19 agosto 2019
Aggiornato 11:30
Dopo giorni di passione

Niente «Vescovi pilota» per il Family day, la CEI segue la linea del Papa

Niente equiparazione tra famiglia e coppie di fatto, priorità ai diritti dei bambini, ribadimento del ruolo centrale della famiglia nella società, ma la strategia dell'episcopato viene sminata da ogni tentazione di muro contro muro, piazza contro piazza.

ROMA - Dopo giorni di passione, la Conferenza episcopale italiana si adegua alla linea di Papa Francesco su Family day e unioni civili. Niente equiparazione tra famiglia e coppie di fatto, priorità ai diritti dei bambini, ribadimento del ruolo centrale della famiglia nella società, ma la strategia dell'episcopato viene sminata da ogni tentazione di muro contro muro, piazza contro piazza. Sabato prossimo il Circo Massimo si riempirà di famiglie, un paio di giorni dopo l'avvio al Senato della discussione sul ddl Cirinnà. E il cardinale Angelo Bagnasco, che ha aperto oggi i lavori del consiglio episcopale permanente, il «parlamentino» della Cei, sottolinea la centralità che la Chiesa attribuisce alla famiglia ma senza ingerenze nella dinamica partitica e parlamentare, lasciando l'iniziativa di piazza ai fedeli laici che, come disse Francesco al convegno Cei di Firenze un paio di mesi fa, non ha bisogno del «vescovo pilota».

La famiglia, ha detto l'arcvescovo di Genova, è un «patrimonio prezioso», uno «scrigno», la cui «punta di diamante» sono i figli, il cui bene «deve prevalere su ogni altro». Questione messa in rilievo dall'Osservatore Romano, che titola così la prolusione di Bagnasco: «I figli prima di tutto». Il presidente della Cei auspica che «nella coscienza collettiva mai venga meno l'identità propria e unica» dell'istituto famigliare. Poi, senza neppure nominarlo, affronta il nodo del family day: «I credenti hanno il dovere e il diritto di partecipare al bene comune con serenità di cuore e spirito costruttivo, come ha ribadito solennemente il Concilio Vaticano II: spetta ai laici 'di iscrivere - afferma Bagnasco citando la costituzione concliare Gaudium et spes - la legge divina nella vita della città terrena. Assumano la propria responsabilità alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero'».

Bagnasco rivendica che i vescovi «sono uniti e compatti nel condividere le difficoltà e le prove della famiglia e nel riaffermarne la bellezza, la centralità e l'unicità» e che «insinuare contrapposizioni e divisioni significa non amare né la Chiesa né la famiglia». In realtà, tanto si sono dimostrati alla fine uniti, dietro al Papa, per valorizzare la famiglia, tanto, nei giorni scorsi, è emersa una certa cacofonia in merito al ddl Cirinnà e al family day. Lo stesso Bagnasco, una settimana fa, aveva definito la manifestazione «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie». Ricostruzioni di stampa hanno attribuito queste parole ad una mossa concordata col Papa. Successivamente il Pontefice ha annullato la consueta udienza che, come primate d'Italia, concede al presidente della Cei prima della prolusione, senza spiegazioni ufficiali del Vaticano. Una freddezza non mitigata neppure oggi, quando ha ricevuto il cardinale arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori ed ha salutato il cardinale arcivescov di Milano Angelo Scola in Vaticano con i seminaristi lombardi. Che - caso più unico che raro nella recente storia della Chiesa - ha lasciato a Bagnasco la piena responsabilità della sua prolusione.

Bagnasco ha citato a piene mani Papa Francesco, in particolare una frase da lui pronunciata venerdì scorso davanti ai giudici della Rota romana, «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione». Frase piuttosto lapalissiana in bocca a un Papa, nel merito, ma scelta con tempistica non casuale. Il Pontefice argentino, che sin dalla sera della sua elezione ha voluto mettere in luce il cammino comune del vescovo col suo «popolo», non ha gradito che qualcuno potesse pensare che egli fosse distante dal popolo cattolico, appunto, e dalle sue sensibilità su un tema come la famiglia. Al tempo stesso, ha indicato che la famiglia, «fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo», appartiene al «sogno» di Dio (evitando di utilizzare termini in voga nel dizionario ecclesiale passato come diritto naturale o valori non negoziabili), e la Chiesa, mentre proclama «l'irrinunciabile verità del matrimonio secondo il disegno di Dio», «può mostrare l'indefettibile amore misericordioso di Dio verso le famiglie, in particolare quelle ferite dal peccato e dalle prove della vita».

Ai vescovi italiani, a Firenze, Papa Francesco ha raccomandato: «Non dobbiamo essere ossessionati dal 'potere', anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all'immagine sociale della Chiesa». E' stato il modo di archiviare una certa presenza cattolica sulla scena politica italiana, incarnata negli anni scorsi dal cardinale Camillo Ruini. Una Chiesa che, nel 2007, convocò il primo Family day, affossando i «Dico» (oggi rimpianti da un cardinale bergogliano come Gualtiero Bassetti) e dando un colpo al traballante governo di Romano Prodi, che da lì a poco rassegnò le dimissioni. Oggi l'atteggiamento dell'episcopato italiano - già anticipato nei giorni scorsi dal segretario bergogliano della Cei, Nunzio Galantino - sembra essere, più realisticamente, quello di evitare un'equiparazione tra unioni civili e matrimonio, indurre il Parlamento a depennare la «stepchild adoption», ma lasciare poi che lo Stato prenda le sue decisioni senza interferenze della Chiesa.

La quale, seguendo Papa Francesco, non rinuncia certo a ribadire le sue verità. Ma consapevole della situazione nella quale vivono le persone. «Dobbiamo condannare i nostri giovani per essere cresciuti in questa società? Dobbiamo scomunicarli perché vivono in questo mondo? Essi devono sentirsi dire dai loro pastori frasi come: 'una volta era meglio'; 'il mondo è un disastro e, se continua così, non sappiamo dove andremo a finire'? Questo mi suona come un tango argentino! No, non credo, non credo che sia questa la strada», disse ai vescovi statunitensi la scorsa estate. «Noi pastori, sulle orme del Pastore, siamo invitati a cercare, accompagnare, sollevare, curare le ferite del nostro tempo». E ancora: «I giovani di questo tempo sono forse diventati irrimediabilmente tutti pavidi, deboli, inconsistenti? Non cadiamo nella trappola. Molti giovani, nel quadro di questa cultura dissuasiva, hanno interiorizzato una specie di inconscia soggezione, hanno paura, una paura inconsapevole, e non seguono gli slanci più belli e più alti, e anche più necessari. Ci sono tanti che rimandano il matrimonio in attesa delle condizioni di benessere ideali. Intanto la vita si consuma, senza sapore». A questo la Chiesa di Bergoglio può dare una risposta. Senza muro contro muro. «Dobbiamo investire le nostre energie non tanto nello spiegare e rispiegare i difetti dell'attuale condizione odierna e i pregi del cristianesimo, quanto piuttosto nell'invitare con franchezza i giovani ad essere audaci nella scelta del matrimonio e della famiglia».