22 ottobre 2020
Aggiornato 06:00
L'autunno caldo del governo

Le tre bombe che rischiano di far esplodere Renzi

L'ormai famoso e temuto voto sulla riforma del Senato, le troppe distrazioni e i pasticci combinati dai tecnici dei vari ministeri e le inchieste giudiziarie che si accumulano sulla sua testa. Sono gli ostacoli su cui il premier potrebbe inciampare. Molto presto

ROMA – È appena cominciato, ma questo settembre già si preannuncia di fuoco per il governo Renzi. L'estate della politica, infatti, si è conclusa, ma il suo termometro continuerà comunque a salire nelle settimane a venire. Al centro, l'infinito dilemma sul destino del premier, che nel prossimo futuro avrà più di un ostacolo su cui rischia di inciampare. E di cadere, non solo in senso metaforico.

Primo, il voto sul Senato
Innanzitutto c'è l'ormai famoso Vietnam parlamentare. La discussione sulla riforma del Senato ricomincerà l'8 settembre e Renzi ha già preannunciato al Corriere della Sera di essere pronto a «forzature» (ovvero voti di fiducia sui provvedimenti costituzionali) pur di portare a casa il risultato. Che dunque, per stessa ammissione del premier, ha un valore fondamentale, non solo simbolico, per la tenuta del governo. Lo ha capito forte e chiaro anche la minoranza del Pd, che infatti da parte sua non resterà certo a guardare. Tutto dipenderà dalla decisione del presidente del Senato Pietro Grasso: se farà rivotare anche il cuore della riforma, l'articolo 2 (ovvero quello che prevede che i senatori non siano più eletti dal popolo), la maggioranza rischia seriamente di non avere i numeri. E se non volesse pensare solo al suo ruolo istituzionale, ma anche alle proprie legittime ambizioni di carriera, Grasso potrebbe essere molto tentato di mettere in votazione quell'articolo, visto che si fa sempre più insistentemente il suo nome come capo di un eventuale governo del presidente (inteso come Mattarella) per il post-Renzi. Ma perché questo benedetto articolo 2 dovrebbe tornare in aula a palazzo Madama? Perché nel passaggio tra Senato e Camera i collaboratori del ministro Boschi ne hanno modificato una parolina: non più senatori eletti «nei» Consigli regionali ma «dai» Consigli regionali. Dunque, a voler essere precisi, la norma non è più la stessa e va rivotata. Con gli annessi 500 mila emendamenti riversati dalle opposizioni per logorare il governo.

Secondo, i pasticci ministeriali
È bastato cambiare una preposizione, insomma, per far traballare tutto l'esecutivo: una bella svista quella che hanno commesso a palazzo Chigi. E non è l'unica: sono proprio le distrazioni e i pasticci dello stesso governo il suo secondo elemento di debolezza in vista dell'autunno caldo. L'ultimo in ordine di tempo è quello combinato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che ha clamorosamente sbagliato la tabella sul numero di nuovi contratti con il Jobs act: e non di poco, ma del doppio (600 mila contro i 300 mila reali). «C'è stato un errore umano», si è scusato lui, ma verrebbe seriamente da dubitare che i tecnici dei ministeri sappiano fare di conto. Già nei mesi scorsi era stata annunciata una valanga di nuovi assunti che non trovava il minimo riscontro nell'aumento della percentuale di disoccupazione certificato dall'Istat (13%). Per non parlare della riduzione della pressione fiscale sbandierata dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, mentre la stessa Istat ne indicava un picco storico al 43,5%. E, numeri a parte, in un altro pastrocchio non da poco Poletti è incappato a proposito del sussidio di disoccupazione per i co.co.co.: così come è stato scritto, il testo non copre infatti quelli rimasti a casa dal primo gennaio 2015. Una sorta di esodati 2.0, per i quali verrebbe da rivalutare perfino l'odiata Fornero.

Terzo, le inchieste giudiziarie
Infine, la poltrona sotto il sedere di Renzi scricchiola anche per un altro motivo, che ha in comune con il suo paparino Berlusconi: le inchieste giudiziarie. L'ultima è quella aperta pochi giorni fa dalla procura di Firenze per omissione di atti d'ufficio: va accertato se il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi abbia o meno bloccato alcune indagini a carico dell'allora sindaco di Firenze. Il sospetto è nato da alcune intercettazioni telefoniche pubblicate dal Fatto in cui i due parlavano con toni particolarmente familiari. Ma a presentare al riguardo un esposto vero e proprio è stato Alessandro Maiorano, un ex dipendente del Comune di Firenze che ha il dente avvelenato con Renzi per un presunto caso di mobbing, e per questo dal 2011 lo ha letteralmente inondato di denunce, tanto da beccarsi anche una querela per diffamazione. Da una sua iniziativa, ad esempio, è nata l'inchiesta sulla casa concessa gratuitamente a Renzi dall'amico imprenditore Marco Carrai, che ne avrebbe ricevuto in cambio incarichi e lavori con l'Amministrazione. E ancora l'ipotesi di spese pazze del Renzi presidente della provincia, non accolta dalla procura ma che il suo avvocato Taormina ha rilanciato scrivendo al Csm per chiederne un ulteriore esame. Senza contare le altre due visite della procura a palazzo Vecchio che riguardano vicende di cui fu protagonista il Renzi sindaco (la pedonalizzazione di piazza Duomo, su cui si adombra un potenziale abuso d'ufficio, e la concessione di una piscina comunale all'ex segretario del Pd di Rignano sull'Arno, il paese del premier), e l'indagine per bancarotta fraudolenta a papà Tiziano che non è stata ancora archiviata. Il bulletto, beninteso, non risulta indagato in prima persona in nessuna di queste vicende. Ma la storia (recente) insegna: i magistrati possono fare molto male a un politico...