26 giugno 2019
Aggiornato 13:30
Bankitalia

Renzi ha ragione su Ignazio Visco? Sì. Renzi è un furbone? Sì

Tutto e il contrario di tutto: come si risolve questo enigma? Ma soprattutto, chi guadagna e chi perde dalla crociata del segretario del Partito Democratico?

ROMA - Si dovrebbe capire chi sia Matteo Renzi, e quanto egli sia abitudinario dell’onestà intellettuale, per dare una valutazione di quanto sta accadendo su Banca d’Italia e sul suo governatore, Ignazio Visco. Ma, per prima cosa, è bene sottolineare cosa sia oggi la Banca d’Italia. Perduto ogni potere di tipo monetario, ovvero il Potere per eccellenza, la Banca d’Italia è poco più di un ufficio studi che produce analisi, solitamente benigne, mantenendo sempre come unico metro di pensiero il primato dell’austerità. Inoltre essa dovrebbe esercitare una funzione di controllo sul sistema bancario, sulla capitalizzazione, scalate, insider trading, fusioni, e in generale sul reale stato dei conti degli istituti. Funzione che nel tempo si è trasformata in finzione. Come noto la Banca d’Italia non è più, da molti anni, l’agente ultimo che si occupa dell’acquisto dei titoli del debito pubblico che vengono posti sul mercato. La riforma Andreatta dei primi anni Ottanta abolì questa funzione calmieratrice, e diede il via al grande scoppio del debito pubblico. La privatizzazione del sistema bancario ha infierito l’ultimo colpo alla funzione pubblica della Banca d’Italia, divenuta una pittoresca componente, priva di reale potere, della Bce. E, in parte, privatizzata.

Visco e il sistema bancario
Convenuto che la Banca d’Italia è poco più di un club dove si ricevono degli ottimi stipendi per compilare scartoffie sempre uguali, si può analizzare cosa sta accadendo in questi giorni, relativamente alla figura del Governatore Ignazio Visco. E’ veramente arduo sostenere che in questi anni abbia esercitato un potere di controllo sul sistema. La catastrofe delle popolari venete mostra evidenti crepe proprio nell’esercizio del controllo. E’ una storia di risparmi bruciati e azionisti finiti sul lastrico. All’inizio dell’anno i due istituti venivano considerati di «rilevanza sistemica» dai controllori della Bce, cioè tali da provocare «forti perturbazioni all’economia del Paese» in caso di crack. A giugno però le stesse banche sono state infine retrocesse alla categoria di operatori di importanza regionale. Questo aspetto dà un’idea del lassismo nell’esercizio del controllo non solo a livello italiano, ma europeo.

Il tracollo e la normativa sulle popolari
E in virtù di questo tracollo abbiamo avuto la nuova normativa sulle popolari che cancella l’ultimo baluardo del risparmio legato al territorio. Un’impostazione culturale antica, che legava lo sviluppo capitalistico alla vita delle persone. Tutto cancellato, e le macerie rimaste sul terreno inglobate negli stomaci dei grandi gruppi bancari multinazionali, che con il territorio non hanno più alcuna relazione. Di chi è la colpa? «Dei politici – come dice Renzi – che hanno fatto delle popolari un bancomat. E di chi non ha controllato». Inconfutabile, senza dubbio. Ma, come evidenziato da molti, l’operazione di pulizia arriva da una persona molto vicina a Maria Elena Boschi, il cui padre è finito nei guai per il fallimento di Banca Etruria.

Il paradosso di Epimenide
E qui ovviamente ci si pone di fronte a un quesito antico come la filosofia. Cosa pensare di una verità detta da un bugiardo? E’ il cosiddetto paradosso del mentitore, o di Epimenide di Creta (VI sec. a. C.), il quale ebbe a dire che «tutti i Cretesi sono bugiardi»; essendo egli cretese sarebbe dovuto conseguentemente essere bugiardo e perciò l'affermazione è falsa poiché pronunciata da un bugiardo. Ma se così non fosse, se cioè Epimenide fosse stato un cretese che, almeno in questa occasione, non diceva il falso, l'affermazione sarebbe risultata ugualmente falsa poiché non tutti i cretesi sono bugiardi. In seguito fu ripresa da Paolo di Tarso nella lettera a Tito: «Uno di loro, proprio un loro profeta, ha detto: «I Cretesi sono sempre bugiardi, brutte bestie e fannulloni». Questa testimonianza è vera». Ma su di esso si sono cimentati, tra i molti, Aristotele, Crisippo e il Cervantes nel Don Chisciotte. La proposta di soluzione di Buridano, filosofo e logico del '300, è il viatico al reativismo culturale che imperversa nei giorni attuali: un'affermazione non è vera o falsa in assoluto, ma solo relativamente a un certo momento storico. Mentre non è possibile che una frase possa essere vera o falsa nello stesso tempo, essa può esserlo in tempi diversi. Il viatico, in parte anche condivisibile, alla torsione odierna che devasta la morale, anzi proprio la abolisce.

Tempi moderni
Questo sdoganamento logico, ormai egemonico, è quanto salva e anzi rafforza Matteo Renzi, e in generale tutti coloro che giocano con la verità e la menzogna. Tornando alle miserie odierne, discostandosi a manciate di galassie parallele dal pensiero di Epimenide e San Paolo, come si può commentare la spericolata mossa di Matteo Renzi, che, per altro, sta trattando affinché tutto si aggiusti e Visco rimanga al suo posto? Una furbata di sicuro successo, figlia del tragico relativismo culturale imperante: per costruirsi una nuova verginità, scimmiottando i Cinque stelle su un potere che sa odiato dagli italiani, quello bancario. Possiamo quindi credere che le sue affermazioni siano giuste? Sicuramente sì. Sono sincere? No. Ne trarrà vantaggio? Sì. Chi ci perderà? Tutti coloro che non lo seguono.