni facendolo diventare un big del credito nazionale, si conclude con l'arresto dell'ex amministratore delegato. Gli sono contestate una serie di operazioni «sospette» che servivano ad auto-finanziare la banca di Montebelluna. I finanzieri hanno eseguito sequestri per un valore complessivo di 45 milioni di euro, compreso un immobile riconducibile allo stesso Consoli stimato di 1,8 milioni di euro.

La parabola di Veneto Banca
La storia di Veneto Banca è piena di colpi di scena. Come la Popolare di Vicenza, anch'essa è un'altra protagonista dello spettacolo che ha visto importanti banche nazionali perdere rapidamente valore e patrimonio sul loro territorio. Il padre padrone del piccolo istituto di credito di Montebelluna vi aveva fatto il suo ingresso nel lontano 1989, per diventarne direttore nel 1997 e poi amministratore delegato nel 2008. Durante quella che viene definita «era Consoli», la banca trevigiana è balzata in cima alle cronache finanziarie per le tantissime acquisizioni: Intra, Carifac, Banca Apulia e Bim, Banca Italo-Rumena.

Le inchieste giudiziarie e il tracollo finanziario
Ma la faraonica sede della ex piccola «banca di campagna», cassaforte degli imprenditori del Nord-Est e dei piccoli risparmiatori oculati della Marca trevigiana e del Veneto tutto per decenni, ha iniziato ben presto a scricchiolare. La storia del tracollo finanziario inizia nel 2013 con le ispezioni della Banca d'Italia e prosegue con quelle della Guardia di Finanza nel 2015, per culminare oggi con l'arresto ai domiciliari di Vincenzo Consoli. Esattamente un anno fa, il 30 luglio del 2015, il manager di Matera si era dimesso lasciando la poltrona di ad sulla scia delle inchieste portate avanti dalle Fiamme Gialle, ma non è riuscito a evitare l'arresto sopraggiunto a dodici mesi di distanza.

Cosa si nascondeva dietro le operazioni «baciate»
Al centro delle inchieste della magistratura ci sono delle operazioni sospette, cosiddette «baciate», grazie alle quali Veneto Banca sarebbe riuscita a mettere in atto una vera e propria partita di giro per auto-finanziarsi. La banca avrebbe concesso prestiti importanti ad illustri clienti perché questi acquistassero azioni del medesimo istituto di credito. In pratica, una vera e propria politica di finanziamenti finalizzati all'acquisto delle sue stesse azioni. Nell'elenco dei clienti più famosi, come scrive l'Espresso, compare anche il nome di Bruno Vespa. Veneto Banca aveva bisogno di risorse fresche per mettere a posto i bilanci e grazie a questo espediente sarebbe riuscita ad effettuare aumenti di capitale a prezzi largamente sopravvalutati.

Il dramma dei risparmiatori: le obbligazioni convertendo
L'aumento di capitale, infatti, era sì rivolto ai soci, ma era la banca stessa a prestare i soldi per realizzarlo. E qui iniziano i guai per gli investitori. Il dramma dei risparmiatori che hanno deciso di investire nell'istituto trevigiano ha un nome: «obbligazioni convertendo». Si tratta di titoli obbligazionari che potevano trasformarsi in azionari a discrezione della banca. Così avvenne per circa 300 milioni di euro. Il vaso di Pandora venne scoperchiato nel 2013, quando Bankitalia effettuò alcune ispezioni, il cui esito fu trasmesso alla Procura di Roma e poi a quella di Treviso, per competenza. Nel frattempo, la bolla esplose e le azioni della banca cominciarono a precipitare.

Quando il sistema entra in crisi è troppo tardi
Da circa 40 euro ad azione, arrivarono a 30,50 euro. Il «crollo controllato» del titolo della banca è stato pari al 22,8% e causò la sublimazione di oltre un miliardo di euro dei 4,43 di capitalizzazione dell'istituto. Il deprezzamento verrà sancito nel corso dell'assemblea del 18 aprile dello stesso anno, che darà il via alla svalutazione e alle proteste da parte degli investitori coinvolti. Ma quando il sistema entra in crisi è già troppo tardi. Nessuno può più vendere azioni diventate carta straccia e i risparmi degli azionisti si dissolvono nel nulla. All'inizio dell'estate Veneto Banca è stata salvata dal Fondo Atlante, ma il valore dei vecchi titoli azzerato. Migliaia di cittadini reclamano ancora – e invano - giustizia.

Un interrogativo ancora senza risposta
E' impossibile ora non ricordare le parole del presidente del Veneto, Luca Zaia, che già nel lontano dicembre 2015 parlando di Veneto Banca sottolineava: «Nessuno parla del vero tema, cioè l'informazione data o non data a chi comprava azioni. A me risulta che questa banca ha emesso oltre 300 milioni di euro di obbligazioni convertendo, e vuol dire che la banca può trasformare le obbligazioni in azioni». Certo, gli azionisti le carte le potevano leggere, ma il problema è la caratteristica di quel prodotto. Quando si sottoscrive un obbligazione si crede di essere al sicuro, ma questo non è vero se la banca decide di convertirla in azione. «Ho incontrato persone di 90 anni che hanno sottoscritto questi contratti. Il vero tema – concludeva Zaia mesi or sono - è capire chi l'ha venduto questo prodotto. Perché a uno di 90 anni non dovresti far sottoscrivere un titolo speculativo». Consoli è stato arrestato, ma il quesito resta ancora senza risposta.