18 ottobre 2021
Aggiornato 12:00
Dichiarazione di guerra

Così cadrà il governo Renzi

La minoranza del Partito democratico alza le barricate sulla riforma del Senato. E minaccia di scatenare un Vietnam dal quale cui le truppe del premier usciranno sconfitte. Con l'inaspettata alleanza di Sergio Mattarella...

ROMA – Avete presente Apocalypse now: «Mi piace l'odore del napalm al mattino»? Ecco, da qualche giorno questo è l'odore che si respira nei corridoi del Nazareno. Questo è lo scenario che si è costruito la minoranza del Pd. Questa è la nuova metafora che utilizza Pierluigi Bersani, uno che fino a ieri parlava solo di giaguari da smacchiare e tacchini sul tetto. Certo, si fa fatica a sovrapporre l'immagine della sua banda di sinistroidi un po' bolliti a quella degli scaltri vietcong, con la loro agile guerriglia e la loro conoscenza del campo di battaglia. Eppure il semplice fatto che ometti pacifici come Speranza o Gotor abbiano scelto questo lessico per descrivere il momento politico fa capire a fino a che punto sia arrivato il clima di guerra contro il governo Renzi. Teleguidata dal solito, temibile colonnello: Massimo D'Alema.

Il piccolo dittatore
Il casus belli, ovviamente, sarà offerto dalle riforme istituzionali. E questo non perché loro siano così attaccati all'idea di un Senato elettivo (che pure farebbe una pessima accoppiata con la Camera dell'Italicum, già nominata per tre quarti) da essere disposti ad immolarsi sul suo altare. Non sono stati loro, ma lo stesso Renzi, piuttosto, a trasformare le riforme nella ragione sociale del suo esecutivo. Non quelle che servirebbero come il pane ad un Paese arretrato e soffocato dalla burocrazia, beninteso, ma quelle che servono al premier, per conquistarsi ancora più potere e decidere tutto sempre più da solo. È questa sua attitudine ben poco democratica, questa ossessiva ricerca di un nemico da controbattere (che non a caso mi ha convinto a ribattezzarlo il bulletto) che sta scucendo l'intero tessuto sociale e politico dell'Italia, dai sindacati ai partiti, portando la tensione del popolo a livelli record e la fiducia verso la politica al minimo storico.

Scontro diretto
Il concetto, insomma, è chiaro: continuando a seguire Renzi si va a sbattere contro il muro. Nella migliore delle ipotesi alle prossime elezioni vincerà la Lega o il Movimento 5 stelle, nella peggiore potrebbe anche saltare il tappo dell'insofferenza violenta dei cittadini verso il palazzo. Da questa considerazione nasce la volontà di fermare il delirio di onnipotenza del premier prima che sia troppo tardi. E quindi di preparargli un Vietnam, appunto, sulla riforma del Senato, che andrà in aula dopo le ferie estive. Il governo ha già annunciato il suo «no ai veti», ovvero si vota come dico io; i 28 senatori dissidenti non intendono invece cedere sulla possibilità da parte dei cittadini di votarsi i propri senatori.

Si schiera anche il Quirinale
A questa guerra parteciperanno perfino i due ultimi presidenti della Repubblica: Giorgio Napolitano, che da vero artefice del governo Renzi lo difende a tutti i costi, e Sergio Mattarella, che invece vuole sì andare avanti con le riforme, ma anche con un altro presidente del Consiglio. E l'elenco dei nomi dei possibili sostituti si affolla, fino a comprendere anche Debora Serracchiani e Maria Elena Boschi (dalla padella nella brace, verrebbe da dire). L'unico dubbio che ci resta è quello sulla resistenza bellica di questi autonominati vietcong. Le ultime volte, sul Jobs act e sulla riforma della scuola, avevano sbraitato per giorni ma alla fine si erano arresi a votare con il governo. Stavolta giurano che andrà diversamente, che vogliono «mandarlo sotto». Staremo a vedere.