20 gennaio 2022
Aggiornato 20:00
Prosegue a Bruxelles la riunione dell'Eurogruppo

Grecia, scontro Schaeuble-Draghi

Mentre il presidente della Bce, Mario Draghi, stava spiegando un dettaglio sul debito ellenico, Wolfgang Schäuble lo avrebbe interrotto sibilando «non sono stupido». Gelo, poi la mossa di Dijsselbloem per stemperare la tensione: «riaggiorniamoci a domani». Liberi tutti.

BRUXELLES (askanews) - Prosegue a Bruxelles la riunione dell'Eurogruppo dedicata alla Grecia, che è ripresa stamattina alle 11, dopo essere stata interrotta ieri notte, quando erano emerse profonde divisioni fra gli Stati membri sulla risposta da dare alle richieste della Grecia.

Atene chiede di aprire i negoziati per un nuovo programma di salvataggio (il terzo) da parte del Fondo salva Stati dell'Eurozona (Esm), in cambio di un'agenda di riforme strutturali e misure di bilancio molto simile alla proposta negoziale dei creditori che è stata bocciata dai greci al referendum di domenica scorsa.

Secondo diverse fonti, la riunione di ieri sera è stata sospesa dal presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, per evitare che si riscaldasse troppo il clima, dopo uno scontro verbale fra il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, e il presidente della Bce Mario Draghi.

A quanto pare, Draghi stava parlando della questione della sostenibilità del debito pubblico greco, e ricordando l'«haircut» (il taglio di una parte del debito di Atene detenuto dalle banche private) del 2012, quando Schaeuble lo avrebbe interrotto a muso duro, chiedendogli: «Mi prende per uno stupido?».

Schaeuble è contrario alla proposta - che per i greci è vitale e a cui Draghi dovrebbe essere favorevole - di far acquistare all'Esm i titoli di Stato detenuti dalla Bce per 27 miliardi di euro, in modo da poterne riscadenzare i rimborsi. Liberandosi dell'esposizione al rischio del debito di Atene, la Bce potrebbe inoltre aprire senza più limitazioni i rubinetti delle iniezioni di liquidità per l'economia (Omt) e per il sistema bancario (Ela) della Grecia. Dietro lo scontro di ieri sera potrebbe esserci proprio questo punto.

Ma c'è anche altro: se non ci sarà accordo per la riapertura dei negoziati con Atene, la Bce sarà costretta a chiudere del tutto per la Grecia i rubinetti dell'Ela (la liquidità d'emergenza per le banche, prosciugate dalla fuga dei capitali nelle ultime settimane e tuttora sottoposte a severe limitazioni dei prelievi), strangolando, di fatto, l'economia nazionale e costringendo probabilmente Atene uscire dall'eurozona.

Questo è probabilmente proprio ciò che vorrebbero Schaeuble e gli altri falchi e falchetti dell'Eurozona (finlandesi, slovacchi, estoni, austriaci...), per lavarsi le mani dalla responsabilità politica di decretare la «grexit» e la fine dell'euro, o perlomeno della sua irreversibilità.

Ma un'ipotesi del genere configura un ruolo di supplenza dei responsabili politici che difficilmente Draghi potrebbe accettare, lui che aveva bloccato le speculazioni contro l'euro nell'estate del 2012 con la famosa frase «faremo tutto quello che serve» per preservare l'unione monetaria.

L'estrema durezza di Schaeuble, ieri, ha avuto il merito di far uscire dall'ipocrisia il dibattito sulla questione greca: il ministro tedesco, che non si sa quanto sia appoggiato in questo dalla sua cancelliera, ha dipinto prospettive catastrofiche per l'economia greca, attibuendone la colpa al governo di Alexis Tsipras, e ha presentato una proposta chiaramente inaccettabile per Atene: accompagnare la rapida attuazione delle riforme strutturali chieste dai creditori con il trasferimento di un certo numero di beni nazionali (le isole? il Partenone?) in un fondo di garanzia da 50 miliardi di euro, per poi vendere tutto e abbattere il debito pubblico con il ricavato.

Schauble non avrebbe parlato, con i colleghi, del secondo scenario previsto dalla proposta tedesca, che era stata comunque resa nota alla stampa con una fuga orchestrata: una ristrutturazione del debito di Atene, ma con l'uscita temporanea della Grecia dall'Eurozona per cinque anni. Un'ipotesi chiaramente non prevista dai Trattati Ue, ma che ormai, evidentemente, non è più un tabù.

Su una nota più positiva, le istituzioni della ex troika (Commissione Ue, Bce, Fmi) e diversi paesi, fra cui l'Italia e la Francia, hanno considerato le proposte di riforma di Atene come una buona base per riaprire i negoziati, ma hanno richiesto al ministro greco delle Finanze, Euclid Tsakalotos, uno sforzo supplementare per cercare di recuperare la credibilità e la fiducia che diversi partner europei hanno perso nei confronti del suo governo. La proposta, che Tsakalotos ieri sembrava disposto ad accettare, è di stilare una lista di riforme prioritarie da votare nel Parlamento greco già nei prossimi giorni; anche per dimostrare che Tsipras, indebilito internamente dalle defezioni delle sue componenti più radicali, può comunque contare sul sostegno di una buona parte delle forze d'opposizione che hanno sostenuto il mandato negoziale per il governo con i partner europei.

Viste le divisioni interne, è comunque difficile che l'Eurogruppo arrivi a una conclusione consensuale. Probabilmente, presentando delle conclusioni "aperte" e forse alcune opzioni possibili, passerà la palla all'Eurosummit straordinario che comincia alle 16, sempre a Bruxelles (e che non sarà seguito, come era stato previsto inizialmente, dal Consiglio europeo a 28, cancellato stamattina dal presidente Donald Tusk).

Sempre di più, tutto sembra dipendere dalla posizione che assumerà nell'Eurosummit la cancelliera tedesca Angela Merkel. Se non si distanzierà dal suo ministro delel Finanze, lo scontro con chi non vuole la Grexit sarà inevitable. E probabilmente anche il ritorno dell'instabilità finanziaria per l'Eurozona, con il rischio di una implosione della moneta unica. Se, invece, la cancelliera assumerà una posizione più pragmatica e politicamente più lungimirante di Schaeuble, consentendo un accordo dell'Eurosummit, il disastro sarà evitato e potranno cominciare i negoziati sul terzo programma di salvataggio della Grecia. Sapendo che, comunque, sarà necessario innanzitutto ottenere il via libera del Parlamento tedesco, per niente scontato.