Da Marx a Macron

Macron, il campione della «nuova sinistra». Cambiare tutto per non cambiare nulla

Il sincero entusiasmo della sinistra mondiale non deriva solo dalla sconfitta di Marine Le Pen. Con Macron vince l'ideologia profonda della sinistra attuale, quella che prevede la dittatura del capitale sull'essere umano

PARIGI - Emmanuel Macron è di sinistra, e anche quelli che si vergognano di ciò devono rassegnarsi. Le dicerie, la battute, i lazzi che in queste ore si accavallano sulla presunta furbizia italiana, e mondiale, che pur di saltare su un dorato carro dei vincitori si intesta una vittoria totalmente estranea ai propri valori, è falsa. Emmanuel Macron rappresenta i valori fondanti della ideologia «progressista» attuale. Le sue idee rappresentano fedelmente la prospettiva sociale di una storia che nacque in un modo e si è trasformata nell’opposto delle sue origini. Emmanuel Macron ha finalmente, ben più di Tony Blair, liberato lo spirito animale della sinistra attuale, che può rivendicare come mai prima il primato ideologico del capitale, la supremazia del saggio di profitto su ogni aspetto della vita umana, la supremazia del diritto privato su quello pubblico, e la mondializzazione al posto dell’internazionalismo.

Gestire la mondializzazione nel 2017
Non a caso in Francia è iniziata la fuga dal fu partito socialista verso En marche, la scatola vuota con cui Macron ha conquistato la Presidenza della Repubblica: l’ex premier Manuel Valls, padre della Loi Travail, il contestatissimo «Jobs Act francese», ha annunciato che entrerà dentro il movimento del giovane neo presidente. Si può  pensare ad opportunismo politico, ma sicuramente non si può accusare l’ex premier francese di tradimento ideologico: cambia solamente il marchio con cui si portano avanti ideali ben radicati. Il logo «partito socialista», esattamente come un vestito fuori moda, non vende più: per cui tutti in marcia verso una nuovo prodotto, che sappia intercettare i gusti ormai omologati del consumatore politico mediano.

Silenzio, parla il sindacato: «Noi non siamo contro la mondializzazione dell’economia, noi vogliamo governarla»
D’altronde, leggere le dichiarazioni del segretario generale della Cgt, la Cgil francese, il baffuto Philippe Martinez, conferma che la visione ideologica della sinistra odierna è neoliberista, anche se neoliberismo non si può più pronunciare, dopo trent'anni di devastazione sociale. In una recente intervista al quotidiano progressista Le Monde, dopo aver preso le distanze da Macron perché ritenuto troppo vicino alle banche, ma di fatto invitando il corpo del suo sindacato a votarlo, ha sostenuto un concetto piuttosto spericolato: «Noi non siamo contro la mondializzazione dell’economia, noi vogliamo governarla». Il mito di Prometeo è sempre di moda, e soprattutto la fine che fece. Di fronte a questo tipo di argomentazione si pone sempre il dubbio se queste posizioni vengano sostenute per convenienza o per convinzione. Dopo trent'anni di globalizzazione il capo del sindacato francese dovrebbe sapere che tale processo non è e non sarà mai governabile. E’ come se durante l’esplosione nucleare di Chernobyl qualcuno avesse proposto di provare a governare la catastrofe in corso. Il signor Philippe Martinez, dovrebbe aver compreso che la mondializzazione non è l’internazionalismo di cento anni fa. Perché si tratta solo ed esclusivamente di mondializzazione del capitale. Se domani mattina Emmanuel Macron dovesse sostenere la mondializzazione dei diritti dei lavoratori, o della normativa ambientale, verrebbe defenestrato in un secondo dal trono che ha appena ottenuto. Si guardi, ad esempio, il povero Tsipras che fine ha fatto.

Buttare via gli obiettivi, mantenere i processi
Così, superato l’ennesimo senso di inferiorità, la sinistra globale può imporre l’ideologia del capitale transnazionale come definitivo sol dell’avvenire dell’umanità intera. In questo meccanismo l’idea di rivoluzione mondiale che fu di Lenin, e ancor prima di Marx, è seguita fedelmente. La sinistra dell’egemonia del capitale ha avuto questa caratteristica, geniale: ha buttato a mare gli obiettivi ma ha salvato i processi. Ed è con i processi teorizzati, in più di un secolo di storia, che la mondializzazione può conquistare definitivamente il mondo: uno su tutti emerge, il primato dell'organizzazione partito. Infatti Macron sta correndo a costruire qualcosa che gli assomigli, perché senza una struttura simile rischia di perdere la il suo potere. La teoria secondo cui i partiti sarebbero finiti è quindi totalmente smentita.
Sconfitta, definitivamente, l’insidia del nazionalismi economici e non solo, il capitalismo di sinistra si pone due obbiettivi tipicamente marxiani: l’abolizione degli stati e la loro trasformazione in un unico immenso soggetto che, nel 2017, prende il nome di Mercato.

Cambiare la semantica
Certo è necessario cambiare i parametri semantici: il neo liberismo, ad esempio, non è più utilizzabile. Men che meno il neologismo di Luciano Gallino «Finanzcapitalismo». Servono nuove formule magiche affinché si crei l’incantesimo. Una è stata recentemente ripresa da un noto network di sinistra: radio popolare. In un articolo firmato da Bruno Giorgini, dal titolo esemplare «Da sinistra dico: viva Macron», si può affrontare questo nuovo orizzonte letterario ed economico: «capitalismo cognitivo con ruolo sociale». Leggiamo un pezzo dell'interessante articolo: «Ora, ascoltando e leggendo Macron, mi pare che egli possa ascriversi ai fautori di un capitalismo cognitivo con un ruolo sociale. Il capitalismo, comunque fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, finora è la forma di produzione globale unica senza che, dopo il fallimento dei vari socialismi reali, si veda crescere un modo di produzione alternativo in grado di abolire lo sfruttamento, epperò il capitalismo «sociale» (che è un ossimoro ma poco importa) ritiene che debba aver luogo una redistribuzione della ricchezza tale da rendere l’intera società più florida e più equa, almeno a livello dei consumi e della vita associata. Qualcuno lo chiama anche: capitalismo progressivo. Perché, se il capitalismo perde ogni funzione sociale, allora rischia la crisi finanche catastrofica. Inoltre il capitalismo cognitivo a vocazione sociale ha nel suo Dna una concezione liberale e universalistica dei diritti sociali e politici senza differenze d’etnia, di religione, di luogo, di genere ecc.. e oggi persino una componente ecologica, da cui le derive autoritarie sono più improbabili e la libertà del singolo di qualunque colore, etnia, religione, sesso, più garantita e ampia».

Capitalismo buono? Insomma...
La parola d’ordine è sempre la stessa: cambiare le prospettive simboliche. La compenetrazione di Machiavelli, Marx, Gramsci e Jung da molti anni rappresenta un avversario imprendibile, sempre sgusciante, e sempre inesorabilmente un passo avanti rispetto a tutto coloro che vogliono opporsi al primato, anzi al dominio, del capitale. Che oggi, leggiamo, grazie a Macron, diventa cognitivo – è un concetto che ha già trent’anni ma emergerà nei prossimi tempi con forza – e addirittura progressista. Un capitalismo buono, quindi. Il capitalismo, mi permetto di riprendere un concetto già approfondito in altri articoli, ha la straorodinaria caratteristica di essere pre e post ideologico, pre e post moderno: esso è totalmente neutro in ogni tempo contesto storico. Il capitale fa il suo mestiere, e basta. Senza alcuna etica, costruens e destruens che sia.

La sinistra ha vinto la lotta di classe
Non sono stati gli oppressi a spezzare le proprie catene, alla fine: son stati i miliardari che hanno studiato i testi sacri della sinistra, mentre la sinistra li bruciava sulle pire. E hanno capito che la lotta di classe esiste ed esisterà per sempre, e che soprattutto bisogna vincerla definitivamente in tutto il mondo, affinché questa non si ripresenti. Cosa che hanno fatto ampiamente, anche con l’elezione di Emmanuel Macron. Di fronte alla quale non rimane che prendere atto di un dominio sistematico, dell’ineluttabilità dei processi storici e della realtà. Fanno sorridere quindi coloro che non vedono la genuina, adamantina, sincerità che muove l’entusiasmo di Matteo Renzi o di qualsiasi altro capo di stato di sinistra, di fronte alle elezioni francesi. La sinistra, mai come oggi, è questa: lo è convintamente e senza sensi di colpa. Lo è non perché voglia speculare ma perché ci crede. Il capitalismo di sinistra, ovvero il neo liberismo, dopo aver sofferto per la fine della coppia Blair-Clinton, è nuovamente egemonico. E lo sarà per molto tempo. Anche perché di fatto è privo di contendenti adeguati alla portata dell’immane compito di riformarlo.