28 settembre 2022
Aggiornato 10:31
Crisi economica

Attenta Europa, dietro la svalutazione è in agguato il pericolo recessione

Una svalutazione non è sempre la strada migliore per rilanciare l’economia di uno Stato. Ecco perché

ROMA – Molti economisti ritengono che le svalutazioni del cambio abbiano effetti espansivi, e che perciò sarebbe positivo svalutare l’euro e favorire l’export europeo. Tuttavia, non sempre questo tipo di manovra si rivela una strategia vincente: anzi, può portare ad effetti collaterali negativi e opposti rispetto a quelli che vengono profetizzati dai più convinti flessicambisti. Vi spieghiamo perché.  

La teoria economica
In linea teorica, è vero che la svalutazione della moneta di un paese in linea di principio favorisce l’export, poiché i prezzi delle sue merci si fanno più concorrenziali, e questo comporta un miglioramento della sua bilancia commerciale. Ma ciò si verifica solo se vengono rispettate due condizioni fondamentali! Innanzitutto, l’effetto è reale se le imprese che esportano all’estero non aumentano a loro volta i prezzi, altrimenti il vantaggio economico che dovrebbe derivare per un paese da una svalutazione della sua moneta sarà vanificato (pardòn, fagocitato) dall’incremento di profitto di queste imprese. Seconda condizione: è quella di Marshall-Lerner, che è anche la condizione che ci fa capire se un mercato dei cambi è stabile o instabile.

Le controindicazioni della svalutazione
E’ necessario che l’elasticità della domanda delle esportazioni più l’elasticità della domanda delle importazioni sia maggiore di uno (in tal caso il mercato dei cambi e stabile): per dirla in parole povere, ci deve essere una forte reattività della domanda delle esportazioni al variare del loro prezzo di mercato, e deve essere maggiore rispetto a quella delle importazioni. Quanto più grande è l’eccesso della somma delle due elasticità rispetto all’unità, tanto maggiore sarà il miglioramento nella bilancia dei pagamenti per una data svalutazione della moneta nazionale. Ma non finisce qui!  Se pure queste due condizioni fossero disciplinatamente rispettate, i vantaggi economici di una svalutazione in termini di maggiore competitività internazionale - e il risultato di un miglioramento del saldo commerciale - non si verificheranno comunque nel breve periodo.

L’effetto «J»
A causa di quello che gli economisti hanno ribattezzato «effetto J», potrà accadere che, a seguito di una svalutazione, inizialmente la bilancia commerciale del paese in questione possa addirittura peggiorare visibilmente. Questo perché i contratti di compra-vendita stipulati anteriormente alla svalutazione hanno scadenza trimestrale o semestrale, perciò prezzi e quantità risultano pre-determinati. Perciò servirà del tempo affinché gli effetti positivi derivanti dalla svalutazione del tasso di cambio possano trasferirsi sull’economia reale attraverso le leggi del mercato. Due economisti di fama internazionale, Junz e Rhomberg, hanno stimato che ci vogliono circa 3 anni prima che si produca il 50% del totale dell’aggiustamento di lungo periodo delle quantità sulle esportazioni a seguito di una svalutazione.

Il pericolo recessione è in agguato
Come ci ricorda www.keynesblog.com, nel primo anno sono invece i prezzi delle importazioni ad aumentare, provocando una riduzione del potere di acquisto delle famiglie in termini reali: quindi una contrazione dei consumi che, attraverso il moltiplicatore keynesiano, porta a una diminuzione del Pil. Dal terzo anno in poi, l’impulso recessivo sarà frenato dalla ripresa degli investimenti (che reagiscono positivamente alla diminuzione del tasso di interesse reale) e dall’aumento dell’export. Ma - come abbiamo visto - ci vorrà del tempo, e le condizioni dell’economia internazionale possono cambiare piuttosto rapidamente, influenzando anche il destino del paese in questione. E’ bene perciò ricordare che una svalutazione non è sempre la strada migliore per rilanciare l’economia di uno Stato.