20 agosto 2019
Aggiornato 02:30
più disparità meno crescita

Disuguaglianze, ecco perché noi italiani stiamo diventando sempre più poveri

Il rapporto Oxfam sulla ricchezza internazionale è impietoso: nel Belpaese il 30% del reddito nazionale è nelle mani del 5% della popolazione. Vi spieghiamo perché la crescita è a rischio in una società disuguale e perché è importante occuparsi delle disuguaglianze

La crescita economica è a rischio se aumentano le disuguaglianze.
La crescita economica è a rischio se aumentano le disuguaglianze. Shutterstock

ROMA – Secondo un recente rapporto Oxfam, la ricchezza posseduta dall'1% più ricco della popolazione mondiale è uguale a quella distribuita nel resto dell'umanità. E se questo dato vi lascia basiti, dovete sapere che in Italia il 5% dei più ricchi controlla oltre il 30% del reddito nazionale netto. Negli ultimi trent'anni la forbice delle disuguaglianze economico-sociali si è allargata notevolmente nelle nostre società: i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri. Ma nessuno, o quasi, ne parla. Vi spieghiamo perché.

Il rapporto Oxfam sulla ricchezza internazionale
Nelle economie avanzate le disuguaglianze sono aumentate considerevolmente negli ultimi trent'anni. Così tanto da tornare ai livelli di cento anni fa, quando le società erano divise in classi economico-sociali in maniera ben più definita di oggi. La ricchezza si sta concentrando sempre più nelle mani (nei conti correnti) di pochi , pochissimi privilegiati. I ricchi stanno diventando più ricchi e i poveri più poveri. Secondo il più recente rapporto Oxfam, la ricchezza posseduta dall'1% della popolazione mondiale è uguale a quella del resto dell'umanità. E in base agli ultimi dati Ocse, nel Belpaese l'1% della popolazione detiene oltre il 14% della ricchezza nazionale.

La questione delle disuguaglianze
Tuttavia, sebbene la disuguaglianza economica sia uno dei problemi principali dell'economia globale e del capitalismo contemporaneo, in Italia l'argomento è ancora un tabù. All'estero le disuguaglianze sono oggetto di una crescente attenzione, sia all'interno della letteratura economica (si pensi al fatto che il libro di Thomas Piketty «Il capitale nel XX secolo» e quello di Joseph Stiglitz «Il prezzo della disuguaglianza» ad esse dedicati sono diventati dei best-seller internazionali) sia nel dibattito politico. Non a caso il candidato per la guida del Partito democratico americano, Bernie Sanders, ha centrato tutta la sua campagna elettorale sul principio di uguaglianza e la denuncia delle disparità economico-sociali.

Il rovesciamento del pensiero dominante
Nel nostro paese, invece, il problema viene a malapena menzionato dai media. Forse perché costringerebbe la classe politica ad assumersi - finalmente - delle responsabilità al riguardo. La cortina fumogena, però, inizia lentamente a dissolversi grazie al contributo di alcuni economisti, tra i quali Mario Pianta e Maurizio Franzini che hanno dedicato un libro alla questione: «Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle». Pianta e Franzini spiegano che intervenire per invertire la tendenza in atto è più che urgente, perché in gioco c'è la crescita economica nazionale e internazionale. Infatti, sebbene a lungo il pensiero dominante abbia sostenuto che la disuguaglianza economica fosse una condizione necessaria per indurre gli individui alla competizione e all'efficienza, e stimolare così la crescita economica, ora i dati ci dicono esattamente il contrario.

La crescita è a rischio in una società disuguale
Lo sviluppo economico è fortemente a rischio in una società disuguale. E questo perché non è affatto detto che i più ricchi siano anche i più meritevoli, motivati e capaci. Se l'uguaglianza delle condizioni di partenza non viene garantita a tutti i cittadini, la conseguenza è che le risorse migliori del sistema-paese possono essere inibite. Ma c' è di più. Le disuguaglianze economiche determinano la nascita di vere e proprie oligarchie di ricchi capaci di influenzare in maniera significativa anche i processi politici e sospendere de facto la democrazia. I politici nazionali non solo fanno orecchie da mercante di fronte a questi problemi, ma anzi mettono in atto politiche che favoriscono proprio l'incremento delle disuguaglianze.

Perché è importante occuparsi delle disuguaglianze
E' il caso dell'Italia, che secondo gli ultimi dati è attualmente uno dei paesi più diseguali e immobili (quando una ricchezza viene rigidamente mantenuta da una generazione all'altra) dell'area euro. Le politiche adottate dal governo Renzi, e in particolare l'abolizione delle tasse sulla casa, vanno esattamente nella direzione opposta rispetto a quella che permetterebbe la riduzione delle disuguaglianze: invece di tassare i ricchi per ridurle, li alleggeriscono delle imposte da pagare trasferendo loro ulteriore ricchezza con l'illusoria speranza di far ripartire l'economia nazionale. Ma John Maynard Keynes ci insegna che non sono i redditi più alti a sostenere i consumi dell'economia reale: sono soprattutto quelli più bassi, perché oltre un certo livello di reddito i ricchi prediligono il risparmio. Perciò, se non dovesse bastare appellarsi all'etica e all'equità sociale per ottenere un cambio di rotta dai governi nazionali, la Politica dovrebbe almeno ricordarsi della necessità di ridurre le disuguaglianze perché in gioco c'è né più né meno che la crescita economica internazionale.