Analisi tragica di una manipolazione collettiva

La «Caporetto» del Pd: crollano i votanti, ma per Renzi «Renzescu» va tutto alla grandissima

Renzi, che doveva ritirarsi, dopo la "purga" dell'ala sinistra, si fa per dire, prende appena il 70% dei voti, forse anche meno. E consegna il paese alle larghe intese con Berlusconi "per fermare i populisti".

Matteo Renzi dopo la vittoria alle primarie del Pd
Matteo Renzi dopo la vittoria alle primarie del Pd (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

FIRENZE - Una bella prova di democrazia, dicono. E noi concordiamo, ci mancherebbe. Però, chiediamo scusa, qualche dubbio su questo trionfo della democrazia c’è. Indubbiamente deve essere riconosciuto rispetto per i quasi due milioni di votanti che si sono recati presso i gazebo del Partito Democratico per eleggere il loro nuovo segretario. Che poi è quello vecchio, quello che si doveva ritirare dalla politica insieme a Maria Elena Boschi lo scorso 5 dicembre, dopo la catastrofica tornata referendaria. L’aveva detto: oddio, l’aveva detto pure Veltroni molti anni fa che sarebbe andato in Africa a fare il volontario, ma poi tutti sappiamo come va a finire quella storia. Gli africani, per mille ragioni, non ultime le politiche neoliberiste della nuova sinistra globalista che piace tanto al duo Renzi-Veltroni, stanno arrivando in massa in Italia, e quindi più o meno la promessa è stata mantenuta. Punti di vista, relativismo geografico. Ma questo è un dettaglio.

Due milioni di voti
Certo i votanti sono crollati, dopo le epurazioni dell’ala sinistra del partito. Sinistra si fa per dire, ovviamente. Si potrebbero classificare «quelli che si offendono e bucano il pallone quando perdono», ma è troppo lungo. Personaggi impresentabili, dai trascorsi drammatici: Bersani, D’Alema, Speranza se ne sono andati quando hanno capito che il segretario che doveva abbandonare la carriera politica, con Maria Elena Boschi, stava per abbandonare loro in un bagno di sangue, e quindi posti nel prossimo parlamento non ve ne sarebbero più stati. In pensione? A lavorare? Non sia mai. Loro, gli scissionisti di sinistra, si fa per dire bis, non hanno ancora commentato, probabilmente si stanno sfondando i denti incisivi a furia di rosicare. Renzi gli ha fregato il partito, li ha cacciati e li ha umiliati: le uniche cose buone che ha fatto il fiorentino in questi anni, probabilmente.

- 30% ma tutto bene
Però meno un milione è sempre meno un milione: un milione è uno seguito da ben sei zeri. Così: - 1000000, fa impressione, no? Un crollo del trenta per cento. Ma, astutamente, una battente campagna stampa aveva posto il tetto della dignità, anzi del buon risultato, a quota un milione di votanti. A quota due milioni sarebbe stato un trionfo, dicevano i capi del Pd. Come se il Real Madrid dicesse: «Nel prossimo campionato se arriviamo diciottesimi sarà un buon risultato. Ma se arriveremo dodicesimi sarà una vittoria spettacolare, storica, senza precedenti. Meglio della vittoria in Champions.» Il relativismo, in tutti i campi della vita, rende tutto incredibilmente serio quando è solo terribilmente ridicolo. Quindi ora i dirigenti riescono a festeggiare una Caporetto storica, raccontando l’incredibile balla della grande partecipazione. Indubbiamente, sempre in un'ottica relativista, poteva andare molto peggio: potevano andare a votare in tre, poteva esserci un maremoto, poteva scoppiare la terza guerra mondiale. Abbiamo assistito alla creazione di un realtà manipolata, senza che nessuno proferisse verbo. A dir la verità è un processo che dura da molto tempo, scientemente voluto: numeri sempre più esigui di partecipanti sono raccontati come grandi conquiste democratiche. Il tutto perché, insomma, poteva andare peggio.

Renzi straperde in casa, ma è un trionfo
I risultati, ovviamente sono eccellenti, dicono tutti, per il segretario. Coro unico, tutti allineati. Renzi torna in campo con un nuovo progetto, ma nemmeno un nuovo progetto, con una pagina bianca, intonsa. Perché Matteo Renzi è forte, anzi fortissimo: ha preso il 70% del voti, diventando un specie di "Renzescu" del Partito Democratico. Lui ora invita all’unione, come un magnanimo padrone. Ora, anche qui, con un'ottica relativista tutto è vero e tutto è falso. Ma, come noto, i fatti hanno la testa dura, e soprattutto i numeri. In un partito totalmente renzizzato, una sorta di club personale, il capo supremo prende appena il 70% dei voti, e perdere rispetto le precedenti elezioni per la carica di segretario, seicentomila voti. Come se nel fan club di Diego Armando Maradona il campione argentino fosse acclamato solo dal 70% dei tifosi.

Consenso? Insomma...
Ovviamente si obbietterà che in democrazia è previsto il dissenso, e che quella percentuale evidentemente bassa nobilita la partecipazione di tutte le componenti ideologiche. Tante cose si possono dire: ma non si può negare che il Partito Democratico sia un’organizzazione che ha visto il maggiore processo di (auto)espulsione dei tempi recenti. Nle Partuto di Renzi, non sono tutti dalla parte di Renzi: questa è una notizia non secondaria. Tutto è ovviamente raccontato come un grande trionfo. Anche perché, come nel caso precedente, poteva andare molto peggio: poteva votarsi da solo e basta, poteva non votarlo nessuno, oppure poteva vincere Berlusconi: anzi no, quello è avvenuto nella realtà.

Orlando e Emiliano
Ora c’è questa incredibile polemica: Orlando contesta l’esito delle votazioni. Pensa di aver preso il 22% anziché il 20%. Ben il 2% di differenza. Esiste una distorsione cognitiva all’interno del Partito Democratico che impedisce ai dirigenti di arrestarsi un attimo prima del fatal passo dopo cui si entra nel senso del ridicolo. Emiliano, invece, si è fermato al 5%: lui non sospetta che qualcuno possa avergli rubato così tanti voti che sarebbe perfino giunto a un 5,5%, quasi 6%. Cosa si può pensare di queste tragiche maschere, se non che hanno legittimato un processo ambiguo, in cui la loro parte era segnata?

Chi ha vinto?
Berlusconi, senza alcun dubbio. E con lui tutto il mucchio di centro senza arte né parte, che non aspetta altro che fare una grande coalizione per «fermare i populisti». In nome di Macron, dell’Europa, della libertà e soprattutto delle poltrone da spartire in un prossimo governo di «unità nazionale per fermare i fascisti». Il Partito Democratico farà la Democrazia Cristiana, senza offesa per questa organizzazione ovviamente, mentre i berlusconiani faranno quelli che si apparecchiano a tavola. C’è di che festeggiare ovviamente, soprattutto se si è di sinistra. Ma che importa, poteva andare peggio.

Nell'infografica realizzata da Centimetri la scalata politica di Matteo Renzi dai comitati per Prodi alle dimissioni di dicembre, al risultato di oggi alle primarie
Nell'infografica realizzata da Centimetri la scalata politica di Matteo Renzi dai comitati per Prodi alle dimissioni di dicembre, al risultato di oggi alle primarie (ANSA/CENTIMETRI)