6 dicembre 2019
Aggiornato 22:00

Addio Obama, il Nobel per la Pace che ha venduto più armi e sganciato più bombe

Si era presentato come l'uomo della speranza, si è congedato come colui che 'ce l'ha fatta'. Ma le altissime aspettative che Obama si è caricato sulle spalle sono state fragorosamente disattese

WASHINGTON - C'è chi l'ha definito «narcisistico», l'estremo sfoggio di un culto della personalità tenacemente perseguito in questi otto anni. Certamente, l'ultimo discorso di Barack Obama da Presidente degli Stati Uniti d'America, a tratti commosso e commovente, è stato un bilancio dei suoi due mandati, a 10 giorni dall'insediamento di colui che minaccia di fare dell'agenda obamiana carta straccia. Obama ha quindi puntato sull'ottimismo, enumerando i tanti «successi» della sua amministrazione: dall'economia alla sanità, dal terrorismo ai diritti. Ma l'impressione, a otto anni e più da quel «Yes we can», è che lo slogan «Yes we did» (Sì, ce l'abbiamo fatta) ripetuto come un mantra durante il suo congedo sia un bilancio a dir poco generoso.

Grande carisma, fragoroso fallimento
Il fallimento del «mandato» di Barack Obama - quello, legittimato dal Nobel «sulla fiducia» del 2009, di rendere il mondo un posto più sicuro, equo e pacifico - era forse già scritto. Semplicemente, accecati dalla speranza e dalle promesse incarnate da quell'uomo dall'innegabile carisma, era difficile scorgerlo lucidamente. Probabilmente, le spalle di Obama si sono sovraccaricate di aspettative troppo alte, dopo una presidenza Clinton che ha posto le basi (normative) perché una finanza ipertrofica scatenasse la crisi economica peggiore dal 1929 a questa parte, e dopo una presidenza Bush segnata da ambiziose e rocambolesche missioni messianiche di «esportazione della democrazia», che hanno finito per destabilizzare il Medio Oriente e spargere con più vigore i semi dell'odio jihadista. 

Un'America e un mondo insicuri e divisi
Obama ci lascia un'America apparentemente più in salute dal punto di vista economico, ma ancora più diseguale a livello sociale e razziale di come l'ha trovata. Un Occidente diviso e insicuro, ancora dominato dal verbo della finanza e dagli interessi di pochi. Un Medio Oriente ancora destabilizzato, dove il terrorismo islamico è tutt'altro che sradicato e chi lo finanzia rimane tra i nostri maggiori alleati. Un mondo dove regna un clima da Guerra fredda, e dove inquietanti logiche di 50 anni fa sono tornate all'ordine del giorno.

Quale cambiamento?
Un giudizio forse severo, mitigato dalla consapevolezza che, tanto più alte sono le aspettative, tanto più vivida è la disillusione. Non che risultati positivi siano stati del tutto assenti: si pensi a successi diplomatici come l'accordo sul nucleare iraniano a il disgelo cubano. Neppure si può dire che la presidenza Obama sia stata peggiore delle precedenti. Eppure, il «cambiamento» che tutti trepidamente attendevano – nei fatti, più che nelle parole – non è mai arrivato, tanto che le ultime elezioni le ha vinte l'anti-Obama per eccellenza, colui che si è presentato come il rottamatore del sistema Obama-Clinton. Per dare un volto più preciso a quest'aura di disillusione, possono venirci in soccorso due report di recente pubblicazione: il primo riguarda la vendita di armi, il secondo le bombe sganciate dagli Usa nel mondo nell'ultimo anno.

Il record di armi vendute nel mondo
Secondo un recente studio pubblicato dal Congressional Research Service, l’Istituto di Ricerca del Congresso americano, l'amministrazione del Nobel Obama è in cima alla classifica di quelle che hanno venduto più armi nel mondo. Dal 2008 al 2015, gli Usa avrebbero infatti chiuso accordi per 208 miliardi di dollari, pari al 42% dell’intero ammontare del traffico di armi nei Paesi (soprattutto quelli in via di sviluppo) considerati e più del doppio degli 86 miliardi della Russia. Nel solo 2015, gli Usa hanno concluso accordi per 40 miliardi di dollari, pari al 50,2% del mercato mondiale. In pratica, gli accordi di trasferimento di armi Usa nei Paesi in via di sviluppo hanno rappresentato più dell’80% di tutto il mercato delle armi globale. Il picco di vendita d'armi in Medio Oriente, peraltro, è avvenuto tra il 2011 e il 2012, proprio gli anni delle primavere arabe e dello scoppio dei conflitti libico e siriano. In generale, è stato proprio il Medio Oriente l'area privilegiata dagli Stati Uniti a guida Obama per commercio d'armi, e l'Arabia Saudita, attiva nella guerra yemenita, il principale «cliente» dell'industria d'armi statunitense e occidentale.

Quelle bombe sganciate in giro per il globo
L'altro studio, del Council on Foreign Relations, riguarda un altro argomento scabroso: il numero di bombe sganciate nel 2016 dal premio Nobel per la Pace. La cifra esatta, da far rabbrividire, è di 26,171 in sette Paesi, accresciuta di 3.027 unità rispetto al 2015. Del resto, gli ultimi mesi della sua presidenza hanno visto un riassestamento della strategia militare, che si è concentrata nel ridurre la presenza di truppe di terra (con la clamorosa eccezione dell'Afghanistan), nel supporto ai partner locali e nell'intensificazione delle operazioni aeree. Quegli oltre 26mila bombardamenti, oltretutto, sono certamente sottostimati, considerando che i dati sono disponibili solo per il Pakistan, lo Yemen, la Somalia e la Libia, e, secondo la definizione stessa del Pentagono, un singolo bombardamento può comportare l'uso di più bombe e munizioni. La maggior parte (24mila) sono state sganciate su Siria e Iraq nell'ambito della coalizione contro lo Stato Islamico.

Le solite logiche
Sono soltanto due dati «spot», che certo non riassumono la complessità di otto anni di presidenza, otto anni in cui il terrorismo islamico e la crescente conflittualità del mondo hanno posto sfide enormi. Eppure, i due studi possono offrire una fotografia significativa di ciò che, in fondo, non è andato: colui che avrebbe dovuto pacificare il mondo non è riuscito, sostanzialmente, a sottrarsi alle solite logiche.