26 giugno 2017
Aggiornato 16:00
Dopo il vertice Iran-Russia-Turchia

Siria, la nuova geometria della diplomazia internazionale che promuove la Russia ed esclude gli Usa

Il vertice tra Russia, Iran e Turchia sulla Siria fotografa la cocente sconfitta di Barack Obama, e la nuova geometria della diplomazia internazionale. Con Mosca sempre più protagonista

Il presidente russo Vladimir Putin e quello turco Tayyp Recep Erdogan.
Il presidente russo Vladimir Putin e quello turco Tayyp Recep Erdogan. (OZAN KOSE (AFP/File))

MOSCA - Mentre ad Ankara il drammatico attentato che ha ucciso l'ambasciatore russo Andrei Karlov catalizzava giustamente l'attenzione dei media internazionali, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu si stava recando a Mosca per un importante vertice sulla Siria che ha riunito le diplomazie turca, russa e iraniana. Un vertice che, dal punto di vista geopolitico, potrebbe definirsi cruciale non tanto per le conclusioni raggiunte sul conflitto siriano, pure degne di nota, quanto per la portata simbolica ed emblematica dell'evento. Che ha fotografato vividamente, a un mese dal termine ufficiale del mandato di Barack Obama, la più cocente sconfitta del Presidente uscente degli Stati Uniti d'America.

L'esclusione degli Stati Uniti
Una sconfitta ammessa indirettamente dal New York Times, che, nell'editoriale riservato all'argomento, titola eloquentemente: «Russia, Iran e Turchia si incontrano per i negoziati sulla Siria, escludendo gli Stati Uniti». Un'esclusione certamente significativa e quasi storica, segno dei tempi che corrono ed eredità della confusa e incerta gestione della crisi siriana da parte di Obama. Non solo, infatti, il segretario di Stato John Kerry non è stato invitato a unirsi al vertice, ma neppure sono state consultate le Nazioni Unite. Russia, Iran e Turchia, dunque, si sono prese su di sé la responsabilità di disegnare una roadmap per la risoluzione della crisi internazionale più drammatica e rilevante degli ultimi anni.

Nel quadro del reset tra Mosca e Ankara
Un mandato che deriva dalla sostanziale «vittoria» della strategia pro-regime siriano perseguita dalla Russia di Vladimir Putin e da Teheran, a cui la Turchia si è parzialmente accodata in corsa – pur conservando un certo grado di riluttanza per il nemico di sempre Assad –, a seguito del più generale riavvicinamento a Mosca. Un riavvicinamento che, secondo la gran parte degli analisti internazionali, sarebbe stato l'obiettivo primario dell'attentato all'ambasciatore russo, di cui si ipotizza una matrice gulenista. Non a caso, a poche ore dal tragico avvenimento, il presidente turco Erdogan ha sottolineato che l'attacco non avrà conseguenze sulle relazioni tra Mosca e Ankara. Dichiarazione, forse, un po' avventata, vista la gravità dell'avvenimento e visto che alcuni media russi, contrariamente a quanto si ventilava in precedenza, parlano di un possibile congelamento dei negoziati sull'abolizione dei visti per i cittadini turchi.

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Una nuova geometria della diplomazia internazionale
Qualche ostacolo da superare, insomma, ci sarà; ma di certo Erdogan e Putin ci penseranno due volte prima di far saltare il tavolo che sta rivoluzionando il quadro geopolitico globale. Perché il vertice di Mosca rappresenta proprio questo: l'inizio di una nuova geometria della diplomazia internazionale in Medio Oriente, con gli Stati Uniti sempre più isolati e marginali, e la Russia – con i suoi partner tradizionali e contingenti – sempre più centrale e influente.

Il fallimento di Obama in Siria
Una «rivoluzione» che mostra i suoi segnali più concreti, non a caso, proprio durante la transizione da Barack Obama a Donald Trump, il quale più volte ha dichiarato la propria intenzione di smantellare pezzo per pezzo l'agenda del suo predecessore. La strategia di Obama in Siria è clamorosamente fallita: il Presidente, che raccoglieva su di sé la disastrosa eredità mediorientale di George Bush, ha cercato disperatamente di trovare un equilibrio tra un maggior disimpegno nella regione e una perseguimento dei propri obiettivi geopolitici attraverso un approccio più indiretto e «imperiale», che si è poi tradotto nel supporto al vario e controverso campo dei «ribelli». Contemporaneamente, la diplomazia americana si è dimostrata incapace di trovare un accordo con le altre potenze in campo, in primis la Russia, che, senza troppe difficoltà, si è conquistata un nuovo ruolo di protagonismo nell'area.

Da Obama a Trump
Rimane da capire quale sarà la direzione degli Stati Uniti guidati da Donald Trump. Il quale, in campagna elettorale e non solo, ha più volte esplicitamente affermato di non condividere la linea di Obama a sostegno dei ribelli, e di ritenere più efficace l'approccio russo di supporto al regime siriano per sradicare, prioritariamente, il terrorismo islamico. Le sue ultime dichiarazioni sulla Siria sono giunte la scorsa settimana, quando il tycoon ha osservato, durante un raduno in Pennysilvania, che la situazione è «molto triste», promettendo che, sotto la sua presidenza, «aiuteremo la popolazione». Trump ha anche espresso l'intenzione di usare fondi provenienti dalle nazioni del Golfo per costituire «zone sicure» in Siria, senza però specificare chi, da terra o dal cielo, garantirà la sicurezza di quelle zone. Ma se l'evacuazione di Aleppo procederà come previsto, è possibile che, in un mese, il piano del nuovo Presidente risulterà già superfluo.

L'incognita Iran
Ad ogni modo, se gli impegni presi in campagna elettorale verranno rispettati, gli Stati Uniti di Trump potrebbero a breve allinearsi sulla posizione russa. Ma, c'è un «ma», una variabile ancora difficilmente classificabile ma da tenere in attenta considerazione: l'Iran. Alleata della Russia in Siria, molti segnali, come già abbiamo avuto modo di dire, fanno pensare che Teheran sarà però la «grande nemica» dell'era Trump, una volta archiviata (verosimilmente) la rivalità con Mosca. Uno scenario che potrebbe aprire nuove, inquietanti, incognite.

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