19 ottobre 2019
Aggiornato 11:30
Il Sippe condanna le frasi sul web

Capece: «La condizione degli agenti è da carcerati»

Sul profilo facebook dell'Alsippe (acronimo di Alleanza Sindacale della Polizia Penitenziaria), sono comparsi commenti feroci da parte di sedicenti agenti, a proposito del suicidio di un detenuto nel carcere milanese di Opera. Il Dott. Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria), ha rilasciato un'intervista per DiariodelWeb.it.

ROMA – Sul profilo facebook dell'Alsippe (acronimo di Alleanza Sindacale della Polizia Penitenziaria), sono comparsi commenti feroci da parte di sedicenti agenti, a proposito del suicidio di un detenuto nel carcere milanese di Opera. Le frasi sono state subito cancellate, ma hanno lasciato un ricordo indelebile sui social network e acceso un forte dibattito nazionale. Il Dott. Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria), ha rilasciato un'intervista per DiariodelWeb.it.

Cosa ne pensate voi del Sappe delle frasi comparse sul profilo Fb dell'Alsippe?
«Innanzitutto devo sottolineare che non ho idea di cosa sia questa sigla, né di cosa rappresenti: a livello nazionale, forse, rappresenterà 300 poliziotti penitenziari. Ma entro nel merito delle frasi, e invito ad individuarne rapidamente gli autori per avviare immediatamente dei procedimenti penali nei loro confronti: perché hanno offeso l'orgoglio di tanti poliziotti, uomini e donne, che tutti i giorni, nelle carceri, lavorano per tutelare la vita di tanti che tentano il suicidio presi dalla disperazione. Tramite la polizia postale si può tranquillamente risalire agli autori di questi commenti, e vanno perseguiti penalmente: perché non bisogna permettere a nessuno di offendere la dignità di tanti altri poliziotti penitenziari che, tra mille difficoltà, fanno il loro lavoro e sono paladini del rispetto delle Istituzioni nelle carceri.»

Voi condannate le frasi vergognose comparse sui social network, ma non sono forse soltanto la punta dell'iceberg di una sofferenza nascosta della quale non si occupa nessuno? Perché voi agenti penitenziari siete spesso costretti a lavorare in condizioni disumane: è così?
«E' vero, ma questi commenti provengono da pochissime persone: perché è molto duro il nostro lavoro, ed è difficile, ma le posso assicurare che i miei colleghi e colleghe in uniforme sono lì tutti i giorni a fare il loro lavoro in maniera dignitosa. Anche se ci siamo sentiti abbandonati dall'Amministrazione penitenziaria, che ha pensato solo a risolvere - parzialmente - il problema del sovraffollamento delle carceri, dimenticandosi completamente degli uomini e delle donne che ci lavorano per garantirne la sicurezza.»

Perché vi siete sentiti abbandonati dalle Istituzioni e quali sono le condizioni in cui siete costretti a lavorare?
«Intanto una turnazione lavorativa di 8-9 ore per turno, rispetto alle 6 ore lavorative previste dal contratto nazionale. Per questa ragione il lavoro è distribuito su tre quadranti, anziché su quattro come da contratto, perché c'è un'importante carenza di organico. Il nostro è un lavoro difficile e pesante, e avremmo voluto che l'amministrazione fosse stata più vicina ai poliziotti nelle carceri: per esempio attraverso una esplicitazione dei carichi di lavoro e delle turnazioni; o piccole iniziative che testimoniassero la vicinanza delle Istituzioni e dell'Amministrazione. Invece abbiamo avuto ben sei mesi di vacatio del Capo di Dipartimento, e non abbiamo l'attenzione che ci è dovuta – anche da un punto di vista sociale – per il lavoro che noi rendiamo con sacrificio alla società. Auspico che gli autori delle frasi vengano individuati e perseguiti, e che questo sia d'esempio per tutti.»

Che tipo di esempio? Lei ritiene che andrebbero espulsi dal corpo della polizia penitenziaria?
«Certo! Il procedimento disciplinare in questione, previsto dall'art.6, è quello del licenziamento dal corpo.»

E' vero che , in caso di suicidio di un detenuto, è previsto il reato penale della «colpa del custode» per l'agente in servizio?
«Sì, e noi l'abbiamo sempre contestato all'Amministrazione. Da quando si lasciano aperte le celle, lasciando liberi i detenuti di circolare nella loro sezione, purtroppo i suicidi sono aumentati. E permane comunque l'art. 387 del Codice Penale, che imputa all'agente di polizia penitenziaria la «colpa del custode». Io mi auguro che si metta presto mano a questo sistema di vigilanza, che è preoccupante sia per la sicurezza dei detenuti che per quella dei poliziotti penitenziari. Probabilmente, se fosse stato presente il poliziotto – perché noi andiamo sempre a controllare tutte le celle – quel suicidio non ci sarebbe stato.»

Ma è vero che siete al di sotto del vostro organico?
«Esattamente. Siamo 8mila unità al di sotto del nostro organico. Siamo 2800 sovrintendenti in meno rispetto a quanti dovremmo essere, 1800 ispettori in meno e circa 5000 agenti assistenti in meno. Facciamo evidentemente fatica a fare servizio, ecco perché lavoriamo su turni di 8-9 ore rispetto alle 6 previste dal contratto nazionale. Aggiungo che spesso l'Amministrazione ci obbliga a fare lo straordinario, ma qualche volta non ha le risorse finanziarie per corrispondere la retribuzione dello stesso alla polizia penitenziaria.»

Quindi, a volte, non ricevete neanche i soldi che vi spetterebbero per gli straordinari che siete costretti ad ottemperare?
«Sì. Spesso, negli ultimi mesi ancora di più, non ci hanno pagato affatto gli straordinari, invitando il personale della polizia penitenziaria a chiedere piuttosto il «recupero compensativo» per lo straordinario effettuato.»