16 settembre 2019
Aggiornato 04:00
Nelle scorse ore incontri con Renzi, Mattarella e il Papa

Rohani in Italia, gli inchini di Roma in nome del petrolio iraniano

La visita del presidente iraniano Rohani in Italia ricorda un po’ il viaggio-lampo in Arabia Saudita di Renzi lo scorso novembre. Ecco come in nome del mercato ci si “dimentica” delle più aberranti violazioni di diritti umani

ROMA – Si è da poco concluso il viaggio del presidente iraniano in Italia, e i riflettori sono ancora puntati sulla stretta di mano tra Hassan Rohani e Matteo Renzi. Un incontro certamente fondamentale, visto che l’Italia è stato il primo Paese europeo visitato da Rohani dopo la sua elezione, e visto che già tempo fa il presidente iraniano aveva definito il Belpaese «la porta per le relazioni fra Iran e Europa». D’altronde, c’era da aspettarselo: con la conclusione dell’accordo sul nucleare iraniano e la conseguente fine delle sanzioni a Teheran, è stato subito chiaro che i leader europei si sarebbero industriati per riprendere fiorenti relazioni economiche con l’Iran. Pare che Renzi, questa volta, sia stato il primo della lista.

Le conseguenze dell’embargo
D’altronde, l’embargo europeo sul petrolio iraniano – che rappresentava il 90% dell’import italiano – ha pesato particolarmente sulla bilancia commerciale di Teheran, ma ha anche messo in difficoltà i Paesi europei che ne erano partner più stretti. E il legame che unisce Italia e Iran è storicamente molto forte, sia dal punto di vista commerciale che da quello della cooperazione culturale. Se in quest’ultimo ambito il dialogo non si è mai allentato del tutto, le relazioni economiche tra i due Paesi hanno subito un evidente ridimensionamento: per l’Iran in particolare, le sanzioni hanno causato una contrazione economica del 75% e la perdita di 11 miliardi di euro. Nonostante ciò, l’Italia è rimasta il secondo partner commerciale di Teheran: già dalla fine del 2014 l’interscambio tra Italia e Iran era tornato a crescere, fino a far registrare un aumento del 25% nei primi sei mesi del 2015.  Per non parlare, poi, del ritorno dell’Iran sul mercato del petrolio, di cui l’Italia è stata tradizionalmente il primo partner europeo: e le principali imprese nostrane del settore stanno infatti fiutando una grande occasione.

Nudi coperti
Eppure, la visita di Rohani in Italia è stata accompagnata da significative polemiche. La prima riguardava la decisione di coprire alcune statue di nudi presenti nei Musei Capitolini per «non urtare la sensibilità iraniana». Inoltre, durante le cerimonie istituzionali è stato evitato il vino. Pare che quest’ultima bevanda sia stata al centro di una piccola «crisi diplomatica» tra Teheran e l’Eliseo, al punto che la sua presenza a tavola fece saltare la cena tra Rohani e Hollande. Il presidente francese si sarebbe infatti rifiutato di evitare di servirlo, visto che il vino a tavola è considerata una importante «tradizione repubblicana». Roma, invece, ha fatto una scelta diversa: e il confine tra il rispetto per le differenze culturali, la dovuta considerazione per il cerimoniale diplomatico e il vero e proprio inchino in nome di gas e oro nero è parsa davvero sottile. La vicenda ha addirittura scatenato lo humor inglese del Guardian, che ha deciso di dedicarle il titolo: «Roma copre le statue di nudi per evitare al presidente iraniano di arrossire».

Pericolosa omertà
Ma c’è un altro «dettaglio» da sottolineare. Questa visita – che sarà ricambiata da Renzi nei prossimi mesi – ricorda un po’ il viaggio-lampo di 24 ore che il premier ha compiuto a novembre in Arabia Saudita. In quella occasione si è tanto parlato di affari e di lotta al terrorismo, ma nemmeno una parola è stata spesa dal presidente del Consiglio sui 30mila prigionieri politici nelle carceri saudite, sul blogger Raif Badawi incarcerato e frustrato in pubblico, sui dissidenti crocifissi, e tantomeno sulle bombe (tra cui quelle di fabbricazione italiana) che da mesi devastano lo Yemen. Lo stesso silenzio ha dominato gli incontri degli scorsi giorni: e la stretta di mano tra Rohani e Renzi ignorava le 2.277 impiccagioni perpetrate da quando Rohani è presidente, taceva le torture praticate sistematicamente, la mancanza di libertà per le minoranze etniche e religiose, le discriminazioni verso le donne e gli omosessuali e quei tanti minorenni messi a morte negli ultimi anni o in attesa di esecuzione. A proposito di quest’ultima aberrante pratica, proprio ieri è uscito un significativo rapporto di Amnesty International.

La legge del mercato
L’elezione di Hassan Rohani nel 2013, avvenuta dopo la presidenza del «falco» Ahmadinejad, era stata accolta da un moto di speranza in Iran e all’estero, una speranza testimoniata dall’inno costruito su alcuni brani topici del suo discorso di insediamento, diffuso sui social network nei primi giorni del suo incarico. Nel video, donne velate, uomini in giacca, vecchi, bambini e disabili cantavano le parole di speranza del presidente in farsi, arabo, pashtun, curdo e nel linguaggio dei sordomuti. «Sono qui per servire tutti gli iraniani», affermava Rohani, ricordando che «l’Islam è misericordia, l’Iran è pragmatico, la Rivoluzione (islamica) è umanitaria e il sistema (regime di Teheran) ha a cuore i sentimenti». Oggi, quelle parole di apertura e moderazione, pur non del tutto dimenticate, sembrano essere state decisamente ridimensionate. Ma nulla di tutto ciò è uscito dalla bocca di Matteo Renzi, decisamente più preoccupato di assicurarsi un posto in prima fila nella ripresa delle relazioni economiche tra Teheran e Occidente. E’ il mercato, bellezza.