7 dicembre 2019
Aggiornato 22:30

Cara Ferrari, ci voleva tanto a vincere?

Per troppi anni a Maranello si è cercato di nascondere sotto il tappeto i veri problemi e rimandare le decisioni importanti. È bastato prendere atto dei veri punti deboli del gruppo per rivoluzionare la Scuderia. E battere la Mercedes

SEPANG – Che poi alla fine, cara Ferrari, ci voleva tanto? Ci voleva tanto a capire che Fernando Alonso non era un Michael Schumacher? Che è un pilota dalla grinta indiscutibile in gara, ma non quello che serviva alla Ferrari, ovvero un leader in grado di costruirsi attorno un gruppo vincente? Bastava ricordarsi del 2006, anno del suo secondo Mondiale in Renault quando, ai primi segni di difficoltà per la rimonta dello stesso Schumi allora ferrarista, andò in confusione iniziando addirittura ad accusare il suo team di favorire il compagno di squadra Giancarlo Fisichella. Perché Nando è fatto così: pensa solo a se stesso, a crearsi le sue giustificazioni mentali invece che a proteggere il team.

Ci voleva tanto a capire che Sebastian Vettel era diverso? Bastava guardare quei suoi occhi e quel suo sorriso da bambino mai cresciuto, che con il loro entusiasmo sono in grado di trascinare un'intera scuderia. Questo è stato il vero valore aggiunto portato dal tedesco alla Red Bull pluri-iridata: e poi è facile per l'ultimo Ricciardo arrivato strappargli il trono di primo pilota. Seb, cresciuto idolatrando proprio Schumacher, non vedeva l'ora di vestire di rosso: lo aveva fatto capire da sempre, addirittura comprandosi una sua personale Ferrari. La chiamata è arrivata finanche troppo tardi. Poi magari in futuro si capirà anche che invece di pagare ingaggi milionari ai big conviene puntare sui propri giovani da subito, come insegnano le stesse ‘lattine’ che hanno svezzato Vettel, non disperiamo.

Ci voleva tanto a capire che i piloti non cambiano improvvisamente? Che i campioni come Vettel non diventano di punto in bianco schiappe, come pareva l'anno scorso, e come si è a lungo detto dello stesso Raikkonen, che oggi ha zittito tutti con una favolosa rimonta fino al quarto posto dopo l'incolpevole foratura iniziale? Bastava ricordare Felipe Massa, eterno secondo pilota che solo per un paio di Gran Premi di grazia si era convinto (e aveva convinto la stessa Ferrari) di essere un potenziale iridato, tanto da diventare inamovibile a Maranello per troppe stagioni. Ma non era mai cambiato, neanche lui.

Ci voleva tanto a capire che la Formula 1 non è il calcio? Che non serve cacciare l'allenatore, o qualsiasi capro espiatorio per lui, per ribaltare le sorti di una squadra? Bastava elencare le troppe cacciate eccellenti degli ultimi anni: da Aldo Costa poi diventato artefice del dominio Mercedes a Rob Smedley che ha risollevato in pista la Williams, fino a Nikolas Tombazis, Pat Fry e Luca Marmorini. Che, guarda caso, prima del loro licenziamento fecero in tempo a mettere la loro firma sulla SF15-T che oggi riporta alla vittoria la Ferrari dopo quasi due anni. A dimostrazione che non erano dei perfetti incapaci nemmeno loro.

Ci voleva tanto a capire che il pesce puzza dalla testa? Che per dare la sterzata decisiva alla Scuderia era necessario cambiare i vertici? A partire da quel Luca di Montezemolo che nella sua lunga carriera imprenditoriale ha azzeccato davvero una sola mossa: quella di chiamare Jean Todt nel lontano 1993. E da quello Stefano Domenicali cresciuto alla corte del manager francese e che forse per questo si era illuso di essere come lui. Sergio Marchionne il suo personale Todt lo ha trovato subito: Maurizio Arrivabene. Che con l'illustre predecessore condivide i due tratti più importanti per un caposquadra: il decisionismo quasi dittatoriale e lo spirito di squadra. Lo ha fatto capire fin da subito a suon di dichiarazioni, dentro e fuori dal team. Ed è bastata questa rivoluzione della mentalità per rendere la Ferrari irriconoscibile, unita e granitica, al lavoro verso un solo, comune obiettivo.

Ci voleva tanto a battere la Mercedes? Dopotutto, no. Bastava una squadra.