14 novembre 2019
Aggiornato 09:00
Renzi tira dritto e non guarda in faccia a nessuno

Referendum trivelle, si vota il 17 aprile. Il no all'election day ci costa 300 milioni di euro

Il referendum propone di abrogare la norma che stabilisce che le concessioni petrolifere o per l’estrazione di gas già rilasciate durino fino all’esaurimento dei giacimenti. Ma non ci sarà l'accorpamento alle elezioni amministrative

ROMA - Il «referendum sulle trivelle» si farà il 17 aprile, quindi non ci sarà nessun election day. Gli ambientalisti chiedevano di accorpare il referendum alle amministrative ma niente, un nuovo esoso costo in più per le nostre tasche. Se le due votazioni fossero state accorpate avremmo risparmiato la bellezza di 300 milioni di euro. Una cifra considerevole che si potrebbe usare per molti scopi, «dalle scuole agli asili, oppure per ampliare la platea dei risparmiatori risarciti dalle truffe delle banche», ha detto Nicola Fratoianni di Sel-Sinistra Italia.

«Ecco il volto fossile del governo»
Il mancato election day castra, sul nascere, ogni possibilità di partecipazione consapevole dei cittadini alla consultazione referendaria, che per sua natura ha bisogno di un tempo utile per conoscere e valutare il quesito proposto. Due mesi, manco a dirlo, sono pochi. Pochissimi. «Un referendum nato già azzoppato nei contenuti e che con questa decisione il governo vuole definitivamente affossare» hanno commentato i parlamentari delle commissioni Ambiente e Attività produttive del M5S. «Ecco il volto fossile del governo. Il tentativo è mettere i bastoni tra le ruote al referendum, anche se è un quesito limitante e che non risolverà la questione. Ma noi dobbiamo andare a votare ugualmente e votare sì».

Alfano mette in campo «problemi tecnici»
L'accorpamento, ha voluto spiegate Alfano, incontra difficoltà tecniche non superabili in via amministrativa: ci vuole una legge apposita. La legge che disciplina l’istituto referendario non contiene espresse previsioni sulla possibilità o meno di abbinamento del referendum abrogativo con le consultazioni elettorali amministrative. E poi ci sono le «difficoltà tecniche»: «Mi riferisco - ha detto Alfano - in particolare alla diversa composizione degli uffici elettorali, alla ripartizione degli oneri e all’ordine di successione delle operazioni di scrutinio».

Cosa prevede il referendum
Il 17 aprile dovremo dunque pronunciarci su un quesito referendario presentato da dieci Regioni: quello che propone di abrogare la norma che stabilisce che le concessioni petrolifere o per l’estrazione di gas già rilasciate durino fino all’esaurimento dei giacimenti. Una vittoria dei «sì» rappresenterebbe un duro colpo per il settore dell’estrazione di idrocarburi off-shore. Esito che non sarebbe affatto gradito al governo, che già ha dovuto accettare controvoglia una brusca retromarcia sulle nuove trivellazioni nelle aree marine vicine alle coste italiane. Il governo difende l'attuale norma della Legge di Stabilità che "dice che la concessione dura finché dura il giacimento. Il che significa garantire la manutenzione degli impianti, l'impatto ambientale degli stessi e anche circa cinquemila posti di lavoro".

Com'era il referendum in principio
I quesiti referendari proposti erano in tutto sei. In un primo tempo l'Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione li aveva accolti tutti. Ma il governo ha introdotto una serie di norme nella Legge di Stabilità che hanno introdotto sostanziali modifiche, ribadendo il divieto di trivellazioni entro le 12 miglia mare. La Cassazione ha dovuto quindi nuovamente valutare i referendum e a quel punto ne ha ritenuto ammissibile solo uno, il sesto: il quesito riguarda appunto nello specifico la norma che prevede che i permessi e le concessioni già rilasciati abbiano la «durata della vita utile del giacimento».