14 ottobre 2019
Aggiornato 01:30
Per sollevare le banche dal fardello dei prestiti «a babbo morto»

Padoan: «Il sistema ha bisogno di una bad bank»

Il Ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha rilanciato l'idea di una bad bank italiana, per alleggerire le nostre banche dal peso dei loro crediti deteriorati. Ma quali sono i rischi di un intervento del genere, e come dovrebbe concretizzarsi? L'esempio spagnolo non è facilmente replicabile in Italia.

ROMA – Il Ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha rilanciato l'idea di una bad bank italiana, per alleggerire le nostre banche dal peso dei loro crediti deteriorati. Ma quali sono i rischi di un intervento del genere, e come dovrebbe concretizzarsi? L'esempio spagnolo non è facilmente replicabile in Italia.

COS'È UNA BAD BANK? - Arriva anche da noi la bad bank. A riaprire la questione e rilanciare l'idea – lasciata in gestazione da circa un anno – è stato il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, che ha dichiarato: «Stiamo riflettendo sull'ipotesi di introdurre o meno degli strumenti che vanno sotto il nome di bad bank». L'Abi (Associazione delle banche italiane) era contraria da sempre, preoccupata che il costo-beneficio dell'operazione gravasse troppo sull'immagine degli istituti di credito nazionali con pesanti effetti collaterali. A distanza di un anno però, la condizione di salute delle nostre banche è piuttosto peggiorata, e a questo punto la creazione di una bad bank potrebbe non essere più rinviabile. Un dato su tutti: le sofferenze bancarie sono passate dai 45 miliardi di euro del 2006 ai 180 miliardi del 2014. A questa cifra si devono aggiungere altri 100 miliardi di debiti verso aziende in difficoltà, ma con prospettive di recupero. A cosa servirebbe una bad bank? Senza di essa le nostre banche cercherebbero da sole di piazzare sul mercato i loro crediti deteriorati, vendendoli ad operatori specializzati. Il problema è che, naturalmente, questi operatori li acquistano a prezzi molto vantaggiosi: circa il 10%-15% del valore originario. Le banche, invece, attribuiscono all'asset un valore del 40%, tenendo conto anche delle loro garanzie: come coperture ipotecarie o garanzie personali. Una bad bank servirebbe a gestire questa compra-vendita senza costi eccessivi.

I RISCHI DELL'OPERAZIONE – Nel realizzare uno strumento delicato come quello di una bad bank, bisognerebbe tener conto di alcune regole. Innanzitutto bisognerebbe evitare il modello «calderone»: una sorta di cestino finanziario dove gettare a casaccio tutti i crediti deteriorati, scaricando i rischi di insolvenza direttamente sul sistema finanziario. Occorre, invece, realizzare un contenitore a comparti, una sorta di armadio con ante e cassetti all'interno dei quali organizzare titoli con caratteristiche comuni, soprattutto per quanto riguarda il rischio. Inoltre, una bad bank dovrebbe avere una prospettiva industriale oltre che finanziaria, essere orientata cioé al recupero dei crediti in maniera costruttiva e non semplicemente speculativa. In caso contrario, lo strumento della bad bank potrebbe addirittura essere dannoso per il circuito finanziario di un paese, perché ne mina la credibilità, e giocare con la «fiducia» degli operatori è ben più rischioso di qualche credito deteriorato.

IL MODELLO SPAGNOLO – Se pensiamo a una bad bank viene subito in mente l'esempio spagnolo. A Madrid è stato costruito il Frob (Fondo de Restructuration Ordenado Bancaria): si tratta di un'istituzione pubblica dipendente dal Ministero dell'Economia. Il Frob è stato il primo passo verso la creazione della bad bank vera e propria, che è arrivata solo successivamente: la Sareb, la cui dotazione patrimoniale è stata versata appunto per il 45% dal Frob, e solo per la parte restante da contribuenti privati. Si tratta, in questo caso, di una bad bank di sistema, che ha potuto contare anche sui fondi europei: l'Esm ha concesso al Frob un prestito di 41,3 miliardi da restituire in 15 anni, in cambio della promessa di riforme strutturali a livello nazionale e dell'intervento diretto della Troika. In Italia, però, non potrebbero pervenire finanziamenti europei, che sarebbero condizionati all'intervento delle Istituzioni comunitarie e il rischio è che le uscite pubbliche vadano a pesare interamente sui bilanci già sofferenti dello Stato italiano. Perciò, il modello spagnolo in Italia non è replicabile, e occorre trovare una strategia nazionale con saggezza e prudenza.