14 luglio 2020
Aggiornato 06:00
Formula 1 | L'analisi del sabato del primo GP stagionale in Australia

La doppietta Mercedes in qualifica? Parla anche italiano

Il punto di forza delle frecce d'argento non è solo il motore, ma anche la macchina progettata da un ingegnere nostrano. Che la Ferrari, nell'era Montezemolo, cacciò via troppo frettolosamente. Meno male che le cose sono cambiate.

MELBOURNE – La Formula 1 della nuova era ibrida è soprattutto un Mondiale tra motoristi. E tutti, noi compresi, avevamo sempre attribuito al suo roccioso V6 la ragione dei successi della corazzata Mercedes. Sottovalutando, forse, un altro aspetto almeno altrettanto importante. A metterlo in luce oggi è il primo dei loro inseguitori, Felipe Massa: «Se è vero che abbiamo lo stesso motore, la differenza deve essere nella vettura. Io penso che abbiamo lo stesso motore, perciò è senz'altro merito della vettura». Logica impeccabile. E dire che la Williams, la monoposto del brasiliano, è una di quelle meglio disegnate dal punto di vista delle linee.

Eppure i dati che rivelano i sofisticati Gps delle squadre dopo le qualifiche del primo Gran Premio stagionale, in Australia, raccontano una verità incontrovertibile. L'incredibile distacco di un secondo e quattro tra la migliore freccia d'argento, quella del campione del mondo Lewis Hamilton, e il primo degli «umani», Massa appunto, non è solo attribuibile al passo avanti compiuto nell'area del propulsore. In realtà, se si guardasse semplicemente alle velocità di punta in fondo al rettilineo, Hamilton e Rosberg si piazzerebbero a metà gruppo, e sia le Williams che le Ferrari sarebbero più rapide di loro. Dove la W06 riesce a battere i propri rivali sono in effetti le curve medie e veloci.

Lo conferma lo stesso direttore tecnico della Williams, Pat Symonds: «Sul giro, il motore Ferrari è praticamente a livello del Mercedes. Nel corso dell'inverno, però, la Mercedes ha guadagnato tanto nell'aerodinamica». E di chi porta la firma l'aerodinamica dell'auto tedesca? Di un italiano, Aldo Costa. «Progettò una grande vettura l'anno scorso – lo loda il presidente del team Niki Lauda – e quella di quest'anno è ancora migliore». Costa non è solo nato nel nostro paese, però, ma addirittura formatosi alla scuola Ferrari. Che tuttavia lo cacciò senza troppi complimenti nel 2011, alla luce dei risultati deludenti di Alonso e Massa. Solo pochi mesi dopo la Mercedes, che quell'anno con Schumacher e Rosberg era messa ancora peggio, decise di dargli fiducia. Il resto, come si suol dire, è storia.

Una storia che racconta plasticamente il più evidente degli errori gestionali della Ferrari dell'era Montezemolo. Se si azzecca la squadra vincente, come ai tempi di Schumi e di Jean Todt, tutto bene. Se invece gli equilibri non funzionano, si andava a cercare il capro espiatorio e lo si mandava a casa (Costa è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare). Finché, in questa spasmodica ricerca di un colpevole, sul banco degli imputati è finito proprio lo stesso presidente, e qualcuno più in alto di lui, Sergio Marchionne, ha chiesto la sua testa. Un riflesso condizionato del mondo del calcio, in cui quando la formazione non vince la soluzione più facile è cacciare l'allenatore.

Peccato che magari quell'allenatore, o quel direttore tecnico in questo caso, pochi mesi dopo si ritrova a gestire un'altra squadra che batte quella che lo ha appena giubilato. Segno che per la prolungata assenza del Cavallino rampante dal gradino più alto del podio è troppo facile additare un unico responsabile: a non funzionare (più) era un intero meccanismo, il rapporto tra i vari reparti della Gestione sportiva che non si parlavano e che non avevano un riferimento più alto in grado di coordinarli. Ci sono voluti molti anni, ma finalmente a Maranello sembrano averlo capito, rivoluzionando l'intera squadra corse, a partire dalla testa (perché, come si suol dire, il pesce puzza sempre da lì). E un dettaglio del post qualifiche in Australia svela meglio di mille parole che questo cambio di passo è reale. «Potevamo stare davanti alla Williams – hanno ammesso sia Vettel che Raikkonen nelle loro dichiarazioni – ma abbiamo sbagliato noi sul giro secco». La colpa è mia, non sempre di qualcun altro. Finalmente qualcuno che lo dice.