14 ottobre 2019
Aggiornato 21:00
Riforma della giustizia

L'immunità parlamentare? Solo una presa in giro

Il caso Azzollini ha confermato come l'autorizzazione all'arresto degli onorevoli si decida solo in base alle convenienze politiche del momento. Ora il ministro Orlando la vuole modificare. Ma si potrebbe anche abolire

ROMA – Non sarà un leader di razza, ma al ministro Andrea Orlando va riconosciuto almeno un merito (e nel governo Renzi questo è già grasso che cola): non ama gli annunci. A differenza del suo premier, che un giorno sì e l'altro pure concede alle telecamere e ai microfoni la sua ultima mirabolante proposta per rivoluzionare l'Italia, lui preferisce il basso profilo. Parla poco, ogni tanto pure a lui scappa qualche cretinata, ma quasi sempre si limita alle questioni di merito. E dovendosi occupare della giustizia, tema che in Italia è doppiamente delicato, sia perché necessita di una totale riforma sia perché qualsiasi intervento negli ultimi decenni è stato tacciato di berlusconismo, questo è un buon punto di partenza. Dopo qualche mese di completa invisibilità, Orlando è tornato a farsi vivo in questi giorni per parlare di immunità parlamentare: «L'autorizzazione all'arresto ormai ha cambiato pelle, è diventata una valutazione politica. Quindi forse è arrivato il tempo di riflettere su come ristrutturarla». Se queste frasi le avesse pronunciate Silvio Berlusconi, mezzo parlamento e tre quarti della stampa avrebbero urlato al golpe. E anche dicendole Orlando immaginiamo come si stracceranno le vesti i soliti Travaglio e i travaglini. C'è un piccolo particolare, però: che ha perfettamente ragione. L'autorizzazione all'arresto, così com'è, è una presa in giro.

Non far cadere il governo
I padri costituenti inserirono nella Carta l'immunità parlamentare per sancire la divisione tra il potere giudiziario e quello esecutivo. Non immaginavano che, decenni dopo, si sarebbe trasformata nello scudo per coprire le ruberie e le corruzioni dei loro poco raccomandabili successori. Così, sotto le pressioni della piazza, nel 1992 l'immunità fu eliminata e rimase solo la richiesta alla Camera di appartenenza dell'autorizzazione per la custodia cautelare. Eppure, con il passare degli anni, i nostri politici sono riusciti a rovinare pure quella. Un tempo la negavano a tutti, per spirito di corpo; oggi, di nuovo sotto la pressione della piazza, hanno iniziato a concederla quasi sempre (quasi!). E, se possibile, la situazione è diventata ancora peggiore di prima. Lo dimostra il recente caso di Antonio Azzollini. Il senatore, indagato per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, ha avuto una grossa fortuna: far parte del gruppo del Nuovo centro destra, sparuto e falcidiato dalle inchieste, ma diventato decisivo per la tenuta dei numeri della maggioranza, specialmente al Senato, appunto. Così, quello stesso Partito democratico che in passato aveva fatto arrestare addirittura suoi esponenti pur di conservare qualche voto degli elettori più giustizialisti e che anche in questo caso aveva già votato per le manette in Commissione, non ci ha pensato su due volte a salvarlo pur di non far cadere il governo. Certo, ora Azzollini sarà comunque processato e, se risulterà colpevole, sarà punito (chissà tra quanti anni, poi). Ma intanto è in parlamento, mentre se fosse stato un cittadino normale sarebbe finito ai domiciliari.

Riforma per tutti
Ecco, questo è il punto. È inaccettabile che l'esito di una vicenda giudiziaria, da cui dipende non solo la vita dell'imputato ma anche quella delle vittime del reato, venga deciso da qualche centinaio di parlamentari solo in base alle loro convenienze politiche del momento. Altro che fare i «passacarte della magistratura», come ha dichiarato con il consueto tono enfatico il premier Renzi: i parlamentari dovrebbero limitarsi a valutare se c'è sospetto di persecuzione sul loro collega imputato. E basta. È altrettanto vero che di custodia cautelare spesso in Italia si abusa, mandando in carcere gli imputati prima ancora di un giusto processo, spesso solo per strappare loro una confessione o un patteggiamento (ai tempi di Mani pulite, Di Pietro & Co sono stati dei veri specialisti in merito). Motivo in più per procedere a una vera riforma della giustizia, ma per tutti i cittadini, non solo per quei parlamentari decisivi per la maggioranza. Ora Orlando propone di far decidere sull'autorizzazione all'arresto non più le Camere, ma la Corte costituzionale: «Penso a un soggetto autorevole, come la Consulta». Proposta interessante. Ma arrivati a questo punto potrebbero anche abolire del tutto l'autorizzazione. Magari darebbe loro lo stimolo giusto per riformare finalmente davvero la giustizia, e in fretta. Smettendola di prenderci soltanto in giro.